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VANNO OLTRE IL PETROLIO LE RAGIONI DELLA GUERRA (MASSIMO PIVETTI)

 

n. 42 di Giano. Pace, ambiente e problemi globali. Settembre - dicembre 2002

L’aumento della spesa militare e la guerra si presentano come unico rimedio alla crisi del capitalismo, a meno di buttare a mare il neoliberismo.


1. Una guerra fortemente voluta e sostanzialmente accettata. Al di fuori degli Stati Uniti, ben pochi sembrano disposti a credere che il dittatore dell’Iraq costituisca “una minaccia per la sicurezza di tutte le nazioni libere, comprese quelle europee” (Bush). Ciò che nel resto del mondo tutti temono in queste settimane di dicembre sono le disastrose conseguenze della guerra a Saddam Hussein e dell’invasione dell’Iraq. La risoluzione 1441 sull’Iraq del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, presa com’è noto all’unanimità all’inizio di novembre, non ha ridotto ansie e paure dappertutto diffuse. Le ha piuttosto accresciute. Il senso di quella risoluzione, come ha osservato acutamente un cittadino danese in una lettera all’International Herald Tribune, non è infatti molto diverso dall’aver detto a qualcuno: “O ci fornisci le prove di essere un’incallita canaglia – per le quali naturalmente sarai punito – o non ce le fornisci, nel qual caso sarai severamente punito per non aver cooperato”. 

La risoluzione dell’Onu, insomma, ha praticamente garantito al 100 per cento che la guerra ci sarà: “Peccato per le Nazioni Unite” - concludeva la sua lettera il cittadino danese - “Morti e distruzioni a non finire ci stanno dinnanzi” (lettera del 12/11/02).
E’ un fatto che l’opposizione alla guerra manifestata prima della risoluzione del Consiglio di sicurezza da alcuni paesi importanti – Francia, Germania, Russia e Cina – appare oggi scarsamente credibile. Nell’ora della verità probabilmente essi taceranno o si accoderanno. Chirac e Schröder hanno già ottenuto ciò cui principalmente miravano con la loro opposizione alla politica americana verso l’Iraq: il primo mostrare, in patria e all’estero, che la Francia è ancora una nazione che conta; il secondo vincere le elezioni. Quanto a Russia e Cina, è ragionevole attendersi che al momento opportuno verranno tacitate con qualche cospicua contropartita materiale. Di Inghilterra, Italia e Spagna, sebbene per ragioni diverse, non vale neppure la pena parlare. A meno dunque di accadimenti oggi imprevedibili – come l’insorgere di una fortissima opposizione popolare - questa guerra così fortemente voluta dall’Amministrazione americana appare inevitabile.


Il desiderio di mettere le mani sulle riserve di petrolio dell’Iraq, da parte della cricca di uomini di affari da cui è composta l’attuale Amministrazione americana, è la causa prima dell’imminente guerra che viene subito alla mente di tutti coloro che non credono alla storia della guerra preventiva come indispensabile per liberare il mondo dalla minaccia degli arsenali di distruzione di massa di Saddam Hussein. In effetti sarebbe difficile non riconoscere il peso del petrolio iracheno nelle morti e distruzioni che ci stanno dinnanzi. Si tratta delle maggiori riserve di petrolio al mondo, subito dopo quelle dell’Arabia Saudita, e Bush & Co. hanno già dato prove sufficienti di non andare per il sottile nel perseguire quelli che ritengono essere i loro interessi. Ma i governi di molte altre nazioni industrializzate hanno stretto legami e stipulato importanti accordi economico-finanziari con l’Iraq di Saddam Hussein: è tutt’altro che ovvio che la guerra e l’invasione di quel paese da parte delle truppe anglo-americane arrecheranno loro dei vantaggi economici netti. La questione del controllo delle fonti energetiche, dunque, può difficilmente spiegare la sostanziale passività delle altre principali nazioni industrializzate nei confronti della condotta dell’Amministrazione americana – passività che sta giocando un ruolo decisivo nella rapida deriva verso la guerra.
In quanto segue vorrei cercare di mettere a fuoco le ragioni di questa passività, e quindi argomentare che dietro la guerra imminente non vi è solo bramosia per il petrolio iracheno. 

