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RADICI
E
RAGIONI
DEL
MOVIMENTO
NO
GLOBAL(VITTORIO
SARTOGO)
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-
PRIMA
PARTE
-
n.
38
di
Giano.
Pace,
ambiente
e
problemi
globali.
Maggio
-
giugno
2001
La
critica
di
massa
del
capitalismo
e
della
globalizzazione
"ha
cambiato
in
pochi
anni
l’agenda
politica
del
mondo".
Dobbiamo
studiarne
le
radici
e
comprenderne
le
ragioni.
1
–
Molte
cose
sono
state
scritte
sulle
radici
del
movimento
antiglobalizzazione
o,
come
sarebbe
meglio
dire,
del
popolo
di
Porto
Alegre1.
Desta,
anzi,
una
certa
curiosità
la
circostanza
che
"Il
Sole
24
Ore"2
abbia
addirittura
tracciato
un
parallelo
storico
con
la
"contestazione"
dei
catari,
nel
XII
e
XIII
secolo.
I
catari,
i
puri,
gli
albigesi
insomma,
invitavano
alla
disobbedienza,
disprezzavano
l’arricchimento
fine
a
se
stesso,
cercavano
la
difesa
della
natura.
Furono
poi
sconfitti,
nel
1209,
da
una
crociata
mossa
appositamente
contro
di
loro.
Sorprendente
parallelismo,
con
i
toni
da
crociata
che
sono
stati
usati
contro
il
movimento
a
Genova
e
dopo.
L’articolo
è
però
significativo
perché,
in
conclusione,
afferma
che
"il
fenomeno
anti
global
non
si
esaurisce
in
un
problema
di
ordine
pubblico
e
i
vertici
mondiali
non
saranno
più
agibili
in
remoti
castelli
tra
i
monti,
ma
deve
essere
studiato
nelle
sue
radici
profonde
affinché
i
mutamenti
che
costituiscono
l’essenza
stessa
della
storia
siano
sempre
più
percepiti
con
lungimiranza
e
capacità
previsionale".
E
sono
stati
tirati
in
ballo,
nella
ricerca
degli
antecedenti
del
movimento,
Kant
e
Rousseau,
Thoreau
e
Marx,
Gandhi
e
i
luddisti,
in
una
sorta
di
galleria
della
disobbedienza,
da
Adamo
a
Seattle.
Altri,
invece,
negano
che
esistano
precedenti
perché
"un
movimento
di
tale
vastità
e
consonanza
non
è
mai
esistito.
Quella
di
adesso
è
una
svolta,
non
so
se
epocale.
Certo,
la
democrazia
contemporanea
è
in
crisi
e
questo
movimento
ha
una
forza
dirompente:
in
pochi
anni
è
riuscito
a
cambiare
l’agenda
politica
del
mondo"3.
Insomma,
vi
è
materia
sufficiente
per
cercare
di
comprendere
meglio
la
nascita,
il
venire
alla
luce,
e
quindi
le
ragioni,
di
questo
movimento
di
critica
della
moderna
società
capitalistica.
Un
movimento
sociale
–
secondo
la
definizione
di
Alain
Touraine4
–
è
tale
se
è
contemporaneamente
un
conflitto
sociale
e
un
progetto
culturale.
Se,
quindi,
mira
alla
vittoria
su
di
un
avversario
sociale
in
nome
della
realizzazione
di
valori
culturali.
Ovviamente,
si
dovrà
discutere
se
questi
valori
sono,
in
effetti,
quelli
della
modernità,
e
cioè
per
noi
i
valori
della
società
industriale
Tale
mi
sembra,
per
esempio,
la
contraddizione
messa
in
luce
da
Luigi
Cavallaro5,
cui
è
seguito
un
importante
dibattito
sulle
pagine
de
"Il
Manifesto",
che
merita
di
proseguire
nei
prossimi
numeri
anche
su
"Giano",
per
contribuire
a
delineare
quella
prospettiva
alternativa
che
così
fortemente
sollecita
il
movimento
stesso.
