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PLURALITA', ESIGENZA UNIVERSALE (DI DENIS DUCLOS) |
da Le Monde Diplomatique, gennaio 2000
Lo si voglia o no l'universalità, già acquisita nella globalizzazione, sarà tollerabile nel prossimo secolo solo se verrà riconosciuto il principio di pluralità. Quest'ultimo non ha nulla a che vedere con l'infinita frammentazione degli oggetti e degli esseri umani che ci viene proposta dai cataloghi commerciali. Presuppone invece l'articolazione di quattro principi sovrani che non potranno distruggersi a vicenda, quattro istanze cardinali che rispettino i propri irriducibili modi di pensare e di agire: la natura, il corpo, la cultura e l'informazione.
di Denis Duclos*
L'evidenza ci acceca. Non vediamo più ciò che ci succede. E ciò che ci succede, in armonia con la nostra epoca, è la fine di una finzione e l'inizio di un'altra. La fine dell'umanità unificata nello stesso progetto fatale del gioco del denaro e l'inizio di una ricerca di diversità. La fine di un ideale di onnipotenza sugli uomini; l'inizio di una nuova ricerca d'autonomia e di rispetto reciproco. Il problema dell'epoca è di collocare al posto giusto l'unità tra gli uomini resa possibile dall'informazione, senza che il fantasma totalizzante che l'accompagna come un'ombra minacci la libertà dei viventi.
Proprio come l'individuo emerge lentamente dagli ideali magici dell'infanzia, ogni unità culturale umana giunge a un punto in cui non può più credere all'efficacia immediata del proprio pensiero. Deve allora venire a patti con il reale e far ammettere al reale stesso la sua scissione interiore tra le parole che lo ispirano e la vita che lo sostiene.
Orbene, l'unità culturale con cui abbiamo a che fare noi, esseri umani che viviamo all'inizio del terzo millennio, è caso o fatalità l'umanità stessa, nella sua pretesa di rivestire dello stesso concetto la specie e l'organizzazione politica. La situazione sognata dai filosofi dei Lumi Kant in particolare noi abbiamo l'insigne onore di conoscerla. La questione centrale è davvero quella che necessariamente comporta l'universalità: l'esigenza universale di pluralità. Scommessa esaltante e terribile, planetaria e personale, intima e pubblica, nazionale e mondiale.
La festa del cambio di secolo e di millennio, per quanto futile e simbolica, è dunque occasione per riflettere su questo fatto "tanto semplice": l'umanità, da ideale conflittuale è diventata realtà materiale; e sulla sua ineluttabile conseguenza: solo la pluralità (la multipolarità, si dice a volte negli ambienti diplomatici) può permettere di respirare, di sopravvivere in questa chiusura del mondo umano su se stesso.
Finora ogni cultura, ogni visione del mondo, ogni sistema economico pretendeva di opporre la propria definizione di umanità a tutte le altre. E' ancora abbastanza vero ma, ormai, contrariamente a ciò che annunciava Samuel Huntington nello Scontro di civiltà, queste unità collettive sono state costrette a ricomporre le loro divergenze, a "fare società". Una società ancora indefinita, certamente: né società delle nazioni, né globalità, né potenza imperiale unica, ma qualcosa che oscilla tra tutto ciò.
E' questo carattere indefinito del quadro comune che ormai ogni gruppo abbastanza potente cerca di usare a proprio vantaggio e di superare, senza mai più riuscirci. Neppure gli Stati uniti, ultima potenza tutelare, possono ormai organizzare il mondo intorno a sé senza imbattersi in gravi contraddizioni con i propri principi democratici e liberali. Neppure il capitalismo, ultima forma concreta del pensiero totalizzante, può riuscire a sommergere completamente le masse umane solo nella sua logica contabile, la cui crudeltà è aggravata dalla precisione scientifica posta al suo servizio.
Tutto questo avviene come se, all'improvviso, giungendo allo stato di universalità concreta, l'umanità non potesse più affidarsi interamente ad una delle sue componenti o delle sue figure speciali (identità etnica, potenza nazionale, scelta religiosa, corsa al potere o alla ricchezza, passione dell'ordine, ecc). Come se l'accesso all'universale significasse al tempo stesso l'accesso a un certo gioco che limita ed equilibra le passioni.
