Pensate
a
un
mondo
senza
marchi.
Una
volta
esisteva,
ora
esiste,
più
o
meno,
nelle
parti
più
povere
del
pianeta.
Un
mondo
senza
i
rumorosi
spot
televisivi,
senza
i
bruttissimi
cartelloni
pubblicitari,
senza
McDonald's.
Basta
però
dare
la
libertà
e
un
po?
di
soldi
che
la
gente
fugge
da
questo
paradiso.
Cercano
la
birra
Bud
invece
del
vino
locale,
lasciano
le
loro
magliette
senza
nome
per
quelle
di
Gap
o
della
Ralph
Lauren,
preferiscono
le
Marlboro
alle
sigarette
prodotte
nei
campi
vicino
a
casa.
Cosa
si
deduce
da
ciò?
Che
le
persone
sono
solo
pedine
mosse
dalle
grandi
compagnie
con
le
enormi
campagne
pubblicitarie?
Oppure
che
i
marchi
danno
qualcosa
che
la
gente
considera
meglio
di
ciò
che
avevano
prima?
Naomi
Klein
ha
sostenuto,
in
altri
termini,
la
"teoria
delle
pedine"
nel
suo
bestseller
"No
Logo",
il
libro
che
è
diventato
la
bibbia
del
movimento
no
global.
Ella
sostiene
che
l'ubiquità
e
il
potere
della
pubblicità
riducano
la
possibilità
di
scelta
del
cittadino;
secondo
la
Klein
le
multinazionali
producono
a
basso
costo
sfruttando
i
lavoratori
(magari
minorenni)
del
terzo
mondo,
e
distribuiscono
le
merci
con
il
marchio
eliminando
le
differenze
locali
e
obbligando
quindi
a
una
grigia
omogeneità
culturale
tutto
il
mondo.
I
marchi
sono
diventati
una
parte
importantissima
del
capitalismo
internazionale.
Al
di
fuori
degli
Stati
Uniti,
sono
il
simbolo
del
potere
americano,
perché
la
maggior
parte
dei
marchi
più
conosciuti
nel
mondo
sono
appunto
statuinitensi.
Le
multinazionali
sono
poi
accusate
di
distruzione
dell'ambiente,
inquinamento,
violazioni
dei
diritti
umani
e
sfruttamento
del
lavoro
minorile.
Ma
a
parte
le
colpe
delle
compagnie
cose
nessuno
si
chiede
perché
i
marchi
siano
una
cosa
di
per
sé
negativa.
I
marchi
sono
nati
non
come
una
forma
di
sfruttamento,
ma
come
un
modo
per
proteggere
i
consumatori.
Nella
società
preindustriale
ad
esempio,
la
gente
sapeva
esattamente
a
cosa
andava
incontro
quando
comprava
una
bistecca,
perché
sapeva
esattamente
di
quale
macellaio
fidarsi;
ma
quando
la
gente
si
è
spostata
nelle
città
ha
perso,
almeno
in
parte,
questa
possibilità.
Un
marchio
però
poteva
garantire
qualità
e
affidabilità.
Il
suo
proprietario
era
incentivato
ad
assicurare
che
la
sua
carne
(Manzotin
per
esempio)
era
buona
e
sana
come
quella
precedente,
perché
questo
era
un
modo
per
convincere
le
persone
a
comprarne
ancora.
Nell'epoca
della
globalizzazione
e
di
internet,
il
valore
dei
marchi
è
aumentato.
Un
lettore
preferirà
affidarsi
al
conosciutissimo
marchio
Amazon
per
acquistare
libri
su
internet,
piuttosto
che
ad
un
altro
sito
sconosciuto
e
potenzialmente
poco
affidabile;
così
come
un
Americano
difficilmente
si
fida
di
un
acqua
italiana
che
non
sia
la
San
Pellegrino.
Poiché
la
fiducia
del
consumatore
sta
alla
base
del
valore
del
marchio,
le
compagnie
che
possiedono
i
marchi
hanno
un
enorme
interesse
a
lavorare
per
non
deludere
questa
fiducia.
E
il
fatto
che
il
successo
dei
marchi
dipenda
essenzialmente
dalla
fiducia
e
dalla
qualità
di
un
prodotto
significa
che
i
consumatori
ne
hanno
assai
bisogno.
I
servizi
pubblici
sono
tutti
"No
Logo".
Questo
perché
i
marchi
hanno
valore
solo
dove
i
consumatori
hanno
possibilità
di
scelta
e
questa
libertà
è
molto
rara
quando
si
parla
di
servizi
pubblici.
Anche
se
esistono
certi
casi
di
"quasi-marchi".
Penso
ad
esempio
ad
università
o
scuole
prestigiose
(come
la
Bocconi
o
il
Leone
XIII
di
Milano),
che
danno
ai
cittadini
che
possono
scegliere
(
e,
purtroppo,
non
tutti
possono
farlo
completamente
per
motivi
economici)
una
garanzia
di
qualità
in
più.
La
assenza
di
marchi
negli
altri
settori
pubblici
riflette
un
mondo
come
quello
della
vecchia
Unione
Sovietica
in
cui,
non
solo
non
c'erano
marchi,
ma
la
scelta
del
consumatore
aveva
un
ruolo
pressoché
inesistente.
