
GLOBALIZZAZIONE
GASTRONOMICA
L’era
moderna si è dimostrata propizia agli scambi di numerose
materie prime alimentari. E’ l’Europa che, dominando
la maggior parte dei circuiti commerciali, ha maggiormente
beneficiato di questi apporti esterni. Essa ha adottato il
pomodoro, il peperone, il mais con entusiasmo e la patata
con un po’ più di reticenza. Lo zucchero, il caffè, il
tè, il cacao, a causa del loro prezzo, sono stati
riservati all’elite prima di divenire accessibili a
tutta la piramide sociale al momento della rivoluzione
industriale e all’apice delle conquiste coloniali.
Alcuni modi di alimentarsi hanno conosciuto una vasta
diffusione nel periodo che va dal Rinascimento
all’inizio del XX secolo. Le buone maniere a tavola sono
venute dall’Italia rinascimentale, poi dalla Francia di
Luigi XIV.
La
grande cucina francese di corte, messa a punto sotto il
regno degli ultimi re dell’Ancien Régime, fu esportata
in tutte le corti d’Europa e poi estesa nell’alta
società. Almeno dai tempi del regno di Luigi XV,
all’estero vengono fatti ponti d’oro ai buoni cuochi
francesi; un fenomeno, questo, che non ha cessato di
amplificarsi. L’istituzione francese del ristorante,
immaginata alla fine del XVIII secolo, è un adattamento
della tavern inglese, inventata a Londra per gli
aristocratici che sedevano alla Camera dei Lords.
Tuttavia, come si è detto, ogni paese, persino ogni
regione, conservò le proprie particolarità culinarie,
almeno sino alla Seconda Guerra Mondiale. Anche se da
molto tempo si potevano mangiare cibi esotici in molte
delle grandi città del pianeta, si trattava ancora di
eccezioni e, per i buongustai, di esperienze rare che non
conveniva ripetere troppo spesso.
Il
gusto del nuovo era, in qualche modo, contenuto (A.
Capatti, 1998). La commistione sembra accelerare nella
prima metà del XX secolo e la Prima Guerra Mondiale non
vi è estranea. Essa permette l’incontro di uomini
venuti da tutta Europa, dagli imperi coloniali che si
estendono su tutti i continenti e tutti i mari, e
dall’America del nord. In seno all’esercito francese
stesso, la guerra ha fatto conoscere a giovani contadini
provenienti da tutte le regioni le meraviglie che sono il
camembert normanno (P. Boisard, 1992), il salame dell’Alvernia
ed il “pinard”, quel taglio mediocre di vini del
Languedoc e d’Algeria che ridà coraggio ai combattenti
e che, in via accessoria, dà agli abitanti della
Bretagna, della Picardia, della Lorena e di tutto il nord
il gusto del vino rosso.
Con
la Seconda Guerra Mondiale, il processo accelera
decisamente. I prodotti, i sapori ed i piatti americani
affascinano Europei o Giapponesi che hanno appena
conosciuto anni di penuria. Essi possono procurarsi – ed
alcuni scoprire – il corned beef, i chewing
gums, insieme alle sigarette bionde. E presto verrà
la Coca Cola. I frigoriferi “Frigidaire” ed i fornelli
a gas trasformano la vita quotidiana nelle cucine dove,
poco a poco, con l’avvento del lavoro femminile, si
prende l’abitudine di passare meno tempo di prima.
I
“gloriosi anni trenta” cancellano il ricordo degli
anni difficili. Tutti possono procurarsi tutto.
Alcuni
prodotti, considerati ancora di lusso prima della guerra,
diventano di ordinaria amministrazione tanto il loro
prezzo si è abbassato. Ciò avviene, ad esempio, per il
pollo, il tacchino, la trota di allevamento, il
prosciutto, il burro, la pasticceria industriale, il vino
da tavola provenienti dalla produttività agricola di
questi anni e dalle filiere di trasformazione industriale
e di distribuzione. Nuovi prodotti conoscono un enorme
successo: le minestre ed i puré disidratati, i formaggi
fusi da spalmare e gli pseudo-camembert che non gocciolano
più e non odorano più, la maionese e la salsa di
pomodoro in tubetto, il pane in cassetta eternamente
“fresco”, gli yogurt ed altri prodotti lattieri
freschi stabilizzati, le creme ghiacciate, ecc. La maggior
parte di queste novità hanno già una storia molto lunga
negli Stati Uniti.