Questo gioco di equilibri innesca forse per ciò la fine della storia? Forse la fine delle storie particolari dei vecchi collettivi in concorrenza per la verità universale. Forse anche la fine della storia capitalista, a causa del suo compimento nel controllo spirituale astratto delle masse umane. Ma, al contrario, è necessariamente l'inizio di un'altra storia: quella che noi ci raccontiamo in quanto membri di una specie politicizzata e non più soltanto come confronto di umanità in lotta economica o bellica. Fine o inizio (e probabilmente entrambi, logicamente), poco importa: la nostra epoca può solo essere quella della preoccupazione politica della diversità, che irrompe nel nostro reale a causa
dell'essenza stessa dell'universalità realizzata nella pratica.
Ci si potrebbe chiedere perché non siamo stati in grado finora di porre il problema della diversità in termini di assoluta necessità, liberandolo dalle passatiste associazioni d'idee con etnicismi o particolarismi. La risposta è: la coscienza politica alla base di questa preoccupazione non è quella di una storia oggettiva, economica e tecnica, ma appartiene ad una storia soggettiva e a una dialettica che le è propria. Non abbiamo ancora posto la diversità a perno della nostra azione storica semplicemente perché non ci era apparsa come scadenza delle nostre avventure verso l'universalità.
Non si deve confondere l'evoluzione materiale dell'umanità sotto l'egida della cultura del linguaggio (e del suo effetto esplosivo principale: la tecnoscienza) con la storia che assume senso per noi, soggetti.
Mentre il movimento della prima è un continuum irreversibile, benché variamente intralciato, la seconda si suddivide in cicli drammatici successivi o paralleli. La storia-che-ha-un-senso si dispiega come una narrazione in cui figuriamo come autori o protagonisti, narrazione che inizia, si sviluppa e ha fine in un ciclo chiamato a ricominciare domani e altrove in altri termini. Bisogna in effetti andare fino in fondo a un racconto perché assuma un senso (altrimenti perché raccontare?) e poi perché dopo di questo se ne intraprenda un altro, giacché non vogliamo vivere nell'angoscia del non-senso. Finché l'umanità durerà in quanto tale (e non si vede come la democrazia di mercato potrebbe abolire la
condizione simbolica nella quale siamo immersi fin dall'origine della parola), noi vorremo sempre continuare la nostra storia e poi, quando questa sarà terminata, vorremo raccontarne un'altra. Sempre: ecco un postulato antropologico fondamentale quanto la relatività in fisica.
Questo meccanismo narrativo obbedisce a certe regole: noi tentiamo in genere di esaminare da tutti i punti di vista una certa preoccupazione che rimane centrale per molti di noi per diversi decenni, a volte per diversi secoli. Esaminare da tutti i punti di vista significa che proviamo successivamente varie soluzioni dello stesso problema, contrarie tra di loro, diverse espressioni opposte della stessa metafora che ci serve da filtro momentaneo per interrogare il mondo.
Così, da quando ci troviamo massicciamente di fronte all'universalità concreta dalla metà del XIX secolo e dalla comparsa di imperi moderni capaci di governare il mondo reale abbiamo tentato almeno tre soluzioni logicamente concatenate: 1. Dominare la globalità col trionfo della particolarità: è la guerra tra gli imperi, ognuno dei quali pretende di rappresentare la totalità. I due conflitti mondiali del XX secolo ne sono stati il prodotto più (de)flagrante.
2. Unire pensiero globale e particolarità: è l'ideale dello stato-nazione internazionalizzato; ne abbiamo visti vantaggi e rischi, in particolare nella sua massima realizzazione: il movimento comunista a predominio sovietico.
3. Realizzare il pensiero globale nella sola materialità dei concatenamenti tecnici: è l'ideale "liberale" che di fatto fa appello all'informatizzazione dei giochi contabili per regolare il desiderio umano, in tutte le sue forme particolari.
L'evidenza dovrebbe ora farci apparire la proposizione mancante, quella che non abbiamo ancora saggiato: realizzare l'universalità rinunciando al pensiero "globalitario" in tutte le sue forme politica, economica, tecnica poiché esso non è che il surrogato collettivo di un fantasma infantile di onnipotenza.
Ma per "vedere" questa proposizione mancante, non ancora sperimentata, dovremmo prendere un po' le distanze dalla nostra storia. Ciò esige l'abbandono di un ruolo di attore immediato, che noi accettiamo di rado. Per esempio alcuni di noi sono passati direttamente dai ruoli della seconda soluzione (militanti della metafora politico-sociale dell'universalità) ai ruoli della terza (convinti del miracolo regolatore del mercato).