I
marchi
sono
lo
strumento
attraverso
il
quale
le
compagnie
cercano
di
costruire
e
di
ricercare
la
fiducia
dei
consumatori.
E
poiché
questo
spesso
richiede
costose
campagne
pubblicitarie
e
un
buon
marketing,
un
forte
"brand"
può
aumentare
i
prezzi
delle
sue
merci.
Ma
non
a
livelli
inaccessibili:
i
marchi
scompaiono
come
cambiano
i
gusti
(la
Nescafé
per
esempio
sta
crollando
mentre
la
Starbucks
sta
prendendo
piede);
la
moda
può
far
rinascere
un
marchio
che
sembrava
moribondo
(pensiamo
per
esempio
al
mercato
dell'automobile
con
la
Nuova
Mini
Cooper
o
il
New
Beetle);
e
la
qualità
del
servizio
ancora
conta
(come
per
esempio
la
già
citata
Amazon).
Molti
marchi
sono
sul
mercato
da
più
di
un
secolo,
ma
negli
ultimi
4
lustri
se
ne
sono
visti
molti
nascere
e
diventare
nomi
famosi
in
tutto
il
mondo
come
la
Nokia
o
la
Microsoft.
Adesso
il
ruolo
dei
marchi
sta
un
pò
cambiando:
sempre
di
più
la
gente
paga
di
più
per
un
marchio
perché
sembra
rappresentare
uno
stile
i
vita
o
un
insieme
di
idee
(marchi
come
la
Polo
Ralph
Lauren
o
come
il
Body
Shop).
Tuttavia
l'altro
lato
del
potere
e
dell'importanza
di
un
marchio
è
la
sua
crescente
vulnerabilità.
A
causa
della
sua
importanza
per
una
compagnia,
il
marchio
deve
essere
sostenuto
e
protetto.
Una
campagna
pubblicitaria
sbagliata,
un
calo
della
qualità
o
uno
scandalo
che
riguarda
lazienda
può
distruggere
una
compagnia
e
il
suo
marchio.
Pensiamo
al
recente
caso
del
farmaco
Lipobay
della
Bayer:
quanta
gente
ha
perso
la
sua
fiducia
nei
confronti
della
sicurezza
dei
prodotti
Bayer
dopo
lo
scandalo
che
si
è
creato?
Tantissima,
forse
troppa
per
una
multinazionale
così
importante
che,
almeno
in
Europa,
avrà
quasi
sicuramente
molti
problemi
di
vendita.
Tanto
che
molte
compagnie
stanno
facendo
delle
campagne
pubblicitarie
che
promuovano
l'eticità
dei
loro
prodotti.
La
Marlboro
vestiti
si
promuove
così:
"Marlboro
Classics
rappresenta
la
difesa
dell'ambiente
incontaminato,
la
riconquista
dei
ritmi
vitali,
lo
spirito
libero
dell'uomo
che
ha
la
forza
dentro
di
sé.
Il
suo
modo
di
vestire
è
stile
di
vita".
La
Starbucks
Coffee
promuove
la
protezione
ambientale
delle
zone
del
Chiapas
(Messico).
La
multinazionale
di
cosmetici,
The
Body
Shop,
ha
fatto
dell'eticità
sociale
e
del
rispetto
della
natura
la
sua
ragion
d'essere.
I
sostenitori
del
movimento
antiglobal
possono,
anzi
dovrebbero,
utilizzare
il
potere
del
marchio
contro
le
compagnie
rendendo
noti
i
problemi
(ambientali
e
sociali)
che
alcune
di
loro
stanno
creando
a
livello
mondiale.
E,
ironicamente,
proprio
grazie
alla
globalizzazione
possono
farlo
in
tutto
il
mondo.
Più
una
compagnia
promuove
il
valore
del
suo
marchio,
più
questa
dovrà
essere
(o
almeno
sembrare)
eticamente
ineccepibile
e
amica
dell'ambiente.
Se
poi
i
contestatori
riusciranno
nel
loro
intento
è
un'altra
questione.
Ma
rimane
il
fatto
che
il
marchio
dà
loro
molto
più
potere
nei
confronti
delle
compagnie
rispetto
a
quanto
essi
ne
avrebbero
in
altre
condizioni.
Le
compagnie
forse
si
lamentano
di
questo,
ma
è
difficile
capire
perché
i
nemici
del
mondo
del
marchio?
si
lamentano.
Lo
slogan
di
coloro
i
quali
combattono
giustamente
contro
le
ingiustizie
sociali
e
i
crimini
ambientali,
spesso
commessi
dalle
multinazionali,
non
dovrebbe
essere
no
logo
e
no
global
ma
pro
logo
e
pro
global.
Luca
de
Vecchi
nasce
il
15
Febbraio
1984
a
Milano.
I
suoi
interessi
includono
politica,
storia
ed
economia.
Ama
suonare
il
pianoforte
e
navigare
in
internet.
Collabora
a
questo
progetto
"nella
convinzione
della
necessità
di
un
confronto
pacato
e
serio
delle
idee.
La
democrazia
esiste
solo
se
le
forze
che
si
contendono
il
potere
si
rendono
conto
che
la
verità
non
è
mai
tutta
da
una
sola
parte:
è
per
questo
che
considero
la
discussione
e
il
dialogo
elementi
basilari
per
la
politica
e
la
democrazia."