In
questi
appunti
mi
limiterò
ad
annotare
alcuni
temi
di
ricerca
per
una
discussione
che
deve
essere
meno
episodica
e
meno
legata
ai
singoli
eventi.
Senz’alcuna
pretesa
di
completezza
ed,
anzi,
sottolineando
fin
d’ora
la
parzialità
di
annotazioni
che
muovono
da
un’esperienza
sostanzialmente
vissuta
nell’ambito
della
cultura
ecologica.
2
–
I
movimenti
ambientalisti,
pacifisti,
femministi,
ecc.
che
confluiscono
nel
movimento
anti
globalizzazione,
nascono
evidentemente
in
differenti
momenti
storici
e
in
relazione
ad
eventi
anche
molto
diversi,
ma
assumono
un
particolare
rilievo
nel
corso
degli
anni
Sessanta.
Le
differenze
tra
essi
continueranno
ad
essere
notevoli;
si
può
tuttavia
affermare
che
in
quegli
anni
appare
comune
la
radice
della
presa
di
coscienza
della
situazione
critica,
per
i
diritti
umani
e
per
un
corretto
rapporto
con
la
natura,
che
viene
determinandosi
con
lo
sviluppo
capitalistico,
avvertito
come
"insostenibile"
per
sé
e
per
le
future
generazioni.
Secondo
la
definizione6
che
ne
darà
l’apposita
Commissione
dell’Onu
nel
1987.
La
rapina
e
lo
spreco
delle
risorse
naturali;
i
pericoli
derivanti
dall’inquinamento
e,
innanzi
tutto,
la
certezza
della
gravità
dell’inquinamento
radioattivo
a
seguito
delle
esplosioni
nucleari;
la
progressiva
distruzione
delle
lingue,
delle
culture
e
dei
modi
di
vita
estranei
al
modello
occidentale;
i
pericoli
di
guerra;
l’urbanizzazione
selvaggia
e
la
creazione
delle
bidonvilles
e
delle
megalopoli;
l’autoritarismo
e
il
maschilismo
che
permeano
le
società
che
si
definiscono
democratiche,
conducono
ampi
gruppi
di
persone
a
ritenere
che
sia
opportuno
porre
dei
limiti,
un
freno,
alla
continua
crescita
in
termini
quantitativi
dei
beni
a
disposizione
di
una
piccola
arte
dell’umanità.
Non
soltanto
perché
si
comincia
a
riflettere
sulla
circostanza,
non
del
tutto
banale,
del
possibile
esaurimento
delle
risorse
fisiche
–
e
in
ogni
caso
sulla
necessità
di
non
rendere
invivibile
il
pianeta
liberando
sostanze
nocive,
o
agendo
senza
tenere
conto
dei
processi
naturali
–
quanto
perché
si
ritiene
possa
esserci
una
più
ampia
capacità
di
affermazione
di
sé,
di
crescita
civile
e
culturale,
di
libertà,
se
si
esce
dai
vincoli
dei
modi
di
pensare
e
di
vivere
dominanti
(
successivamente
definiti
come
"pensiero
unico")
e
si
utilizzano
tutte
le
molteplici
opportunità
che
è
possibile
perseguire
quando
non
si
resta
legati
e
vincolati
ad
un
unico
schema.
Nel
1967
il
filosofo
e
pacifista
Bertrand
Russel
crea
il
Tribunale
per
i
crimini
di
guerra
nel
Vietnam
perpetrati
dagli
Stati
Uniti,
facendolo
presiedere
a
Jean
Paul
Sartre.
Nel
1968
nasce
il
movimento
studentesco
che
svelerà
l’autoritarismo,
la
violenza,
l’unidirezionalità
della
società
capitalistica
moderna
determinando
una
radicale
contestazione
degli
assetti
politici
e
culturali
e
delle
stessa
attività
delle
sinistre
nei
rispettivi
paesi.