Molti, nei diversi "popoli di sinistra", si vergognano ormai di essersi un tempo impegnati in un progetto di cui ora constatano i fallimenti. Tuttavia, proprio come in una seduta psicanalitica, in cui la vergogna è solo una fase del lento diminuire della rimozione, sarebbe bene che queste persone comprendessero che l'attuale infatuazione per la regolamentazione tecnica (informatico-finanziaria) del mondo è fantasmatica quanto la mobilitazione precedente. Anzi è probabilmente più fatale, poiché condanna tutti a "mettere in gioco" senza tregua il valore creato, come se il vero fine nascosto della mobilitazione globalitaria fosse sfidare la vita fino alla rovina.
In entrambi i casi, in realtà, si sperimenta la gravitazione della nostra storia intorno a un problema essenziale: il limite del "totalismo" sia politico-intellettuale (socialismo) che meccanico (legge dell'offerta e della domanda). Loro malgrado comunisti e liberali hanno lavorato per svelare il problema centrale dell'epoca: la questione di un reale umano che trascenda qualsiasi soluzione unificata nei cervelliintellettuali o cibernetici.
Non è dunque la fine della storia, ma il centro della nostra storia che si manifesta oggi.
La risposta capitalista integrale al comunismo non è stata, contrariamente a ciò che molti pensano, un attacco in piena regola contro il totalitarismo. Piuttosto un tentativo di salvataggio disperato, malgrado l'apparenza euforica dei mercati di un'altra forma, più assoluta ancora,di "totalismo": quello della macchina per far circolare all'infinito il valore.
E' uno sforzo compiuto per negare che proprio contro la gestione finanziaria globale si concentrano le forze di dramma e di tragedia che ci inciteranno ad andare più lontano nel racconto umano.
Ciò che il capitalismo informatizzato nega è che l'alternativa civismo-automatismo di gestione (in passato espresso dall'opposizione "commissario del popolo"/"finanziere") non ha più veramente importanza.
In Russia fortune private e burocrazie vanno d'accordo. Il regime cinese è diventato un appendice funzionale del capitalismo mondiale, gestendo al posto suo (e in parte per conto suo) masse di salariati remunerati al prezzo più basso possibile. Negli Stati uniti, che spesso immaginiamo come il regno assoluto delle operazioni di borsa, le pensioni per ripartizione rappresentano ancora il 70% e i fondi pensione solo il resto: la loro concorrenza si svolge su uno sfondo di "gestionite" amministrativa in cui si fa davvero fatica a distinguere tra la burocrazia e la grande finanza, tanto si somigliano.
Ciò che il regime mondiale nasconde con cura dietro alla commedia di queste false opposizioni è che ormai la civiltà è chiamata a scegliere tra monopolio generale e diversità. Mentre si accelerano ovunque concentrazioni e fusioni, facendo emergere organizzazioni mondiali gigantesche, evidentemente destinate a fondersi a loro volta in una o due strutture rimanenti, e mentre le organizzazioni internazionali sono sempre più sollecitate a limitare o a sciogliere le sovranità nazionali o locali, il senso di ciò che viviamo ci appare già come semplice interrogativo: il mondo sarà tollerabile quando sarà unificato?
La risposta si trova, ci pare, nella saggezza delle culture, nella loro esperienza immemorabile dei momenti di unità: una cultura umana unita è tollerabile solo se testimone di una reale diversità interna, cioè di una pluralità che non è concessa e quindi predigerita da un sistema dominante.
Così la seduzione capitalista ci propone, apparentemente, una gigantesca diversità di oggetti. Ma noi conosciamo ormai l'omogeneizzazione fantastica che essa presuppone, come sfondo, e nella disciplina dei consumatori stessi.
Da un lato solo un sistema industrializzato perfettamente integrato può suddividere in seguito i propri prodotti in infinite possibilità di scelta, mentre, d'altro lato e lo vediamo con la distruzione di prodotti locali condannati anche per pochi batteri i prodotti finali da scegliere nel catalogo gigantesco dei venditori di Internet variano solo in apparenza o per dettagli superficiali, perfettamente controllati.
L'emergere della diversità reale come problema centrale dell'epoca si manifesta ormai in tutti i campi immaginabili, materiali e umani. Ma la consapevolezza del suo significato fondamentale stenta a liberarsi di sentimenti superflui.
