QUALE COMUNICAZIONE? (JOSE' SARAMAGO)
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Fonte: Le Monde Diplomatique, dicembre 1998
Grazie all'espansione di Internet, le nuove tecnologie della comunicazione sono in fase di notevole ascesa. Questo modo nuovo di trasmettere messaggi favorisce gli scambi brevi e le conversazioni epistolari, in particolare attraverso la messaggeria elettronica; e moltiplica in maniera esponenziale la massa della informazioni disponibili. Una realtà a un tempo affascinante e inquietante. Affascinante perché sono ormai a portata di mano trasformazioni molto positive nel campo dell'educazione e della formazione, che potrebbero cambiare la sorte delle popolazioni più povere del pianeta. Inquietante perché si prospetta un mondo sul quale incombono minacce di
manipolazioni e di disumanizzazione. Due grandi scrittori e premi Nobel della letteratura riflettono sulle problematiche nate dall'esplosione delle tecnologie della comunicazione, e si chiedono come resistere senza sprofondare nell'arcaismo.
di José Saramago *
Un grande filosofo spagnolo del XIX secolo, Francisco Goya, più noto come pittore, scrisse un giorno: "Il sonno della ragione genera mostri". Nel momento in cui esplodono le tecnologie della comunicazione ci si può chiedere se esse non stiano generando sotto i nostri occhi mostri di nuovo tipo. Certo, queste nuove tecnologie sono esse stesse il frutto della riflessione, della ragione. Ma è desta questa ragione? Desta nel vero senso del termine, cioè attenta, vigile, critica, ostinatamente critica? O è una ragione sonnolenta, addormentata, che al momento di inventare, di creare, di immaginare, sbanda e inventa, immagina, crea effettivamente
mostri? Alla fine del XIX secolo, quando la ferrovia si impose come una grande conquista in materia di comunicazioni, alcuni profeti di sventure si affrettarono ad affermare che questa nuova macchina era terrificante, che i viaggiatori sarebbero morti asfissiati nei tunnel. Altri sostenevano che una velocità superiore a 50 km l'ora avrebbe fatto schizzare il sangue dalle narici e dalle orecchie dei viaggiatori e provocato la morte tra orrende convulsioni. Erano i soliti apocalittici, i pessimisti di professione che hanno sempre dubitato della ragione e del progresso, dai quali, secondo certi oscurantisti, non ci si può aspettare nulla di buono.
Anche se hanno fondamentalmente torto, dobbiamo però ammettere che spesso il progresso è contemporaneamente buono e cattivo. Il treno, ad esempio, è ovviamente buono quando ci conduce nel luogo delle nostre vacanze, o trasporta le merci di cui abbiamo bisogno; non lo è quando convoglia i deportati ai campi di sterminio o trasporta armi da guerra. Non diversamente dal treno, Internet è una tecnologia, di per sé né buona né cattiva. Potremo giudicarla soltanto a seconda dell'uso che ne verrà fatto. Per questo, la ragione non può addormentarsi, oggi meno che mai. Se si venisse a sapere che qualcuno riceve ogni giorno al proprio
indirizzo 500 giornali del mondo intero, si direbbe probabilmente che è un pazzo. E con ragione. Chi, se non un pazzo, può proporsi di leggere ogni giorno 500 giornali? Dovrebbe leggerne uno ogni tre minuti, cioè più di venti all'ora, e questo ventiquattr'ore su ventiquattro ... Molti dimenticano questo fatto evidente quando fremono di soddisfazione annunciando che ormai, grazie alla rivoluzione digitale, possiamo ricevere 500 canali TV. Come potranno 500 canali TV informarci meglio dei 500 giornali, che è materialmente impossibile leggere? Il fortunato utente dei 500 canali sarà colto inevitabilmente da una sorte di febbrile impazienza, che nessuna immagine potrà placare. Si smarrirà all'infinito nel
vertiginoso labirinto di uno zapping permanente. Consumerà immagini, ma non sarà più informato. Si dice a volte che un'immagine vale mille parole. Ma non è vero. Le immagini spesso hanno bisogno di un testo esplicativo, se non altro per farci meglio riflettere sul significato di alcune di esse, di cui la TV si nutre fino al parossismo. Lo si è potuto constatare d esempio alcuni anni fa, in occasione dell'ultima tappa del Giro di Francia, allo sprint finale dei Champs Elisées, quando abbiamo assistito in diretta alla spettacolare caduta di Abdoujaparov.
Abbiamo visto questa scena come avremmo potuto vedere, per strada, una persona investita da una macchina; ma con la differenza che l'automobile avrebbe rovesciato la persona una sola volta; e pur essendo testimone dell'episodio, non avrei potuto a meno di essere un vero e proprio sadico far tornare indietro la macchina per ripetere la scena dell'incidente. In tv abbiamo potuto rivedere trenta volta la caduta accidentale di Abdoujaparov; grazie alle mille nuove possibilità della tecnica, l'abbiamo vista con e senza zoom, ripresa dall'alto verso il basso e dal basso verso l'alto, da un'angolazione e da quella opposta, in travelling, di fronte e
di profilo ... e poi, interminabilmente, al rallentatore. Si poteva vedere il corridore cadere dalla sua bicicletta, poi il viso che si avvicinava a poco a poco a terra, il corpo nel momento in cui toccava l'asfalto, si torceva dal dolore ...