Alcuni,
come
Bertrand
Cassen7,
direttore
di
Le
Monde
Diplomatique
e
presidente
dell’associazione
Attac,
ritengono
che
"il
Sessantotto
non
ha
niente
a
che
vedere
con
il
movimento
di
oggi.
Era
soltanto
una
rivolta
generazionale
contro
i
padri
e
in
pieno
accordo
con
il
capitalismo
e
il
consumismo.
Allora
c’era
una
fiducia
nel
progresso
che
non
c’è
più".
Penso,
invece,
che
il
Sessantotto
sia
stato
un
momento
decisivo
di
critica
della
cultura
e
del
pensiero
dominanti
(e
dei
modi
di
trasmissione
e
utilizzazione
gerarchica
del
sapere)
da
parte
di
studenti,
operai
e
donne.
Cioè,
da
parte
di
chi
per
definizione
non
sa,
di
chi
non
è
pagato
per
pensare,
e
di
chi
si
dubita
addirittura
che
possa
pensare.
Si
affermò
allora
l’idea
e
la
pratica
di
un
pensiero,
critico
della
situazione
data,
che
mi
sembra
il
passo
indispensabile
perché
possa
nascere
un’idea
di
futuro
non
utopistica
ma
fondata
sul
sapere
sedimentatosi
nella
società.
Foucault
e
Basaglia
sono
i
primi
nomi
che
mi
vengono
in
mente,
il
loro
pensiero
e
la
loro
esperienza
di
svelamento
e
contestazione
dell’innaturalità
delle
pratiche
manicomiali
e,
parallelamente,
delle
forme
pervasive
di
controllo
sociale,
fanno
appunto
parte
di
un
movimento
che
costituì
una
profonda
frattura
nella
società
d’allora.
In
ogni
caso,
il
Sessantotto
ebbe
una
grandissima
rilevanza
nella
nascita
delle
culture
verdi8.
Forse,
la
maggiore
differenza
è
data
dal
fatto
che
inevitabilmente
il
Sessantotto
era
portato
a
mettere
in
primo
piano
il
singolo
individuo,
ed
anche
il
movimento
o
la
lotta
erano
visti
in
qualche
modo
funzionali
alla
affermazione
di
sé.
Un
esito
derivante
probabilmente
dalla
sostanziale
compattezza
sociale
e,
direi,
antropologica,
del
movimento.
Sotto
questo
profilo
non
c’è
dubbio
che
il
popolo
di
Seattle
è
più
eterogeneo,
più
ampio
e,
credo,
meno
permeato
di
individualismo;
e,
a
causa
di
ciò,
sembra
più
forte
e
più
in
grado
di
durare
nel
tempo
e
di
imprimere
una
svolta
.
Dal
punto
di
vista
della
nascita
del
movimento
verde,
il
più
importante
stimolo
venne
allora
senz’altro
dalla
ricerca
di
R.
Carson9
sui
danni
provocati
dall’uso
del
Ddt
in
agricoltura.
Gli
anni
Settanta
furono
il
tempo
della
affermazione
delle
nuove
idee:
il
22
aprile
1970
è
proclamato
Earth
Day;
il
6
giugno
1972
si
apre
a
Stoccolma
la
Conferenza
delle
Nazioni
Unite
sull’ambiente
umano.
Nello
stesso
anno
sono
pubblicati
libri
notissimi:
Il
cerchio
da
chiudere
di
B.
Commoner
e
La
morte
ecologica
di
E.
Goldsmith
e
R.
Allen,
nonché
il
famosissimo
Rapporto
del
MIT,
Limiti
allo
sviluppo,
curato
da
D.
Meadows
e
altri.
Nel
1976
Adelphi
pubblicherà
Verso
un
ecologia
della
mente
di
G.
Bateson.