La "diversità biologica" minacciata esprime, per esempio, un fantasma che riguarda (l'abbiamo visto nell'uso delirante che ne fanno i partiti di estrema destra) sia le forme di vita che le entità etniche o culturali. Piuttosto che farne un uso improprio, in derive ideologiche pericolose, sarebbe forse meglio affrontare direttamente la preoccupazione rimossa che vi si nasconde: paura dell'esclusione di un gran numero di capacità individuali in base alla logica del "rapporto" contabile, esso stesso valutato col metro del tasso medio di profitto. Angoscia del restringimento delle élites locali o nazionali, costrette all'inoperosità e all'avvilimento da un movimento correlato di
concentrazione dell'iperborghesia nella stato maggiore mondiale. Terrore di un livellamento dei comportamenti dichiarati accettabili da una morale globalizzata ricondotti in genere alla sola posizione di vittima passiva in balia delle manipolazioni della milizia umanitaria.
Queste sono preoccupazioni serie: solo i cinici possono ammettere che una buona divisione mondiale del lavoro affidi legittimamente la ricerca scientifica agli Stati uniti, mentre l'Asia e l'Europa verrebbero ridotte a fabbricar scarpe, a vender acqua o a montare automobili. Eppure è proprio ciò che si sta delineando, con l'aiuto dell'espatrio volontario dei centri di ricerca delle aziende europee e in particolare di quelle francesi. Solo i babbei penseranno che è meglio per le popolazioni "locali" (1) essere dirette da una casta mondiale che dalle loro proprie élites. Eppure succede proprio questo, con i rapidi spostamenti delle sedi principali di
imprese, soprattutto francesi, verso metropoli anglosassoni. Solo gli ingenui possono credere che non esista nessun rapporto tra la pura intenzione di aiutare le vittime e il calcolo strategico del nuovo controllo coloniale del mondo da parte dei paesi "liberali". La logica plurale La proliferazione del diniego di pluralità ci può preoccupare.
Noi preferiamo qui considerarla come un sintomo di ciò che essa richiama: una rappresentazione del tutto diversa e condivisa della diversità. Ma quale rappresentazione, si chiederà, visto che non si tratta più di tornare alla frammentazione dei vecchi concetti d'identità?
Il problema non è stato abbastanza delimitato; si è passati troppo in fretta davanti all'ovvietà più banale, più frequente nell'evento quotidiano: che oggi è in causa il principio stesso di pluralità e non una qualche forma di rispetto del multiplo.
Abbiamo, per esempio, notato che è la pluralità in quanto tale ad essere negata dall'ideologia che governa l'informatizzazione del mondo? Una pluralità minima comincia solo dal momento in cui esistono due entità. Notiamo che la pluralità, iniziata in due, tende immediatamente a moltiplicarsi: un mondo davvero duale non basta mai a se stesso, poiché implica necessariamente la presenza di terzi, ovvero la posizione del commentatore secondo il quale un modo di mediazione sarà scelto tra due "alterità".
Una logica plurale comporta perlomeno tre principi: l'essere, la sua assenza (che permette di situarlo, di calcolarlo) e la loro mediazione. Di fatto, un mondo plurale anche minimo non è soltanto trinitario (2). E' almeno quaternario. In effetti spirito, corpo e cultura coesistono in uno spazio-tempo reale che non si può tradurre, a meno di tradirlo, in un qualsiasi simbolismo, pur estremamente formalizzato. Questo quarto elemento è la natura poiché, in senso etimologico, la natura è "ciò che deve essere messo al mondo", che lo si voglia o meno, che noi ci siamo o no. E' ciò che noi "lasciamo che sia" poiché è lo sfondo delle nostre agitazioni
teatrali, senza il quale questo teatro neppure esisterebbe. Certo, la scienza studia il lato oggettivo di questa realtà esteriore, ma in essa interferisce e ne trascura dunque necessariamente altri aspetti.
Infine il pluralismo di principio può essere allargato, senza abbandonare il terreno della deduzione, fino a un "quinto elemento", assai bene evocato dalle ardenti eroine dei film di Luc Besson: ovvero il desiderio indistruttibile che nasce quando viene interdetta qualsiasi rappresentazione del mondo. In effetti un mondo quaternario, per pluralista che sia (comunque quattro volte più del mondo monopolare che ci costruiamo ossessivamente!), non sarebbe per questo meno "povero" delle potenzialità che esclude per esistere. Toccherebbe allora ai pazzi, agli amanti e agli artisti creatori rimetterlo in forse per spianare la strada ad altre storie future o collaterali (come quelle inventate
dagli autori di space opera).
