Avvenire,
1
agosto
2001
La
bella
"Lettera"
che
i
vescovi
liguri
hanno
indirizzato
"ai
fedeli
delle
loro
Chiese
in
occasione
del
G8"
offre
lo
spunto
per
avanzare
alcune
considerazioni
su
quell'evento
di
portata
epocale
che
è
la
globalizzazione,
termine
questo
che
venne
coniato
e
usato
per
la
prima
volta
nel
1983,
ad
opera
dell'americano
T.
Levitt.
Un
punto
di
un
certo
interesse
è
bene
chiarirlo
fin
da
subito.
Nel
novembre
1975,
nel
castello
di
Rambouillet
(nei
pressi
di
Parigi),
si
svolge
il
primo
vertice
mondiale
dei
G6.
In
quell'occasione,
i
capi
di
Stato
e
di
governo
dei
sei
maggiori
Paesi
industrializzati,
sotto
l'incalzare
dei
problemi
generati
dalla
seconda
crisi
petrolifera,
gettarono
le
basi
di
quello
che
diverrà
poi
un
nuovo
ordine
mondiale.
Liberalizzazione
dei
movimenti
delle
merci
e
dei
fattori
della
produzione
(soprattutto
dei
capitali)
e
privatizzazione
dei
beni
di
proprietà
pubblica
sono
le
due
grandi
decisioni
che
in
quella
sede
vengono
prese
e
che
costituiranno
gli
assi
portanti
della
dinamica
del
mercato
globale.
Perché
è
importante
tenere
a
mente
ciò?
Perché
non
è
vero
che
la
globalizzazione
è
il
risultato
di
un
processo
spontaneo
scaturente
dal
basso
-
come
parecchi
vorrebbero
far
credere.
Essa
è
piuttosto
la
conseguenza
di
una
decisione
politica,
anche
se,
una
volta
avviato
e
consolidato,
il
processo
in
questione
ha
provocato
un
sopravanzamento
della
sfera
dell'economico
su
quella
del
politico,
come
oggi
ben
si
nota.
E
allora,
nata
come
da
una
scelta
politica,
la
globalizzazione
può
(e
dunque
deve)
essere
governata
per
via
politica.
Chiaramente,
la
via
di
cui
si
ha
bisogno
non
può
essere
quella
delle
risposte
"nazionali"
a
problemi
che
sono
già
diventati
di
portata
globale.
In
altro
modo,
il
controllo
sociale
che
la
globalizzazione
sta
erodendo
non
può
essere
recuperato
a
livello
di
stati
nazionali,
a
meno
di
repressioni
protezionistiche
che
provocherebbero
una
crisi
catastrofica.
Eppure,
una
"governance"
è
indispensabile
se
si
vogliono
scongiurare
i
rischi
più
seri
associati
alla
transizione
in
atto
dal
liberalismo
"embedded"
al
liberalismo
"disimbedded",
come
essa
è
stata
descritta.
Di
tre
rischi,
in
particolare,
conviene
qui
dire
brevemente.
Il
primo
ha
a
che
vedere
con
il
fatto
che
quello
della
globalizzazione
è
bensì
un
gioco
a
somma
positiva,
un
gioco,
cioè,
che
aumenta
la
ricchezza
e
il
reddito
complessivi,
ma
è
al
tempo
stesso
un
gioco
che
tende
ad
aumentare
le
distanze
sociali
tra
Paesi
e,
all'interno
di
un
medesimo
Paese
(anche
se
ricco),
tra
un
gruppo
sociale
e
l'altro.
In
altre
parole,
la
globalizzazione
riduce
le
povertà
assolute,
mentre
accresce
le
povertà
relative.
Si
tratta
di
un
paradosso,
di
qualcosa
che,
appunto,
desta
meraviglia.
In
effetti,
mentre
aumenta
la
ricchezza
complessiva
e
si
riduce
la
povertà
in
senso
assoluto
-
la
povertà
cioè
di
chi
non
riesce
ad
arrivare
alla
soglia
della
sussistenza
-
va
aumentando
la
povertà
in
senso
relativo.
Studi
recenti
ci
dicono
che
negli
ultimi
25
anni
la
globalizzazione
ha
diminuito
i
poveri
in
senso
assoluto:
questi
sarebbero
oggi
circa
2
miliardi,
invece
degli
attuali
1
miliardo
e
200
milioni.
Si
tratta
evidentemente
di
una
cifra
tragica
comunque,
che
però
è
inferiore
a
quella
che
si
sarebbe
registrata
in
assenza
della
globalizzazione.
Molti
osservatori,
non
distinguendo
tra
povertà
assoluta
e
povertà
relativa,
ritengono
che
l'esistenza
di
1
miliardo
e
200
milioni
di
poveri
assoluti
sia
frutto
della
globalizzazione,
il
che
non
è.
E'
invece
vero
-
ripeto
-
che
la
globalizzazione
aumenta
le
distanze
sociali,
e
questo
costituisce
un
problema
inquietante.
