da
"Carta",
nr.
18,
8
novembre
2001
da
www.diario.it
«È la peste del
XXI secolo», così Vladimir Putin, presidente della Russia,
ha bollato il terrorismo e ha definito l'attacco agli Usa «un'aggressione
senza precedenti del terrorismo internazionale che va oltre i confini
degli Stati Uniti. Si tratta di una sfida all'intera umanità». Le forze
aeree russe sono state messe in stato d'allerta. Negli uffici del World
Trade Center erano ospitate 14 società cinesi e una trentina di
dipendenti risultano dispersi. «Il governo cinese si oppone a ogni forma
di violenza terroristica», ha scritto il presidente della Cina, Jiang
Zemin in un telegramma inviato a George W. Bush. «Siamo pronti a
cooperare con voi nelle indagini su questo crimine», ha detto, in una
lettera a Bush, Atal Bihari Vajpayee, primo ministro dell'India,
mentre Sonia Gandhi, presidente del Parlamento, ha definito la
vicenda «un crimine contro l'umanità»; la medesima affermazione è
venuta da re Gyanendra, del Nepal. Jigme Singye Wangchuck,
sovrano del Bhutan, ha fatto accendere mille lampade votive al
burro di yak in segno di solidarietà con le vittime. Secondo Megawati
Sukarnoputri, presidente dell'Indonesia, si è trattato di «attacchi
brutali e inumani», mentre il primo ministro di Singapore, Goh
Chok Tong si è detto «profondamente rattristato per la tragica
perdita di vite».
Il generale Pervez Musharraf, presidente del Pakistan, ha
condannato «questo brutale e orribile atto di terrore e violenza». «È
tempo che il mondo musulmano si distanzi da ogni specie di Jihad» ha
scritto, sempre in Pakistan, il commentatore Imtiaz Alan. Dal
medesimo Paese viene una dichiarazione dell'inviato dei Talebani,
il mullah Abdul Salam Zaeef. «Chiediamo un'inchiesta giudiziaria
sull'attacco e la punizione di chi l'ha condotto», escludendo però che
possa trattarsi di Osama bin Laden: «Noi abbiamo controllato tutte le
attività di Osama ed egli non può mettersi in contatto con nessuno».
Infine Zaeef ha osservato che gli americani «saranno responsabili per
ogni attacco all'Afghanistan».
«La mia profonda simpatia va alla nazione americana, in particolare
a quelli che hanno sofferto per gli attacchi» è quanto ha detto Mohammad
Khatami, presidente dell'Iran. Al contrario, un commentatore
della tv dell'Iraq ha sostenuto: «I cowboys americani stanno
raccogliendo i frutti dei loro crimini contro l'umanità». Il sito
internet del Syria
Times è aggiornato al 10 settembre, e annuncia che il presidente Bashar
al-Assad andrà in visita nello Yemen. Nel confinante Oman il
sultano Qabus bin Said Al Said ha espresso «profondo senso di
dolore». Il primo ministro del Libano, Rafik Hariri, si è
detto «profondamente scioccato per le azioni che contraddicono i valori
umani e religiosi». Nel sito di The National, quotidiano di Papua Nuova Guinea, la notizia
d'apertura è l'arresto per sodomia dell'ex vicesindaco di Port Moresby,
Justin Tkatchenko. Helen Clark, primo ministro della Nuova
Zelanda, ha notato che si tratta di «quel genere di cose che la
peggiore sceneggiatura cinematografica neanche si immagina». Il primo
ministro facente funzioni dell'Australia, John Anderson (il
premier era in visita proprio negli Usa), ha messo in allerta i pompieri e
li ha offerti, qualora fossero serviti, agli Stati Uniti. «Ci sentiamo
molto arrabbiati», ha scritto a Bush il premier del Giappone, Junichiro
Koizumi.