Nell'attesa è chiaro che, per quanto riguarda il nostro futuro immediato, lasciarsi andare alla pluralità minima dello spirito, dei corpi, della cultura e della natura corrisponderebbe a un sollievo, a una formidabile liberazione dalla estrema tristezza di un universo interamente dominato, in nome dell'unità tra gli uomini, dai ricchissimi asceti della moneta elettronica. Karl Marx aveva ben visto come il capitalismo faceva sparire i valori d'uso sotto l'astrazione del valore di scambio. Non aveva previsto fino a che punto l'etica puritana universalizzata ci avrebbe trasformati tutti in esseri autistici, prodigio di cifratura. Si dovrebbe richiamare in vita Bertolt Brecht per fargli scrivere un dramma su
quel magnate della finanza che non abbandona mai il minuscolo ufficio senza finestre del suo yacht, alla fonda in un porto "paradisiaco" e che trascorre tutta la sua esistenza a comprare e a vendere montagne di oggetti e di persone che non conoscerà mai. Cos'altro dire di questo ideale di uomo moderno, se non "poveretto!".
Quattro principi sovrani, dunque, che non si lasciano distruggere gli uni dagli altri: 1. La natura, per prima cosa, in quanto rappresenta (simbolicamente, certo) ciò che non è manipolato. E' forse un caso se dei José Bové diventano rari eroi di un mondo in cui capitalismo e scienza si uniscono per prendersela con il nostro rapporto con l'esteriorità, con l'alterità radicale della vita "selvaggia"? Vogliamo respirare qualcos'altro, non noi stessi.
Rifiutiamo un rapporto incestuoso, un rapporto autofagico.
Aspirando a mangiare formaggi di latte crudo ( anche a rischio di ingoiare qualche inevitabile listeria), rifiutiamo l'idea che la fobia asettizzante sia una percezione normale del reale.
Resistendo agli organismi geneticamente modificati, critichiamo l'apprendista stregone multinazionale che pretende di catturare la vita nelle reti dei suoi geni industriali. Noi aspiriamo ad accedere a spazi non contaminati dallo sfruttamento tecnico del mondo, per viverci un po' d'avventura diretta (o molta), non presentata come merce, non organizzata "per il nostro bene".
Ecco una prima sovranità (da instaurare forse subito come patrimonio mondiale) che il capitalismo dovrà imparare a riconoscere, in modo pacifico o nella violenza generata dal suo accanimento.
2. Poi i corpi, nella loro attuale collocazione. E' forse un caso che un'altra delle grandi lotte di quest'epoca è quella dei giovani "abitanti dei quartieri"? Abbiamo osservato che questi eroi (debitamente presentati come negativi dagli amministratori) rivendicano il diritto di essere entità locali, dotate di costumi, di stili corporei e di gerghi ben identificati su base geografica (sono di quel sobborgo, del 93, ecc.)? Se li vediamo in questa luce non sono "vittime dell'esclusione", ma al contrario avanguardie della resistenza all'astrazione virtuale internettizzata, resistenza opposta dal luogo, dal corpo, da ciò che è attuale, dal vicinato e dalla convivialità. E' vero che a loro
si rinfaccia spesso d'essere affascinati dai segni del consumo di massa; d'essere i futuri "piccolo-borghesi" della "plebaglia"; di promuovere, contro le élites colte della loro società, l'unione di McDonald's con la Jihad. Sono cattivi argomenti, (anche se a volte nascondono un'oncia di verità) poiché non tengono conto dell'essenziale: la sovversione urbana preannuncia la resistenza delle comunità di fatto e di condivisione dei luoghi dell'esistenza alla mescolanza mobilitante senza limiti. Rappresenta la difesa del proprio corpo, sempre incarnato qui ed ora, che si muove, danza, mangia con "te" (e anche contro di "loro"), nel suo rifiuto d'immobilizzarsi davanti
agli schermi dell'universale. Rimane, evidentemente, quasi tutto da inventare in questo campo di lotta, in particolare a livello di beni e di servizi comunitari inalienabili alla proprietà mercantile.
3. La cultura, poi, nel suo carattere primordiale di parola condivisa, di creazione continua di esperienze, di "modi di vedere", trascende la fabbricazione industriale di telenovelas e merita la salvaguardia e la promozione di reti di distribuzione che non organizzino la scarsità e non diffondano il deserto culturale. E' forse un caso se questo è uno dei principali pomi della discordia nei dibattiti sulla deregolamentazione del commercio internazionale? Il punto non è che il prodotto hollywoodiano più mediocre "piaccia" (il che rinvia alla reale partecipazione di massa all'impoverimento, fenomeno del tipo "schiavitù volontaria"), ma
che la confisca delle possibilità concrete di messa in scena dei giochi umani da parte dei membri di questa società impedisca alla fin fine di commentare l'universalità stessa. Diventiamo incapaci di affrontare la nostra valutazione del mondo sociale e dei rapporti con altri soggetti di questo stesso mondo. La carenza culturale crea una carenza politica che, a sua volta, rafforza il totalitarismo schiacciante della macchina "aculturale" automatica.
