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RAPPORTO 2005 SULLO SVILUPPO UMANO |
MISNA | giovedì, 08 settembre, 2005
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“Le barriere commerciali a cui devono far fronte i paesi in via di sviluppo quando esportano i loro prodotti verso i paesi ricchi sono, in media, tre volte più alte di quelle esistenti tra i paesi ricchi quando commerciano tra loro”: è uno dei punti focali dell’ultimo "Rapporto sullo sviluppo" diffuso oggi dall'Onu, 400 pagine di dati sconcertanti, in particolare per chiunque abbia a cuore le sorti del Sud del mondo e della parte più debole del pianeta. “Questa perversa forma di tassazione e le inique politiche commerciali - sottolinea il documento - continuano a impedire a milioni di abitanti dei paesi più poveri del mondo di uscire
dalla loro povertà mantenendo in piedi un sistema caratterizzato da oscene disuguaglianze”.
Il ‘Re è nudo’ e a spogliarlo questa volta sono i numeri: i 500 uomini più ricchi del pianeta, secondo il rapporto, guadagnano da soli più di quel che riescono a mettere insieme 460 milioni di persone povere. La roboante e demagogica retorica dell’ultimo 'G 8' sullo sviluppo del pianeta e l'impegno dei paesi industrializzati per gli 'Obiettivi del Millennio' contro la povertà viene ridicolizzata dalle cifre del rapporto Onu che al contrario documenta in che modo i paesi ricchi attraverso le “non eque”/ “ingiuste” barriere commerciali “impediscono” la crescita dei paesi più poveri. Con le sovvenzioni che i paesi ricchi versano ai loro agricoltori, questi godono di un “quasi monopolio
sul mercato mondiale delle esportazioni agricole”, mentre i paesi in via di sviluppo “perdono circa 24 miliardi di dollari ogni anno a causa di questo protezionismo agricolo e sovvenzioni. Per esempio, il meccanismo delle sovvenzioni si traduce in mancati guadagni per altri paesi come il Brasile, che perde ogni anno 494 milioni di dollari, o per l’Africa del Sud che ne perde 151.
“Dietro la retorica del libero mercato si nasconde la dura realtà degli agricoltori dei paesi poveri del mondo che sono obbligati a concorrere non con i loro colleghi del nord, ma con i ministeri delle Finanze dei paesi industrializzati” ha sottolineato in una nota diffusa alla stampa Kevin Watkins, principale autore del rapporto. “È la disuguaglianza il principale ostacolo alla crescita del pianeta” ha aggiunto un responsabile dell’Undp, organismo dell'Onu per lo sviluppo, precisando che di questo passo gli obiettivi del millennio che i governi di tutto il mondo si sono prefissi per il 2015 non verranno raggiunti neanche tra 50 anni. I sussidi garantiti dai governi dei paesi ricchi ai loro
produttori affinchè distruggano le merci quando viene superata la quota di produzione fissata (in modo che l’aumento dell’offerta non provochi l’abbattimento dei prezzi) hanno raggiunto ormai “un miliardo di dollari al giorno”, l’equivalente degli aiuti che i paesi ricchi (tutti insieme) stanziano in un anno per quelli in via di sviluppo.
Ma nelle quasi 400 pagine di rapporto si va oltre e si toccano molti aspetti - inclusa la statistica secondo cui a ogni dollaro speso in aiuti ai paesi poveri corrispondono 10 dollari spesi in armamenti - che confermano il circolo vizioso secondo il quale una piccola parte di mondo continua a guadagnare e a mangiare sulle spalle del grosso del pianeta. Uno di questi è quello relativo allo sfruttamento delle risorse naturali.
Un invito generico e dai toni ‘delicati’ che però è seguito da alcuni passaggi dell’ultimo rapporto stilato da una commissione dell’Onu sullo sfruttamento delle risorse minerarie e naturali della Repubblica democratica del Congo dove si dice a chiare lettere che il “desiderio” di accaparrarsi le risorse ha “alimentato” il conflitto nel paese africano, uccidendo quasi tre milioni e mezzo di persone.