La sua ineluttabilità discende non solo dal fatto che essa è fortemente voluta dall’attuale Amministrazione americana, ma anche da ragioni che la fanno apparire opportuna al capitalismo avanzato nel suo complesso.
2. I “fallimenti del mercato” e le regole “idiote” del monetarismo. Disoccupazione, precarietà e miseria sono dappertutto in aumento. Anche negli Stati Uniti il periodo di vacche grasse è terminato ed in appena due anni il tasso di disoccupazione della forza lavoro è cresciuto del 50 per cento. Il caso degli Stati Uniti si somma ormai a quelli del Giappone (la cui economia si trova in deflazione-recessione da circa 10 anni) e dell’Europa (dove la disoccupazione non si è ridotta al diminuire delle cosiddette rigidità dei suoi mercati del lavoro) nel rendere sempre più arduo ai governanti e ai loro economisti continuare ad additare l’insufficiente flessibilità dei mercati del lavoro come causa prima dell’aumento della disoccupazione. Gli stessi fenomeni demografici stanno risentendo in misura crescente in Europa del diffuso clima di incertezza riguardo al futuro determinato da disoccupazione persistente e precarietà, nonché dallo smantellamento progressivo dello stato sociale attuato per lasciare spazio al mercato e all’iniziativa privata (si pensi al caso dell’Italia, dove il tasso di natalità è sceso sensibilmente al di sotto di quello necessario a mantenere la popolazione stazionaria).


Le privatizzazioni, dappertutto promosse con ottusa fiducia (anche il socialista Jospin, se passerà alla storia, lo farà in veste di le privatisateur, per aver appunto privatizzato in Francia quasi tutto il privatizzabile), non hanno dato i risultati di maggiore efficienza e crescita postulati dalla teoria e dall’ideologia dominanti. Qui non si tratta più solo degli sporchi e inaffidabili treni inglesi; né della questione più generale dell’insicurezza di tutti i principali sistemi privatizzati di trasporto. Si va ormai dalla rovina, in America e in Inghilterra, di centinaia di migliaia di persone vicine all’età della pensione, per il recente crollo della borsa e a seguito del drastico ridimensionamento dei sistemi pensionistici pubblici a ripartizione a favore di sistemi privati a capitalizzazione, ai disastrosi effetti sulle condizioni di vita dell’infanzia della Nuova Zelanda prodotti da programmi di deregolamentazione e privatizzazione varati circa vent’anni fa dal governo di quel paese (cfr. al riguardo Unicef, Innocenti Working Papers, No. 93-2002).


Nell’Unione europea, le regole “idiote” (così definite dallo stesso presidente della Commissione europea) del monetarismo, ispiratrici del trattato di Maastricht e del Patto di stabilità e crescita, hanno provocato e continuano a provocare solo stagnazione e degrado sociale, distruggendo buona parte di ciò che di meglio la civiltà europea era riuscita a realizzare con oltre un secolo di conflitti di classe e di riforme. In America latina, avidità capitalistica e liberalizzazione dei mercati hanno ridotto alla fame, insieme a buona parte della popolazione brasiliana, una popolazione già benestante come quella argentina - mentre i recenti cambiamenti politici in Brasile, Venezuela, Perù ed Ecuador, pur molto diversi tra loro per contenuti ed importanza, segnalano come sia in corso in quel continente una reazione di rigetto delle politiche neoliberiste.
Non si possono infine omettere da questo elenco di “fallimenti del mercato” proprio quelli che hanno maggiormente scosso e preoccupato i suoi ideologi.