Si
dimostra
infatti
che
quando
in
un
Paese
o
in
una
regione
le
ineguaglianze,
cioè
le
povertà
relative,
superano
una
certa
soglia,
si
creano
i
presupposti
per
lo
scoppio
di
vere
e
proprie
guerre
civili.
Negli
ultimi
quarant'anni
sono
scoppiate
nel
mondo
49
guerre
civili,
nella
gran
parte
delle
quali
la
causa
scatenante
è
stata
proprio
l'aumento
delle
ineguaglianze.
Dunque,
chi
ha
a
cuore
il
valore
della
pace
non
può
passare
sotto
silenzio
il
fenomeno
dell'aumento
della
povertà
relativa.
Non
solo,
ma
quando
quest'ultima
aumenta
significativamente,
è
la
democrazia
stessa
che
viene
messa
in
discussione.
È
dimostrato
che
c'è
una
correlazione
del
seguente
tipo:
quando
in
un
Paese
le
ineguaglianze
aumentano
al
di
sopra
di
un
certo
livello,
coloro
che
si
trovano
nella
posizione
di
svantaggio
relativo
cessano
di
partecipare
alla
vita
democratica
della
comunità,
il
che
apre
la
via
a
quella
forma
di
totalitarismo
che
non
è
di
tipo
militare,
ma
tecnocratico.
Un
secondo
rischio
è
connesso
all'affermazione
nelle
nostre
società
di
una
nuova
regola
di
convivenza,
una
regola
basata
su
quel
tipo
di
competizione
che
gli
economisti
chiamano
"competizione
posizionale".
È
bensì
vero
che
da
quando
esiste
l'economia
di
mercato,
cioè
almeno
dal
XV
secolo,
è
sempre
esistita
la
competizione.
Tuttavia,
mentre
fino
ad
anni
recenti
la
competizione
era
il
principio
regolativo
delle
sole
relazioni
economiche,
oggi
essa
tende
ad
entrare
in
tutti
gli
ambiti
di
vita,
dalla
famiglia
alla
politica
alla
stessa
società
civile.
Con
i
risultati
ormai
sotto
gli
occhi
di
tutti.
Così,
quando
la
regola
basata
sulla
polarità
perdente-vincente,
caratteristica
della
competizione
posizionale
entra
nella
famiglia,
la
spacca:
la
famiglia
non
può
reggersi
a
lungo
sul
principio
competitivo.
Ma
anche
la
politica
non
può
bene
funzionare
su
una
base
del
genere,
almeno
fintanto
che
essa
ha
da
essere
l'attività
umana
che
ha
come
compito
precipuo
il
perseguimento
del
bene
comune.
La
stessa
cosa
vale
per
la
società
civile.
L'uomo
nasce
per
essere
felice,
ma
la
felicità
si
trova
nel
rapporto
con
l'altro:
nessuno
può
essere
felice
da
solo;
è
necessario
essere
almeno
in
due
per
vivere
la
felicità.
Non
così
invece
per
l'utilità.
Per
massimizzare
l'utilità,
si
può
stare
anche
da
soli.
Di
qui
allora
l'altro
paradosso:
se
la
nuova
regola
della
convivenza
è
la
"competizione
posizionale",
l'altro
diventa
il
mio
avversario,
il
mio
rivale,
un
qualcuno
che
devo
in
qualche
modo
vincere
o
superare.
Al
tempo
stesso,
però,
per
essere
felice
ho
bisogno
del
rapporto
con
l'altro,
perché
è
nel
riferimento
all'altro
la
causa
efficiente
della
mia
autocoscienza
e,
in
definitiva,
della
mia
libertà.
Su
tale
aspetto,
non
perde
occasione
di
insistere
Giovanni
Paolo
II,
con
la
costanza
che
lo
contraddistingue:
alla
base
dell'ultimo
suo
messaggio
per
la
Giornata
mondiale
della
Pace,
del
1°
gennaio
2001,
troviamo
proprio
la
denuncia
di
questo
specifico
rischio
della
globalizzazione.
La
competizione
posizionale
è
certamente
necessaria
all'economia
di
mercato,
per
assicurarne
l'efficiente
funzionamento.
Non
così
però
quando
essa
diventa
la
regola
di
condotta
e
il
metro
di
giudizio
dei
comportamenti
nella
famiglia,
nella
politica,
nella
società
civile.
Un
terzo
rischio
dell'attuale
passaggio
d'epoca
è
quello
che
concerne
il
nesso
tra
globalizzazione
e
democrazia.
Dobbiamo
prendere
coscienza
di
un
fatto
nuovo
che
i
giuristi
vanno
approfondendo
ormai
da
qualche
tempo:
stanno
oggi
emergendo
nuovi
soggetti
i
quali,
pur
esercitando
un
potere
anche
normativo,
sono
spesso
privi
di
legittimazione
democratica,
cioè
non
hanno
un
demos
cui
rendere
conto.
Si
pensi
a
certe
grandi
organizzazioni
internazionali,
a
talune
Organizzazioni
non
governative,
più
potenti
di
molti
Stati
nazionali,
alle
grandi
imprese
transnazionali,
sempre
più
autoreferenziali.