Per la cronaca nell’annuale classifica dello Sviluppo che si accompagna al rapporto la Norvegia figura al primo posto (per quinto anno consecutivo) e il Niger si è guadagnato l’ultimo, ‘soffiandolo’ alla Sierra Leone, fino allo scorso anno fanalino di coda dello sviluppo mondiale a causa di una guerra civile combattuta per il controllo dei suoi preziosissimi diamanti.
Misna, 8 settembre 2005, Massimo Zaurrini
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LA POVERTÀ UCCIDE OGNI ORA NEL MONDO 1200 BAMBINI. AUMENTA IL DIVARIO RICCHI - POVERI: I 500 UOMINI PIÙ RICCHI GUADAGNANO COMPLESSIVAMENTE DI PIÙ DEI 416 MILIONI DI PERSONE PIÙ POVERE NEL GLOBO. SONO SOLO ALCUNI DATI DEL RAPPORTO ONU 2005 SULLO SVILUPPO UMANO RESO NOTO IERI
- A cura di Paolo Ondarza -
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NEW YORK. = Sproporzioni e disparità inaccettabili nella fotografia scattata dall’ONU sullo sviluppo: il mondo è in ritardo nel conseguimento degli auspicati obiettivi del millennio fissati per il 2015. Il previsto dimezzamento della povertà per quella data non sarà conseguito e tra dieci anni ancora 827 milioni di persone verseranno in stato di miseria estrema. Obiettivo non raggiunto neanche per quanto riguarda la riduzione della mortalità dei bambini e l’accesso all’istruzione. Se dal 1990 oltre 130 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema, in 18 Paesi la
situazione è peggiorata e 10 milioni di bambini muoiono ogni anno per cause evitabili. Almeno 2,5 miliardi di persone vivono ancora con meno di due dollari al giorno; non vanno a scuola 115 milioni di bambini. Tra questi, solo 30 milioni hanno avuto negli ultimi tempi accesso all’istruzione. L’acqua potabile è un bene sempre più prezioso, oltre un miliardo di persone non ne dispongono e 2,6 miliardi non hanno servizi sanitari. Il rapporto propone la chiusura di un calendario per arrivare ad aiuti da parte dei Paesi ricchi pari allo 0,7 percento del PIL entro il 2015. Il rapporto indica, inoltre, in alcuni Paesi ricchi, tra cui l’Italia, i donatori meno generosi. Sul commercio, l’ONU condanna
tassazioni inique a danno dei Paesi poveri. Tra i principali ostacoli nella lotta alla miseria, addita i conflitti armati. Lo sviluppo dei Paesi poveri - si legge infatti nel testo - è la chiave nella battaglia per la pace globale e la sicurezza collettiva.
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Radio Vaticana, 8 settembre 2005
IL RITARDO DELL’ONU NEGLI “OBIETTIVI DEL MILLENNIO”: PER SCONFIGGERE MISERIA E MALATTIE E’ NECESSARIA LA MOBILITAZIONE DELLA SOCIETA’ CIVILE ACCANTO AGLI STATI
- Intervista con padre Carmine Curci -
Le Nazioni Unite hanno ammesso un ritardo incolmabile: il Sud del mondo non riuscirà a risollevarsi dalle piaghe sociali che lo affliggono, sulla base della tabella di marcia che Stati e governi sottoscrissero nel 2000 riguardo ai cosiddetti “Obiettivi del Millennio”. La conseguenza diretta è che per molte centinaia di milioni di persone il 2015 – anno stabilito come limite dal Programma ONU – appare più lontano di ciò che è realmente. Nel recente Rapporto stilato dal Palazzo di Vetro, a una settimana dal vertice di New York, si dice chiaramente che, tra 10 anni, 827 milioni di persone saranno in
uno stato di estrema povertà, mentre 41 milioni di bambini periranno per la scarsa incisività delle misure adottate per ridurre la mortalità infantile. E altri 50 milioni circa non potranno ricevere un’istruzione scolastica di base.