In
Italia
nascono,
tra
il
1966
e
il
1970,
le
maggiori
associazioni
ambientaliste:
Wwf
Italia
e
Amici
della
Terra
Italia,
originarie
dei
Paesi
anglosassoni
e
Lega
dell’ambiente
dell’Arci.
Nel
1970,
il
presidente
del
Senato
A.
Fanfani
insedia
la
Commissione
speciale
per
l’ecologia;
nel
1971,
il
Pci
organizza
il
Convegno
Uomo
natura
e
società;
nel
1972
è
pubblicato
da
Einaudi
il
libro
di
D.
Paccino,
L’imbroglio
ecologico10.
3
–
Una
delle
caratteristiche
specifiche
dei
movimenti
verdi,
pacifisti,
femministi
è
quella
di
cercare
sempre
di
mettere
in
chiaro
quali
siano
i
presupposti
da
cui
parte
ogni
discorso
e
ogni
pratica,
di
divulgare
elementi
di
conoscenza
e
di
sapere,
di
individuare
le
connessioni
esistenti
tra
i
fatti.
Connessioni
in
genere
sottaciute,
e
spesso
deliberatamente
nascoste,
o
per
impulso
ideologico
(per
lasciare
le
decisioni
a
coloro
che
"sanno"),
o
anche
più
semplicemente
per
arroganza
di
status,
quando
si
presume
di
non
dover
tenere
conto
dei
limiti
delle
proprie
conoscenze.
I
movimenti
si
presentano
cioè
con
una
spiccata
tendenza
a
diventare
essi
stessi
soggetti
di
conoscenza,
o
almeno
diffusori
sociali
di
conoscenze
(esperienza
delle
Università
verdi
e
non
solo).
In
parte,
essi
sono
necessitati
dall’esigenza
pratica
di
controbattere
le
tesi
correnti,
in
genere
di
fronte
a
un
pubblico
partecipe,
in
parte
perché
sono
consapevoli
di
quanto
anche
il
pensiero
scientifico,
comunque
le
tecnologie,
dipendano
dalle
circostanze
nelle
quali
si
sviluppano.
Ciò
spinge
le
istanze
democratiche
insite
in
questi
movimenti
a
polemizzare
con
le
accademie
e
gli
ordini
professionali,
con
gli
esperti
insomma,
che
sempre
si
rivelano
essere
molto
di
parte,
e
anche
con
gli
scienziati
più
autorevoli
quando
nascondono
le
relazioni
che
legano
le
attività
di
ricerca
al
potere
politico
o
a
quello
economico,
o
quando
pretendono
di
sottrarre
al
confronto
delle
opinioni
la
scienza
(e
magari
pertinenti
a
campi
di
ricerca
assai
lontani
dai
propri,
rispetto
ai
quali
possono
porsi
al
massimo
alla
pari
di
tanti
altri
uomini
di
cultura).
E’
assai
sintomatico
che
Linus
Pauling
riceva
nel
1963
il
suo
secondo
premio
Nobel
per
l’impegno
a
difesa
della
pace
e
che
firmi
nel
1992
il
manifesto
degli
scienziati
contro
l’impostazione
radicale
del
movimento
ecologista
che
stava
organizzando
il
Contro
summit
della
Terra
a
Rio
de
Janeiro.
Sono
presenti
in
questi
atteggiamenti
dei
movimenti,
ovviamente,
molte
componenti:
la
scelta
anti
autoritaria
e
per
una
maggiore
giustizia
e
democrazia,
la
considerazione
dei
limiti
intrinseci
delle
risposte
tecnologiche
ai
problemi
sociali,
ricollegandosi
del
resto
a
importanti
correnti
filosofiche
del
Novecento;
molto
spesso
l’incapacità
del
pensiero
tecnologico
di
dominare
le
conseguenze
da
esso
stesso
prodotte,
incapacità
amplificata
dalla
torsione
a
favore
del
profitto;
la
convinzione
di
dover
mettere
in
luce
e
valorizzare
le
differenze
(biologiche,
di
genere,
culturali);
ecc.
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