al
settimanale
diocesano
di
Pordenone
"Il
Popolo"
La piazza virtuale,
mediatica, internet e televisiva, no basta più. Per governare, per generare
consenso occorre di nuovo la vecchia piazza fisica. Quella dove le persone si
toccano, si abbracciano, urlano insieme, si scontrano e si incontrano. E quel
furbone di Giuliano Ferrara, che viene dalla sinistra esperta di piazza, l’ha
capito più del suo mecenate, Berlusconi.
In fondo l’arma della sinistra
storica o rivoluzionaria, ma anche del giacobinismo borghese, è sempre stata la
piazza affollata, di massa. Ugualmente le destre storiche hanno avuto
dimestichezza con i raduni di massa.
Ecco l’invenzione
dell’Usa-day. Chiara la finalità socio-politica: rigenerare un “blocco
storico”, che di per sé è di memoria gramsciana, di moderati e di
benpensanti, oltre le etichette di destra o di sinistra, attorno a un
valore espresso in negativo con la lotta al terrorismo, ed in positivo
col richiamo alla libertà individuale, dentro le proprie case, il proprio
territorio, la propria nazione.
Una forza politica, prima di opposizione ed ora
di palazzo, intende sfuggire alla pretesa del famoso pipetta di don dilani, che
si riprendeva la libertà di contestare senza lasciarsi soggiogare da quei
padroni che egli stesso ha mandato al governo. Insomma è l’impegno a tenere
legato il palazzo, di memoria pasoliniana, alle strade alle piazze.
Conta poi
andare a ripescare quel sentimento filoamericano, che ha tenuto insieme le
generazioni del dopo guerra e della guerra fredda, anticomunista, costretto a
rimanere nell’ombra durante gli anni della retorica della Resistenza.
Non è
casuale allora che una forza politica, giovane nelle generazioni di
appartenenza, si adegui a metà. E ciò per tenere insieme quel popolo padano
che è assai globalizzato nelle imprese e nel lavoro come anche nei costumi, e
proprio per questa ragione preoccupato della americanizzazione della vita
proprio dentro le sue valli alpine.
Questa difesa dell’identità torna così
funzionale al centrodestra, che può riunire tre bandiere: a stelle e strisce.,
il tricolore, la padana del Carroccio. Un modo tutto italiano di essere “glocali”,
globali e locali, europei e patriottici, italiani e padani. Stranamente, ma in
maniera assolutamente logica, il No Global, fa la sua manifestazione che diviene
antiamericana ma ugualmente dalle pretese globali. In fondo il no global, per
dirla con i medioevali, esprime la classica “contradictio in terminis”
nel suo stesso nome.
Ma la sinistra si
trova in difficoltà a cavalcare il popolo del No-global, perché la
manifestazione è talmente globale da perdere la dimensione del locale, cioè
dell’appartenenza a della difesa degli interessi e delle paure italiane,
europee, mondiali, minacciate dal terrorismo. Rischia anzi di apparire
agganciata all’antiamericanismo senza uscire ed essere completamente italiana
ed europea.
Un rebus per l’opposizione e una possibile vittoria di immagine,
di coscienza collettiva per il centrodestra. Il quale, per governare a lungo,
cerca in tutti i modi di coprire la totalità del sociale, perché l’umore
della piazza reale insieme a quello della piazza mediatica non sfugga al
Palazzo. Un Polo che diviene movimento e istituzione, forza di lotta e di
governo.
Di
Bruno Cescon
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
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