Dall'Algeria arriva la «costernazione» del Fronte delle forze
socialiste, mentre il Rassemblement pour la culture e la démocratie
afferma che «nulla è al riparo dal grave pericolo rappresentato dal
terrorismo». Hosni Mubarak, presidente dell'Egitto, ha
sottolineato di sentirsi «molto triste» aggiungendo: «Noi denunciamo il
terrorismo in ogni circostanza». Ma i suoi compatrioti non sempre la
pensano come lui: «Gli americani sono dei codardi che usano gli altri
popoli per colpirci. Non hanno mai il coraggio di confrontarsi faccia a
faccia. Il mito dell'imbattibilità degli Stati Uniti è stato distrutto»,
commenta Khalil Matar, 43 anni, operaio in una fabbrica di sapone.
Thabo
Mbeki, presidente del Sudafrica, si è definito «sotto choc»
per quanto accaduto negli Usa, e il suo predecessore Nelson Mandela,
che dovrebbe volare a New York per la sessione dell'Onu sui problemi
dell'infanzia, ha espresso le condoglianze agli Stati Uniti e si è
riservato di decidere se partire o meno. John Agyekum Kufur,
presidente del Ghana, ha scritto in una lettera a Bush: «I nostri
pensieri e le nostre preghiere sono con lei nel dispiegarsi degli eventi».
«Condanniamo senza riserve questi atti di barbarie e siamo con tutto il
cuore con il popolo americano in questo tragico momento», ha scritto sir Anerood
Jugnauth, primo ministro delle Mauritius. Il 12 settembre
l'edizione on line del quotidiano Nation, del Kenia, ha
aperto con una foto dell'ispettore di polizia Joel Sang che, il giorno
precedente ha aiutato alcuni scolari ad attraversare una strada di
Nairobi. Lo stesso giorno il Monitor, quotidiano di Kampala,
capitale dell'Uganda, apriva con la notizia dell'arresto della
parlamentare Winnie Byanyima.
In Argentina le comunità ebraiche hanno deciso di sospendere «per
precauzione» ogni forma di attività e Roberto Guareschi,
commentatore del quotidiano Clarín, si domanda: «In che mondo
stiamo?». E poi prosegue: «È una guerra globale, non c'è un territorio
(noi argentini già lo sappiamo) che possa considerarsi in salvo.
Tutti
entriamo in un nuovo mondo». Alejandro Toledo, presidente del Perù,
ha partecipato con un minuto di silenzio in memoria delle vittime alla
cerimonia di chiusura dell'Organizzazione degli stati americani nella
quale ha anche invitato i Paesi membri a ridurre le spese per gli
armamenti. «Dolore e tristezza» sono i sentimenti che ha detto di aver
provato Fidel Castro, presidente di Cuba, e ha anche
affermato che bisogna «creare una coscienza mondiale per lottare contro
il terrorismo». La «più energica condanna» e «solidarietà con le
vittime», ha espresso Vicente Fox, presidente del Messico. José
Miguel Insulza, vicepresidente del Cile, ha sostenuto che «questo
atto terrorista segna la storia del secolo di recente cominciato. A
partire da oggi niente sarà uguale a ieri». Luis González Macchi,
presidente del Paraguay, ha ordinato un incremento delle misure di
sicurezza ad Asunción, la capitale. José Vicente Rangel, ministro della
Difesa del Venezuela, ha sostenuto: «Il terrorismo, venga da dove venga,
è una cosa assolutamente abominevole». «Siamo tutti vulnerabili», ha
dichiarato Giuliano Zaccardelli, capo del Rcmp, le Giubbe rosse del Canada, aggiungendo di aver messo le proprie risorse a disposizione
dei colleghi americani.
Da Belgrado il leader ultranazionalista Vojislav Seselj, già vice
premier della Jugoslavia ai tempi di Milosevic, ha fatto sapere: «Non
posso dirmi sorpreso. Non sto dicendo che sono contento per la morte dei
civili, ma non posso dire che deploro gli attacchi terroristici contro gli
Stati Uniti». In Svizzera, invece, hanno preso posizione su
materie usuali agli elvetici. La Banca nazionale svizzera ha detto
di essere pronta ad aiutare le banche statunitensi mettendo mano alle
riserve di dollari conservate nei caveau. «Se sarà necessario e se le
banche ce lo chiederanno, noi potremo dar loro liquidità», ha affermato
un portavoce della Banca nazionale. A Berna si è anche tenuta una delle
rare riunioni del Consiglio di sicurezza svizzero, formato dai ministri
degli Esteri, Difesa e Giustizia.