Negli
anni ‘80 e ‘90, con la caduta dei prezzi (e della
qualità organolettica) del salmone fresco ed affumicato,
dei gamberetti rosa, del paté di fegato d’oca, della
carne d’anatra, e dei piatti cucinati
in quanto questi ultimi venivano ormai venduti
principalmente surgelati o sotto vuoto, si supera
un’altra tappa. Altri prodotti industriali già popolari
oltre Atlantico od oltre Manica si diffondono in Francia:
i fiocchi di cereali destinati alla prima colazione, le
creme contenenti cacao ed il finto burro da spalmare, le
salse pronte addensate con l’aiuto di diversi farinacei
ed insaporite con glutammato, il mais in scatola, ecc.
Molti
alimenti e bevande sono senza dubbio diventati più
affidabili dal punto di vista sanitario. D’altronde,
grazie ad essi ed agli enormi progressi della medicina e
dell’industria farmaceutica, nei paesi ricchi si vive
molto più a lungo di prima. Tuttavia, questi prodotti
sono diventati così regolari nella presentazione e nel
sapore da non fornire più alcuna sorpresa né procurare
alcuna emozione. Non fanno che nutrire il corpo e non
richiedono alcuno sforzo, non sollecitano più alcuna
risorsa dell’immaginazione e della cultura. Citiamo,
alla rinfusa, il pane bianco, le carni bianche di pollame,
i formaggi pastorizzati, le mele della varietà golden
delicious, quasi totalmente sprovviste di acidità, le
bibite edulcorate.
In
apparenza, il successo economico è totale. I grandi
vincitori sono i produttori di cereali del Middle West
americano, i giganti dell’orticoltura californiana,
olandese o spagnola, gli allevatori di maiali o pollame in
batteria della Bretagna o della Danimarca, i viticoltori
orientati verso i vini di vitigni del nuovo mondo e
dell’emisfero australe, ecc. Questi agribusineemen
sono legati alle multinazionali dell’industria
agroalimentare e della distribuzione (Cargil Inc., ConAgra,
Unilever, Nestlé, Danone, ecc.). La ricerca delle
economie di scala in agricoltura, industria e
distribuzione ha ridotto notevolmente il prezzo di questi
prodotti. D’altronde essa non ha impoverito la varietà
degli alimenti e delle bevande disponibili; è senza
dubbio vero il contrario ed è possibile convincersene
percorrendo, nei grandi spazi di tutti i paesi ricchi del
pianeta, gli ettari dei settori interessati.
Ancora
una volta l’impoverimento riguarda il gusto dei prodotti
stessi, cosa di cui non sembra soffrire la maggior parte
degli abitanti agiati del pianeta poiché sono stati
abituati sin dall’infanzia a questo cibo fatto per
affermarsi da sé: latte “materno” in polvere,
omogeneizzati per i neonati, prosciutto, puré e patate
fritte industriali, pizze scongelate, molli e zuccherate,
dessert unti già pronti, Coca Cola e bibite diverse. In
questi alimenti si riscontrano tre dei sapori di base
riconosciuti dalle papille gustative: il salato, il dolce,
l’acido, ma mai l’amaro. E’ il segno di una scelta
abile ma inquietante: mantenere i consumatori allo stadio
gustativo della loro infanzia (M. Chiva, 1985, J. Puisais,
1987). Una volontà di questo genere andrebbe
psicanalizzata!
Il
capolavoro di questa rivoluzione è l’hamburger,
questo piccolo pane tondo, molle e zuccherato, ricoperto
di semi di sesamo, imbottito di carne di manzo macinata
fine, cetriolini agro-dolci ed insalata proveniente da
cultura idroponica in serra, salsa di pomodoro e maionese
al girasole zuccherate, formaggio pastorizzato, elastico
ed insipido. E’ di solito accompagnato da patate fritte
e da un bicchiere di Coca Cola o milkshake.
Originario dell’Europa settentrionale, dove si è
conservata l’abitudine medievale di mangiare su dei
taglieri, l’hamburger è diventato il piatto nazionale
degli Stati Uniti: rapido e facile da consumarsi (per
mangiarlo non si ha bisogno che dei propri denti …),
nutriente (in calorie), a buon mercato.
I
bambini lo amano, tanto più che i ristoranti sono
arredati per sedurli ed essi vi ricevono svariati regali,
soprattutto se i loro genitori hanno la buona idea di
organizzarvi i loro compleanni ed invitarvi i loro amici.
La Mc Donald’s conquista successo mondiale e diviene uno
dei giganti del settore agroalimentare (Paul Ariès,
1997). Il suo primo ristorante fu aperto à Des Plaines,
vicino a Chicago, nel 1955. Oggi è diventata la più
grande azienda di ristorazione rapida del mondo, con più
di 20.000 ristoranti in un centinaio di paesi, 1.200.000
dipendenti e circa 40 milioni di pasti serviti ogni
giorno.
Jean-Robert
Pitte - Università
di Parigi - Sorbona