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Giovanni Paolo II e la globalizzazione

IL FENOMENO DELLA GLOBALIZZAZIONE

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UN MONDO FONDATO SULLA PLURALITA' DEI CENTRI DI POTERE (STEFANO ZAMAGNI)

Avvenire, 1 agosto 2001

La bella "Lettera" che i vescovi liguri hanno indirizzato "ai fedeli delle loro Chiese in occasione del G8" offre lo spunto per avanzare alcune considerazioni su quell'evento di portata epocale che è la globalizzazione, termine questo che venne coniato e usato per la prima volta nel 1983, ad opera dell'americano T. Levitt. Un punto di un certo interesse è bene chiarirlo fin da subito. Nel novembre 1975, nel castello di Rambouillet (nei pressi di Parigi), si svolge il primo vertice mondiale dei G6. In quell'occasione, i capi di Stato e di governo dei sei maggiori Paesi industrializzati, sotto l'incalzare dei problemi generati dalla seconda crisi petrolifera, gettarono le basi di quello che diverrà poi un nuovo ordine mondiale. Liberalizzazione dei movimenti delle merci e dei fattori della produzione (soprattutto dei capitali) e privatizzazione dei beni di proprietà pubblica sono le due grandi decisioni che in quella sede vengono prese e che costituiranno gli assi portanti della dinamica del mercato globale.


Perché è importante tenere a mente ciò? Perché non è vero che la globalizzazione è il risultato di un processo spontaneo scaturente dal basso - come parecchi vorrebbero far credere. Essa è piuttosto la conseguenza di una decisione politica, anche se, una volta avviato e consolidato, il processo in questione ha provocato un sopravanzamento della sfera dell'economico su quella del politico, come oggi ben si nota. E allora, nata come da una scelta politica, la globalizzazione può (e dunque deve) essere governata per via politica. Chiaramente, la via di cui si ha bisogno non può essere quella delle risposte "nazionali" a problemi che sono già diventati di portata globale. 

In altro modo, il controllo sociale che la globalizzazione sta erodendo non può essere recuperato a livello di stati nazionali, a meno di repressioni protezionistiche che provocherebbero una crisi catastrofica. Eppure, una "governance" è indispensabile se si vogliono scongiurare i rischi più seri associati alla transizione in atto dal liberalismo "embedded" al liberalismo "disimbedded", come essa è stata descritta.


Di tre rischi, in particolare, conviene qui dire brevemente. Il primo ha a che vedere con il fatto che quello della globalizzazione è bensì un gioco a somma positiva, un gioco, cioè, che aumenta la ricchezza e il reddito complessivi, ma è al tempo stesso un gioco che tende ad aumentare le distanze sociali tra Paesi e, all'interno di un medesimo Paese (anche se ricco), tra un gruppo sociale e l'altro. In altre parole, la globalizzazione riduce le povertà assolute, mentre accresce le povertà relative. Si tratta di un paradosso, di qualcosa che, appunto, desta meraviglia. In effetti, mentre aumenta la ricchezza complessiva e si riduce la povertà in senso assoluto - la povertà cioè di chi non riesce ad arrivare alla soglia della sussistenza - va aumentando la povertà in senso relativo. 

Studi recenti ci dicono che negli ultimi 25 anni la globalizzazione ha diminuito i poveri in senso assoluto: questi sarebbero oggi circa 2 miliardi, invece degli attuali 1 miliardo e 200 milioni. Si tratta evidentemente di una cifra tragica comunque, che però è inferiore a quella che si sarebbe registrata in assenza della globalizzazione. Molti osservatori, non distinguendo tra povertà assoluta e povertà relativa, ritengono che l'esistenza di 1 miliardo e 200 milioni di poveri assoluti sia frutto della globalizzazione, il che non è. 

E' invece vero - ripeto - che la globalizzazione aumenta le distanze sociali, e questo costituisce un problema inquietante. Si dimostra infatti che quando in un Paese o in una regione le ineguaglianze, cioè le povertà relative, superano una certa soglia, si creano i presupposti per lo scoppio di vere e proprie guerre civili. Negli ultimi quarant'anni sono scoppiate nel mondo 49 guerre civili, nella gran parte delle quali la causa scatenante è stata proprio l'aumento delle ineguaglianze. Dunque, chi ha a cuore il valore della pace non può passare sotto silenzio il fenomeno dell'aumento della povertà relativa. Non solo, ma quando quest'ultima aumenta significativamente, è la democrazia stessa che viene messa in discussione. 

È dimostrato che c'è una correlazione del seguente tipo: quando in un Paese le ineguaglianze aumentano al di sopra di un certo livello, coloro che si trovano nella posizione di svantaggio relativo cessano di partecipare alla vita democratica della comunità, il che apre la via a quella forma di totalitarismo che non è di tipo militare, ma tecnocratico. Un secondo rischio è connesso all'affermazione nelle nostre società di una nuova regola di convivenza, una regola basata su quel tipo di competizione che gli economisti chiamano "competizione posizionale". È bensì vero che da quando esiste l'economia di mercato, cioè almeno dal XV secolo, è sempre esistita la competizione. 

Tuttavia, mentre fino ad anni recenti la competizione era il principio regolativo delle sole relazioni economiche, oggi essa tende ad entrare in tutti gli ambiti di vita, dalla famiglia alla politica alla stessa società civile. Con i risultati ormai sotto gli occhi di tutti. Così, quando la regola basata sulla polarità perdente-vincente, caratteristica della competizione posizionale entra nella famiglia, la spacca: la famiglia non può reggersi a lungo sul principio competitivo. Ma anche la politica non può bene funzionare su una base del genere, almeno fintanto che essa ha da essere l'attività umana che ha come compito precipuo il perseguimento del bene comune. La stessa cosa vale per la società civile. 