L'indipendenza finanziaria delle istituzioni di cultura e d'insegnamento è probabilmente una delle vie per resistere, a condizione che la loro funzione di manutenzione e di libera creazione di ambienti colti prevalga infine nell'opinione pubblica su quella di una chimerica caccia al "posto di lavoro".
4. E, infine, l'informazione stessa. Nel sottoporla a critica virulenta quando pretende di appropriarsi di tutta la realtà umana, non dobbiamo mirare a distruggerla, poiché proprio grazie ad essa s'è posta la questione della diversità nell'universale come centro della nostra storia. L'informazione si accolla, non ne dubitiamo, la costruzione dell'umanità in quanto tale, ma, forte di questa enorme responsabilità, non deve subito precipitare questa stessa umanità nell'inumanità assoluta della trasparenza contabile. Già nelle grandi aziende dirigenti collettivamente sadici infliggono a molti salariati le prevedibili sofferenze da caserma cibernetica. Col pretesto di adeguarli alle norme globalizzate li
infilzano come insetti con gli spilli di un nuovo taylorismo, più vicino , stavolta, al controllo degli spiriti. Non solo bisogna fermare questa tendenza mostruosa, ma sarebbe assai utile introdurre invece la presenza di altre tre istanze indipendenti (cultura, corpo vivo, natura) nella fortezza della perversione produttivistica. Per esempio la lotta dei ricercatori di Elf, a Pau, per conservare anche un pensiero che non sia immediatamente redditizio (col pretesto di presentare qualcosa di allettante agli azionisti più avidi) fa presagire una lotta molto più globale per impedire di ridurre la vita attiva a un puro conteggio.
Quattro istanze cardinali Per riassumere "l'affare del secolo": che lo si voglia o no l'universalità, già acquisita nella globalizzazione, sarà tollerabile solo se riconosciamo il principio di pluralità.
Questo principio non ha nulla a che vedere con l'infinita frammentazione degli oggetti e degli uomini che ci propongono i cataloghi commerciali. Rappresenta innanzitutto la dualità: io e l'altro e non zero o uno. Lo spirito e il corpo e non i corpi decifrati dallo spirito e smembrati dagli strumenti di "rapporto". Da questa dualità elementare si deduce la presenza dei liberi commentatori: è nella cultura e solo nella cultura che si può dibattere del "modo giusto" di raccontarci una storia di reciproco rispetto. Non c'è scienza umana, né invenzione statistica delle opinioni, né sorveglianza con videocamere che possano supplire a ciò. Questo è il principale registro politico: quello
in cui discutiamo del dramma che reciteremo e non solo dei dettagli di un atto o della selezione degli attori e del loro salario. Infine, tutto ciò esige una muta testimonianza: la natura, su una parte della quale decidiamo, per pura convenzione, di non agire, al fine di non chiuderci in una folle confusione tra noi stessi e il mondo, tra la vita e le nostre intenzioni di esserne la fonte.
Un mondo plurale non è dunque un mondo ordinale (dove tutto diventa una sfilza di numeri) e neppure un mondo frazionario (in cui tutti i numeri sono in fondo collocati in un cerchio tra 0 e 1). E' un mondo in cui almeno quattro istanze cardinali si considerano reciprocamente e rispettano i propri modi irriducibili di pensare e di agire, i propri simboli fondamentali distinti e separati: il denaro (per l'informazione), il luogo del presente (per il corpo), la parola (per la cultura), la vita selvaggia (per la natura). Sapremo realizzare questa pur minima pluralità?
note:
* Sociologo, direttore di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (Cnrs), Parigi; autore, fra l'altro, di Nature et démocratie des passions, Presses universitaires de France, Parigi, 1996.
(1) Ciascuno può verificare in base a piccoli dettagli il progredire del disprezzo imperiale: così da Smith, celebre libreria anglossassone di Parigi, la letteratura francese e sulla Francia è sistemata alla voce "locale".
(2) Per riprendere i lavori appassionanti di Dany Robert-Dufour.
(Traduzione di E.P.)
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