Si
tratta
di
soggetti
in
grado
di
muovere
ingenti
risorse
e
anche
di
imporre
regole
di
condotta,
ma
che
non
hanno
ricevuto
alcuna
investitura
popolare,
né
sono
tenute
a
rispondere
ad
alcuna
assemblea
di
rappresentanti.
Si
pensi
a
quella
fonte
di
diritto
che
è
la
nuova
lex
mercatoria
la
quale
non
è
il
frutto
di
un
processo
di
deliberazione
democratica,
ma
il
risultato
dell'accordo
o
del
contratto
fra
le
parti
i
cui
interessi
sono
in
gioco.
In
casi
sempre
più
frequenti,
accade
oggi
che
le
autorità
politiche
arretrino
di
fronte
alle
autorità
tecnocratiche,
quanto
a
dire
che
la
legittimazione
del
potere
si
sposta
su
basi
diverse
da
quelle
tradizionali.
Non
è
difficile
cogliere
i
pericoli
insiti
in
processi
del
genere,
primo
fra
tutti
la
minaccia
che
può
derivarne
alla
difesa
dei
diritti
umani
fondamentali.
Sorge
spontanea
la
domanda:
dobbiamo
forse
rassegnarci
e
lasciare
che
il
processo
in
atto
avanzi
secondo
la
sua
logica
interna?
Assolutamente
no,
anche
perché
i
rischi
di
cui
si
è
detto
possiedono
una
caratteristica
comune:
per
scongiurarli
non
c'è
bisogno
di
risorse
economiche
aggiuntive.
Né
c'è
bisogno
di
arrestare
-
come
taluno
vorrebbe
-
la
globalizzazione.
Piuttosto,
quello
che
occorre
fare,
e
con
urgenza,
è
di
adoperarsi
per
l'affermazione
di
un
ordine
economico
e
sociale
fondato
sulla
pluralità
dei
centri
di
potere,
cioè
sulla
poliarchia,
la
quale,
a
differenza
del
pluralismo,
non
è
solo
numerosità,
ma
anche
diversità.
Quali
gli
elementi
caratterizzanti
di
una
strategia
volta
a
tale
obiettivo?
Ne
indico
tre.
Primo,
contrastare
la
tendenza
all'appiattimento
delle
varietà
istituzionali
esistenti
nelle
diverse
regioni
del
mondo.
Concretamente,
si
tratta
di
operare
affinché
il
filtro
selettivo
imposto
dalla
competizione
globale
non
annienti
le
varietà
meno
forti.
Salvaguardare
la
diversità
delle
vie
dello
sviluppo
è
oggi
il
modo
più
efficace
di
combattere
il
tragico
aumento
delle
diseguaglianze
tra
Paesi
e
tra
gruppi
sociali.
I
tentativi
di
eliminazione
"diretta"
delle
diseguaglianze,
invece,
non
farebbero
che
aumentare
dipendenza
e
frustrazione.
Secondo,
declinare
a
livello
transnazionale
il
principio
di
sussidiarietà
(orizzontale),
consentendo
alle
organizzazioni
della
società
civile
di
andare
oltre
i
compiti
di
advocacy
e
di
denuncia
per
assumere
ruoli
ben
definiti
di
policy-making.
Va
da
sé
che
ciò
postula
la
predisposizione
di
un
nuovo
contesto
legale,
dal
momento
che
il
diritto
internazionale
non
contempla,
come
si
sa,
attori
non
statali.
Terzo,
avviare
con
urgenza
una
politica
di
redistribuzione
a
scala
globale
-
le
politiche
a
scala
nazionale
non
servono
più
allo
scopo
-
per
aggredire
lo
scandaloso
problema
della
povertà.
Non
ci
si
può
illudere
che
basti
una
politica
globale
della
regolazione,
come
è
quella
realizzata
dall'Omc
o
dal
Fmi.
I
vari
strumenti,
pur
raffinati,
della
regolazione
non
servono
alla
bisogna
quando
ci
si
trova
ad
affrontare
problemi
di
natura
redistributiva
-
anzi,
essi
tendono
a
generare
effetti
perversi,
come
si
è
visto.
Nessuno
si
nasconde
le
difficoltà
e
le
insidie
insite
nella
attuazione
pratica
di
una
simile
strategia.
Pensare
che
la
diversità
degli
interessi
in
gioco
non
rechi
tassi
elevati
di
conflittualità
sarebbe
ingenuo.
Ma
si
tratta
di
un
compito
oggi
irrinunciabile
se
si
vuole
superare,
per
un
verso,
l'afflizione
rappresentata
dalla
retorica
della
catastrofe
a
tutti
i
costi
-
una
retorica
che
finisce
talvolta
con
l'assumere
sfumature
nichilistiche
-
e
per
l'altro
verso,
l'ottimismo
disincantato
di
chi
vede
nella
globalizzazione
una
sorta
di
marcia
trionfale
dell'umanità
verso
la
sua
completa
realizzazione.
Soprattutto
il
cristiano
non
può
cadere
vittima
di
trappole
del
genere.