L'uomo nasce per essere felice, ma la felicità si trova nel rapporto con l'altro: nessuno può essere felice da solo; è necessario essere almeno in due per vivere la felicità. Non così invece per l'utilità. Per massimizzare l'utilità, si può stare anche da soli. Di qui allora l'altro paradosso: se la nuova regola della convivenza è la "competizione posizionale", l'altro diventa il mio avversario, il mio rivale, un qualcuno che devo in qualche modo vincere o superare. Al tempo stesso, però, per essere felice ho bisogno del rapporto con l'altro, perché è nel riferimento all'altro la causa efficiente della mia autocoscienza e, in definitiva, della mia libertà. 

Su tale aspetto, non perde occasione di insistere Giovanni Paolo II, con la costanza che lo contraddistingue: alla base dell'ultimo suo messaggio per la Giornata mondiale della Pace, del 1° gennaio 2001, troviamo proprio la denuncia di questo specifico rischio della globalizzazione. La competizione posizionale è certamente necessaria all'economia di mercato, per assicurarne l'efficiente funzionamento. Non così però quando essa diventa la regola di condotta e il metro di giudizio dei comportamenti nella famiglia, nella politica, nella società civile.


Un terzo rischio dell'attuale passaggio d'epoca è quello che concerne il nesso tra globalizzazione e democrazia. Dobbiamo prendere coscienza di un fatto nuovo che i giuristi vanno approfondendo ormai da qualche tempo: stanno oggi emergendo nuovi soggetti i quali, pur esercitando un potere anche normativo, sono spesso privi di legittimazione democratica, cioè non hanno un demos cui rendere conto. Si pensi a certe grandi organizzazioni internazionali, a talune Organizzazioni non governative, più potenti di molti Stati nazionali, alle grandi imprese transnazionali, sempre più autoreferenziali. 

Si tratta di soggetti in grado di muovere ingenti risorse e anche di imporre regole di condotta, ma che non hanno ricevuto alcuna investitura popolare, né sono tenute a rispondere ad alcuna assemblea di rappresentanti. Si pensi a quella fonte di diritto che è la nuova lex mercatoria la quale non è il frutto di un processo di deliberazione democratica, ma il risultato dell'accordo o del contratto fra le parti i cui interessi sono in gioco. In casi sempre più frequenti, accade oggi che le autorità politiche arretrino di fronte alle autorità tecnocratiche, quanto a dire che la legittimazione del potere si sposta su basi diverse da quelle tradizionali. Non è difficile cogliere i pericoli insiti in processi del genere, primo fra tutti la minaccia che può derivarne alla difesa dei diritti umani fondamentali.


Sorge spontanea la domanda: dobbiamo forse rassegnarci e lasciare che il processo in atto avanzi secondo la sua logica interna? Assolutamente no, anche perché i rischi di cui si è detto possiedono una caratteristica comune: per scongiurarli non c'è bisogno di risorse economiche aggiuntive. Né c'è bisogno di arrestare - come taluno vorrebbe - la globalizzazione. Piuttosto, quello che occorre fare, e con urgenza, è di adoperarsi per l'affermazione di un ordine economico e sociale fondato sulla pluralità dei centri di potere, cioè sulla poliarchia, la quale, a differenza del pluralismo, non è solo numerosità, ma anche diversità. Quali gli elementi caratterizzanti di una strategia volta a tale obiettivo? 

Ne indico tre. Primo, contrastare la tendenza all'appiattimento delle varietà istituzionali esistenti nelle diverse regioni del mondo. Concretamente, si tratta di operare affinché il filtro selettivo imposto dalla competizione globale non annienti le varietà meno forti. Salvaguardare la diversità delle vie dello sviluppo è oggi il modo più efficace di combattere il tragico aumento delle diseguaglianze tra Paesi e tra gruppi sociali. I tentativi di eliminazione "diretta" delle diseguaglianze, invece, non farebbero che aumentare dipendenza e frustrazione. Secondo, declinare a livello transnazionale il principio di sussidiarietà (orizzontale), consentendo alle organizzazioni della società civile di andare oltre i compiti di advocacy e di denuncia per assumere ruoli ben definiti di policy-making. 

Va da sé che ciò postula la predisposizione di un nuovo contesto legale, dal momento che il diritto internazionale non contempla, come si sa, attori non statali. Terzo, avviare con urgenza una politica di redistribuzione a scala globale - le politiche a scala nazionale non servono più allo scopo - per aggredire lo scandaloso problema della povertà. Non ci si può illudere che basti una politica globale della regolazione, come è quella realizzata dall'Omc o dal Fmi. I vari strumenti, pur raffinati, della regolazione non servono alla bisogna quando ci si trova ad affrontare problemi di natura redistributiva - anzi, essi tendono a generare effetti perversi, come si è visto.


Nessuno si nasconde le difficoltà e le insidie insite nella attuazione pratica di una simile strategia. Pensare che la diversità degli interessi in gioco non rechi tassi elevati di conflittualità sarebbe ingenuo. Ma si tratta di un compito oggi irrinunciabile se si vuole superare, per un verso, l'afflizione rappresentata dalla retorica della catastrofe a tutti i costi - una retorica che finisce talvolta con l'assumere sfumature nichilistiche - e per l'altro verso, l'ottimismo disincantato di chi vede nella globalizzazione una sorta di marcia trionfale dell'umanità verso la sua completa realizzazione. Soprattutto il cristiano non può cadere vittima di trappole del genere.


 

 

 

 

 

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