Mi riferisco alla catena di macroscopici scandali finanziari che nel corso dell’ultimo anno ha fatto seguito negli Stati Uniti ai casi Enron-Andersen: per alcuni mesi chi voleva ha potuto vedere con nitidezza fino a che punto il cuore stesso del capitalismo e del mercato sia intriso di frode e sfrenata cupidigia. Si può dire, concludendo questa panoramica sullo stato delle cose, che i guasti provocati su scala mondiale da un lungo periodo di deregolamentazione dei mercati hanno finito per diventare ogni giorno più evidenti. Essi hanno cominciato a generare le prime reazioni di rigetto dell’ideologia dominante.
3. La guerra come rimedio. In una situazione che fosse sgombra da minacce planetarie largamente inventate e da mobilitazioni generali contro di esse, i guasti e i fallimenti economici e sociali appena ricordati occuperebbero attualmente il centro dell’attenzione internazionale, seriamente minacciando il dominio pressoché incontrastato degli interessi del capitale quale si è andato affermando nel corso dell’ultimo ventennio. Va tenuto presente che questo dominio non avrebbe potuto stabilirsi senza l’orientamento favorevole al mercato che ha finito per prevalere anche all’interno dei partiti di sinistra e degli stessi sindacati dei lavoratori. Ora, in una situazione normale, non inquinata cioè dalla mobilitazione generale contro il terrorismo internazionale e gli “Stati canaglia”, sarebbe piuttosto difficile per la politica, in primo luogo per i partiti di sinistra, resistere alle pressioni esercitate dal crescente disagio sociale, senza ricorrere a svolte marcatamente autoritarie dall’esito incerto.
Vanno poi considerati gli effetti economici della mobilitazione bellica in atto - più in generale della nuova strategia Usa basata sulla nozione di “guerre preventive”. 

Se per un verso l’essere riuscito a portare le sinistre e buona parte dei sindacati dei lavoratori su posizioni neoliberiste può essere ritenuto il maggiore successo del capitalismo dai tempi di Adam Smith, per un altro le implicazioni di questo successo per il buon funzionamento del capitalismo stesso sono lungi dall’essere tutte positive – non c’è da stupirsene, trattandosi com’è noto di un modo di produzione ricco di contraddizioni. Le riduzioni della quota dei salari nel valore aggiunto, gli interventi redistributivi a favore dei più ricchi, le privatizzazioni e i tagli delle spese sociali sono tutti fattori che hanno agito negativamente sull’espansione della produzione e dell’occupazione, finendo per bloccare anche la crescita della massa dei profitti. Macroscopici aumenti delle spese militari, come quelli già decisi nell’autunno del 2001 e di nuovo nell’autunno di quest’anno dall’amministrazione Bush, possono giocare un ruolo decisivo, sia attraverso i loro effetti moltiplicativi sulla produzione che attraverso le innovazioni tecniche indotte dallo sviluppo di nuove armi, nell’impedire che si passi dalla presente situazione di stagnazione ad una di generale recessione.
In queste ultime settimane dell’anno la prospettiva della guerra contro l’Iraq è presentata sulla stampa internazionale come un possibile ostacolo alla ripresa economica, per l’aumento del prezzo del petrolio che essa provocherebbe e per i suoi effetti sul bilancio pubblico americano. Ma il primo sarebbe molto probabilmente un fenomeno di breve durata; quanto ai secondi, ortodossia finanziaria e pareggio del bilancio rappresentano di fatto l’ultima preoccupazione dei governi americani: la crescita è il loro primo obiettivo, rappresentando essa, in un paese a sovranità illimitata come gli Stati Uniti, la condizione fondamentale del consenso politico interno. Ciò è del resto ben illustrato dall’attuale politica di riduzione delle imposte, perseguita dall’amministrazione americana nonostante i forti aumenti delle spese militari.


Il resto del mondo capitalistico sviluppato sta attendendo con trepidazione da mesi una ripresa dell’economia americana. Nel corso degli ultimi due anni ministri e governatori delle banche centrali l’hanno di continuo annunciata come imminente, venendo di continuo smentiti dai fatti. Dai principali governi del resto del mondo non è dunque ragionevole attendersi alcuna seria resistenza alla guerra, dovendo ormai esser loro sufficientemente chiaro che, a meno di buttare a mare il neoliberismo, non rimane altra possibilità di scongiurare la recessione.

 

 

 

 

 

 

 

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