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IL
PROGETTO LOCALE (MAGNAGHI - BOLLATI) |
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Pur dichiarandosi distante dal
pensiero biocentrico dell''ecologia del profondo' e rivendicando la dimensione
storica e culturale della costruzione sociale, l'autore parte dal territorio,
come luogo di insediamento stratificato dell'identità collettiva, per
denunciare la crescita illimitata, la metastasi metropolitana, la disgregazione
sociale, l'omogeneizzazione tecnomorfa della diversità.
Il territorio è un'opera d'arte, forse la più alta, la più corale che
l'umanità abbia espresso; un'opera che prende forma attraverso il dialogo di
entità viventi -l'uomo, la natura- nel tempo lungo della storia. Nella corsa
alla costruzione di una seconda natura artificiale, la nostra civiltà
tecnologica ha ormai abbandonato il territorio a se stesso, riducendolo a
superficie amorfa e seppellendolo di oggetti, opere, funzioni, veleni; col
risultato, però, di generare crescenti insostenibilità politiche, sociali,
economiche e ambientali. Pena la catastrofe, occorre dunque un'inversione
paradigmatica proprio a partire dal territorio che, da puro supporto di un
modello di sviluppo omologato, ne faccia il fondamento di una differenziazione
locale degli 'stili di sviluppo' in grado di generare ricchezza durevole,
indisponibile alla strumentalità del profitto.
Sotto la colata lavica dell'urbanizzazione contemporanea vive un ricco
patrimonio territoriale, pronto ad essere fecondato da nuovi attori sociali, che
se ne prendano cura -nel quadro di quello che l'autore chiama «sviluppo locale
autosostenibile»- valorizzando qualità peculiari dei luoghi e promuovendo
l'autogoverno delle società locali attraverso istituti di nuova democrazia.
Diciamo subito che i «nuovi attori sociali», cui si riferisce Magnaghi, ci
sembrano spesso funzionali a quella vena utopica, che accompagna la finalità
politica radical-democratica del comunalismo. Noi ci limitiamo a pensare che la
critica allo stile di vita consumistico non nasca, di per sé, nella
rivendicazione del disagio sociale, ma nell'assunzione di responsabilità nella
condivisione di un 'bene comune', cioè nell'equilibrio postmoderno tra diritti
e doveri in un ambito comunitario. Puntualizzato ciò, però, non possiamo che
sottoscrivere la visione strategica della «riduzione di scala» per ribaltare
l'esito della globalizzazione in una generale ri-territorializzazione del
sociale, che, giocoforza, rimanda a ipotesi politiche di federalismo,
sussidiarietà e omogeneità geopolitiche continentali.
In tal senso, il concetto di autosostenibilità si fonda sull'assunto che solo
una nuova relazione fra abitanti-produttori e territorio è in grado, attraverso
la 'cura', di determinare equilibri durevoli fra insediamento umano e ambiente,
riconnettendo nuovi usi, nuovi saperi, nuove tecnologie alla sapienza ambientale
storica.
Si disegna, quindi, una stretta interdipendenza tra concetti, che si
sviluppano per assonanza: autosostenibilità, sviluppo autocentrato e
autodeterminazione. L'autosostenibilità allude alla necessità di un profondo
ridimensionamento dell''economico' che, divenuto dominante, devasta i processi
di autorganizzazione della natura e del sistema sociale, che vi si relaziona.
L'appello è rivolto allo sviluppo di un risoluto processo di decentralizzazione
-politica, istituzionale, sociale ed economica- che consenta il rafforzamento di
pratiche cooperative e di partecipazione, sviluppando nuove forme comunitarie in
grado, a loro volta, di rilanciare in divenire l'identità culturale del luogo.