Vent’anni fa, all’inizio del capitolo dedicato al mondo contemporaneo, Giovanni Paolo II scriveva nell’enciclica Sollicitudo rei socialis: “Il primo fatto da rilevare è che le speranze di sviluppo (…) appaiono oggi molto lontane dalla realizzazione”. Un’osservazione disincantata tuttora attualissima che – stante l’impegno della Chiesa universale a servizio dei poveri – suscita la domanda se, dopo i ritardi sul Programma del Millennio, esista ora il rischio di un ridimensionamento della sfida globale alla fame e alla povertà. Ecco l’opinione di
padre Carmine Curci, direttore della rivista missionaria comboniana “Nigrizia”, intervistato da Alessandro De Carolis:
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R. – Io credo che Stati e governi non vorranno ridimensionare i loro impegni, ma rilanciare ancora una volta con delle nuove proposte. Non vogliono dire: “Ci siamo posti dei grandi obiettivi, ma in realtà abbiamo raccolto poco”. Preferiranno rilanciare con nuove idee. Ci troveremo quindi nel 2015 a riconsiderare ancora le cose.
D. – A questo punto, guardando al futuro del mondo e cioè ai bambini, due degli obiettivi che li riguardano principalmente appaiono a tutt’oggi due scommesse praticamente perdute: decine di milioni moriranno e, per moltissimi che ce la faranno, non vi sarà possibilità di istruzione. Cosa si può fare?
R. – Penso che dobbiamo sempre più guardare non ai governi ma alla base, alla società civile. Dobbiamo mobilitarci e spingere perché i governi facciano delle scelte. Queste scelte finora sono venute dall’alto. Ora dobbiamo ripensare a far partire queste scelte dal basso.
D. – Esistono dei modi in cui le singole persone, specialmente se credenti, possono collaborare al raggiungimento di obiettivi così importanti per tutta l’umanità?
R. – Come credenti siamo chiamati, anzitutto, a credere nella vita e questo significa concretamente rivedere il nostro stile di vita, impegnarci anche con un risparmio individuale per aiutare i popoli del sud del mondo. Vorrei citare un proverbio del Kenya: “Quando le formiche si mettono insieme, spostano un elefante”. Mettiamoci tutti insieme per spostare questo grande elefante della povertà e della miseria.
D. – Circa 20 anni fa, nella Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II, analizzando il panorama mondiale, con un sguardo tuttora molto attuale, affermava che la Chiesa “non può restare indifferente” di fronte alle piaghe della miseria, dell’analfabetismo, delle malattie. Come vedi l’impegno della Chiesa in relazione agli obiettivi del Millennio dell’ONU?
R. – E’ stata fatta un’inchiesta ed è stato chiesto in giro per il mondo: “Quali sono le istituzioni credibili?”. E non sono stati i governi o altre istituzioni. Molti hanno fatto riferimento alla Chiesa, in particolare alla Chiesa cattolica, come a una istituzione credibile. Ecco, noi dobbiamo giocarci e fra fruttificare questa credibilità, grazie a tanti impegni portati avanti da organizzazioni come la Caritas, come i Gruppi di base. Come Chiesa, dunque, siamo chiamati a lavorare dove veramente abbiamo
il nostro specifico: la gente.
D. – Dal tuo osservatorio privilegiato, orientato in particolare all’Africa, cosa hai notato in termini di miglioramento, o anche di peggioramento, in relazione al programma lanciato cinque anni fa dall’ONU, quindi dal 2000 ad oggi?
R. – Abbiamo fatto delle proiezioni da qui fino al 2015 e abbiamo notato come 247 milioni di persone in più rispetto ad oggi vivranno con meno di un dollaro. E’ una dato che ci preoccupa molto, ma d’altra parte notiamo un elemento positivo importante negli ultimi cinque anni: quello dell’impegno forte delle società civili africane a rispondere loro stesse alle sfide che le riguardano. In questo, secondo me, sta la grande speranza: il futuro dell’Africa sta realizzandosi proprio a partire dalla base e non dai governi o dai capi di Stato.
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Fonte: Radio Vaticana, 9 settembre 2005
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