A ogni ripresa apprendevamo qualcosa di più sulle circostanze della caduta, sul come e sul perché dell'incidente, la velocità, le conseguenze ecc.; ma ogni volta la nostra sensibilità era un po' più smussata. L'episodio era divenuto qualcosa di freddo.
Non apparteneva più alla vita ma allo spettacolo: era cinema.
Volta per volta, si rivedeva quella caduta col distacco di un cinefilo che seziona una sequenza di un film d'azione. Le riprese hanno finito per uccidere la nostra emozione.
Ci dicono che grazie alle nuove tecnologie stiamo arrivando ormai alla comunicazione totale. L'espressione è ingannevole: ci fa credere che la totalità degli esseri umani del pianeta abbia ormai la possibilità di comunicare. Purtroppo non è così. Non più del 3% della popolazione del globo ha accesso a un computer; e Internet è utilizzato da una percentuale ancora minore.
L'immensa maggioranza dei nostri fratelli umani ignora persino l'esistenza di queste nuove tecnologie; e al momento attuale continua a non disporre neppure delle conquiste elementari della vecchia rivoluzione industriale: acqua potabile, luce elettrica, scuole, ospedali, strade, ferrovie, frigorifero, automobile ecc. E se non si fa nulla, anche l'attuale rivoluzione informatica si compirà senza di loro.
L'informazione ci rende più sapienti e più saggi soltanto quando ci avvicina agli altri esseri umani. Ora, con la possibilità di accedere a distanza a tutti i documenti di cui possiamo aver bisogno, aumenta il rischio della disumanizzazione. E dell'ignoranza. La chiave della cultura non risiede ormai più nell'esperienza e nel sapere, bensì nella facoltà di cercare l'informazione attraverso i molteplici canali e giacimenti offerti da Internet. Si può disporre di tutta l'informazione possibile e contemporaneamente ignorare il mondo, non sapere in quale universo sociale, economico e politico si vive. Allora la comunicazione cessa di essere una forma di comunione. Come non rimpiangere la comunicazione reale,
diretta, da persona a persona? Presto avremo nostalgia della vecchia biblioteca: uscire di casa, fare un tratto di strada, entrare, salutare, sedersi, chiedere un libro, prenderlo in mano, sentire il lavoro del tipografo, del rilegatore, percepire le tracce dei lettori precedenti, le loro dita che hanno voltato queste pagine, palpare i segni di un'umanità che ha fatto scorrere lo sguardo di generazione in generazione ...
Assistiamo allucinati all'avverarsi dell'incubo preannunciato dalla fantascienza: ciascun individuo rinchiuso nel suo appartamento, isolato da tutto e da tutti nella più orrenda solitudine, ma collegato a Internet e in comunicazione con l'intero pianeta. La fine del mondo materiale, dell'esperienza, del contatto concreto, carnale ... La dissoluzione dei corpi.
A poco a poco ci sentiamo fagocitati dalla realtà virtuale. La quale, contrariamente a quanto si asserisce, è vecchia come il mondo, vecchia come i nostri sogni. E i nostri sogni ci hanno portato in universi virtuali straordinari, affascinanti: continenti nuovi e sconosciuti, dove abbiamo vissuto esperienze eccezionali, avventure, amori, pericoli. E talvolta anche incubi.
Contro i quali Goya ci ha messo in guardia. Ciò non significa però che si debbano mettere le briglie all'immaginazione, alla creazione e all'invenzione. Perché questo si paga sempre molto caro.
E' piuttosto una questione di etica. Qual è l'etica di chi vuole ad ogni costo vincere la battaglia delle nuove tecnologie per trarne il massimo profitto personale, come Bill Gates e Microsoft? Qual è l'etica dei raiders e dei golden boys, che si servono delle più avanzate tecnologie delle comunicazione per speculare in borsa rovinando interi stati, o costringendo al fallimento centinaia di imprese nel mondo? Qual è l'etica dei generali del Pentagono, che approfittando dei progressi delle immagini di sintesi programmano più efficacemente i loro missili Tomahawk, e hanno potuto così seminare la morte nelle città dell'Iraq?
In maggioranza, i cittadini sono impressionati, intimiditi dai discorsi modernisti e tecnicisti. Perciò si arrendono, non si oppongono più, accettano di adattarsi al nuovo mondo, che ci viene annunciato come inevitabile. Sono passivi, inerti, se non complici. Danno l'impressione di aver rinunciato. Rinunciato ai loro diritti e ai loro doveri. In particolare al dovere di protestare, di insorgere, di ribellarsi. Come se lo sfruttamento fosse scomparso e la manipolazione delle menti fosse stata ormai bandita. Come se il mondo fosse governato da babbei. Come se all'improvviso la comunicazione fosse una faccenda tra angeli.
(Questo testo riprende gli spunti essenziali di una Conferenza inedita dell'autore, pronunciata ad Alicante (Spagna) il 29 marzo 1995 nell'ambito di un Seminario su "Le nuove tecnologie e l'informazione del futuro" organizzata dalla Fondazione culturale della Caja de Ahorros del Mediterraneo, CAM. José Saramago rammenta questa conferenza nel suo libro Cadernos de Lanzarote. Diario III, Caminho edit., Lisbona, 1997.) (Traduzione di P.M.)
note:
* Scrittore portoghese, autore, tra l'altro, di Storia dell'assedio di Lisbona (1992), Il Vangelo secondo Gesù Cristo (1993) e Viaggio in Portogallo (1996), editi da Bompiani, e La zattera di pietra (1997), Einaudi. Premio Nobel per la letteratura 1998.
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