La ricostruzione della comunità è l'elemento essenziale dello sviluppo
autosostenibile: la comunità che 'sostiene se stessa' fa sì che l'ambiente
naturale possa sostenerla nella sua azione, ne sia parte integrante e non
'fondo' di sfruttamento e dissipazione. Insomma, nell'autonomia vi è il
richiamo alla riunificazione in un unico soggetto politico e sociale del
produttore e dell'abitante, di contro all'eterodirezione di istituzioni
tecnocratiche sussunte da una logica di mercato che distrugge non solo
l'ambiente, ma anche il 'capitale', economico e sociale, su cui invece occorre
fissare nuovi criteri di 'ricchezza' basati sulla qualità della vita, sulla
giustizia sociale, sull'identità culturale, di cui è parte la natura 'reale'
del territorio, con quei limiti fisiologici che suggeriscono nell'immediato la
relazione armonica con l'ambiente. Non esiste proposta ecologista, politicamente
credibile, che non rifugga dal filantropismo cosmopolita di una natura patinata
e strumentale al riformismo progressista, per incontrare nel locale la
ineludibile riduzione di scala con cui ribaltare la logica espansiva del
sistema-mondo capitalista.
Se la dimensione mondiale dei processi in atto non può essere realisticamente
rimossa, si avrà sviluppo locale dove la società locale saprà resistere
attivamente alla globalizzazione costruendo reti solidali. La globalizzazione
esclude l'autosostenibilità del locale, imponendo la competitività contro la
cooperazione, lo sfruttamento delle risorse contro la valorizzazione del
patrimonio identitario, la polarizzazione economica del sociale contro la
socializzazione dell'economico.
Il locale, come comunità delle comunità, in aree geopolitiche omogenee, è
l'unica credibile eterogenesi dei fini della globalizzazione, del suo
centralismo tecnocratico, della sua mercificazione economica e omogeneizzazione
culturale. I punti qualificanti di tale prospettiva possono essere: sistemi
produttivi locali autosostenibili, fondati sulla valorizzazione del patrimonio,
che si relazionino nello scambio come agenti attivi di produzione qualitativa
della ricchezza e come agenti di modelli originali di produzione e consumo;
relazioni commerciali che, in luogo della sua liberalizzazione, sviluppino reti
locali di mercato; legami finanziari, fondati su principi di sussidiarietà e
complementarietà; legami sociali -in grado di autoalimentarsi- capaci di
esprimere peculiarità nello stile di sviluppo autosostenibile, stimolato da una
cultura basata sulla simbioticità con i processi vitali e la ciclicità della
natura.
Le frontiere dell'identità locale, rigidamente indisponibili verso l'alto -nei
confronti cioè della megamacchina- sono il luogo dell'incontro e dello scambio
culturale ed economico. Nessuna identità locale può essere esclusivamente
autosufficiente; in una società olistica, la piccola scala dell'organizzazione
sociale porterà all'interno a forme di collaborazione, mentre all'esterno i
rapporti saranno orientati verso forme di federazione e di sussidiarietà,
invece che di egemonia o di espansionismo.
La soppressione delle differenze, comunque perseguita, oltre ad essere omicida
-perché alla biodiversità deve necessariamente corrispondere la diversità
culturale- genera mostri con l'esaltazione della diversità fine a se stessa,
autoreferenziale, che si percepisce superiore, misantropica e, quindi,
aggressiva. L'integralismo, il neo-tribalismo e lo sciovinismo vanno di pari
passo o, più probabilmente, al traino della schiacciante arroganza egemone
dell'occidentalizzazione del mondo.
Magnaghi insiste sulla «forza strategica» di questo processo di opposizione
alle forme centralistiche dei processi di globalizzazione, tendenti di moto
proprio a una sovradeterminazione dei poteri economici transnazionali, processo
che si può attivare soprattutto tramite il rafforzamento di un mondo plurale,
politeistico, di società locali, in grado di connettersi a rete in modo non
gerarchico, riconoscendo le diversità di stili di sviluppo e attivando
relazioni di sussidiarietà, che separano e ricongiungono le isole dell'"arcipelago".