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Genova - Il ritorno dei no global
a Genova. In diecimila hanno manifestato a sei mesi dall'uccisione di Carlo
Giuliani, il giovane morto durante gli scontri del G8. Il corteo è partito da
piazza Alimonda, dove il ragazzo fu colpito a morte da un carabiniere che era a
bordo di una jeep assalita dai dimostranti, ed è arrivato, senza incidenti, a
Palazzo Ducale. Striscioni e discorsi hanno ribadito la richiesta di far piena
luce sul tragico episodio del 20 luglio. |
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Carlo
Giuliani |
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Isolati i gruppi dei black
bloc, l'ala
più violenta. L'intervento del padre di Carlo Giuliani ha contribuito a far
scendere la tensione che si era creata in piazza tra manifestanti e forze
dell'ordine: ha convinto i più duri del corteo a non insultare i poliziotti e
ha fatto da scudo a un McDonald's.
Sfila lento, tranquillo, quasi
sommesso, il lungo corteo che ricorda Carlo Giuliani. Sila in via XX settembre,
dove a luglio trionfavano grate e battaglioni a cavallo, si ferma davanti a
Palazzo Ducale, il Palazzo degli Otto Grandi. Sono in diecimila, senza sigle,
qualche bandiera rossa, un grande striscione firmato "Gli amici":
"Credete di averlo ammazzato ma Carletto vive attraverso noi". E mille
volantini con il volto da bambino di Carlo Giuliani: "Ho 23 anni, sei mesi
fa lo stato mi ha ucciso". Sei mesi esatti, in quella piazza Alimonda
trasformata da allora in un sacrario e da cui parte, intorno alle 16, la
manifestazione. I leader del movimento ci sono tutti: Vittorio Agnoletto, Luca
Casarini, Piero
Bernocchi, Francesco Caruso, con Fausto
Bertinotti. Nessuno
però si impossessa delle prime file. I vecchi amici di Carlo lo hanno chiesto
espressamente: niente protagonismi. La parola d'ordine è semplice, quasi
ingenua: accompagnare Carlo da quello spiazzo di morte in cui ha trovato la
morte al palazzo dei potenti, dove avrebbe voluto arrivare.
Senza alcuna
tentazione di riaprire lo scontro. Ma dopo il G8 Genova ha ancora paura. E
quando, nella notte, decine di cassonetti dell'immondizia vengono rimossi dalla
zona della Foce, teatro degli incidenti più violenti, più di un brivido
percorre la gente. Anche perchè, un paio di giorni prima, aveva pensare il
nuovo Questore, Oscar Fioriolli, a lanciare l'allarme: nessun problema per il
corteo autorizzato, ma attenzione alle infiltrazioni di gruppi estremisti. E gli
stessi organizzatori avevano deciso di dotarsi di un robusto servizio d'ordine.
Alla fine l'unico momento di tensione rimarrà la divagazione a margine del
percorso da parte di un gruppo di giovani di un centro sociale genovese,
conclusa grazie alla mediazione del padre di Carlo Giuliani. "Quando c'è
la volontà di tutti di comportarsi correttamnete, le manifestazioni si svolgono
pacificamente" commenterà il questore.
Il grosso scorrerà via, sotto gli
occhi di pochi poliziotti e di ancor meno carabinieri, sempre in posizione meno
defilata, tra le vetrine del centro illuminate come in un qualsiasi giorno di
shopping e neppure sfiorate dai manifestanti. Ignorate, come quelle dei due
McDonald's che neppure interrompono il lavoro. Non è giorno di slogan, i gruppi
sembrano volutamente dissolversi nel magma silenzionso. L'unico grido, rimane
quell'"assassini" che accompagna ogni incrocio con una divisa. Il
servizio d'ordine vigila, ma si limita a un paio di cordoni, con buffetti
affettuosi a chi si avvicina troppo alle forze dell'ordine. Il resto è poco
più un brusio, che lascia spazio alle canzoni di De Andrè, alla banda che
intona l'Internazionale, ai pugni alzati che accompagnano "Bella
Ciao". Basta meno di un'ora per percorrere l'unico grande rettilineo in cui
procede il corteo. In piazza De Ferrari si attende in silenzio che scocchino le
17.27. E' l'ora esatta in cui è partito il colpo di pistola che ha ucciso Carlo
Giuliani.
Poi un'interminabile applauso, quasi ritmato. La vicina piazza
Matteotti, proprio davanti all'ingresso principale di palazzo Ducale,, preferita
per motivi di sicurezza, non basta per ospitare tutti. Aprono i compagni di
strada di Carlo, con le ,oro poesie, poi sale sul palco un ex professore di
Carlo, fino a Andrea Ranieri, sindacalista e due sacerdoti, don Piero Tubino,
storica anima della Caritas genovese e don Andrea Gallo. Amici, solo loro: anche
stavolta per i leader non c'è posto. E poi i genitori. Prima il padre, che
chiede un minuto di raccoglimento perchè a riempire la piazza sia solo "il
rumore assordante del nostro silenzio", poi la madre che con un sorriso si
rallegra per avere visto in corteo anche i volti, di chi a luglio, non c'era.
"la prossima volta dovremo essere ancora di più". Tocca alla musica.
La prossima volta è già fissata: tra sei mesi, ancora qui.
Alberto
Puppo - La Repubblica,
21/01/2002