|
PERCHE'? WHY? (DI LUIGI CORTESI) |
n.
38
di
Giano.
Pace,
ambiente
e
problemi
globali.
Maggio
-
giugno
2001
La
parola
che
abbiamo
assunto
come
titolo
caratterizzante
di
questo
fascicolo
e
delle
riflessioni
suggerite
dagli
avvenimenti
di
Genova
del
21–22
luglio
e
degli
attentati
dell’11
settembre
negli
Usa
viene
“dal
basso”.
Ed
essa
può
valere
anche
per
la
“guerra
infinita”
che
Bush
e
l’Occidente
si
sono
subito
apprestati
a
scatenare.
“Perché?”
–
si
chiedevano
in
un
dibattito
alcuni
giovani,
a
proposito
delle
manifestazioni
di
Genova
contro
la
riunione
del
G8
e
della
furia
repressiva
che
si
è
scatenata
contro
di
esse.
I
giovani
che
si
interrogavano
in
questo
modo
non
erano
né
sprovveduti
né
politicamente
insensibili,
al
contrario
volevano
proprio
arrivare
a
capire
le
ragioni
profonde
dei
fatti
e
la
logica
della
contrapposizione.
Nessun
organo
di
stampa
“indipendente”
o
trasmissione
televisiva
ha
neppure
tentato
di
spiegare
quelle
ragioni
e
quella
logica,
e
come
la
globalizzazione
sia
diventata
una
questione
di
“zona
rossa”
e
di
polizia;
il
vero
e
alto
discorso
politico
è
bandito
dalle
nostre
TV,
private
e
pubbliche,
per
le
quali
la
politica
è
soprattutto
la
professione
di
un
ristrettissimo
numero
di
persone
che
si
telefonano
tra
loro
e
vengono
quotidianamente
intervistate.
“Why, why, why?”
–
gridava
con
tono
disperato
una
donna
che
fuggiva
dall’area
delle
Twin Towers,
mentre
dietro
di
lei,
ancora
si
ergevano,
avvolti
dalle
fiamme,
i
due
superbi
grattaceli
del
Word
Trade
Center.
Nessuno
le
avrà
dato
una
vera
risposta,
né
allora
né
poi,
nel
rapido
susseguirsi
di
panico
autentico,
di
emozione
collettiva
manovrata
e
di
preparazione
psicologica
alla
vendetta;
nessuno,
c’è
da
temere,
le
darà
mai
una
risposta
al
di
fuori
di
qualche
individuo
critico
incontrato
per
caso
e
di
qualche
giornaletto
di
scarsa
tiratura,
che
nel
caleidoscopio
merceologico
e
nella
ventata
di
patriottismo
yankee
abbiano
saputo
mantenere
la
propria
autonomia.
Infine
noi
stessi,
di
fronte
allo
spettacolo
della
mobilitazione
militare
americana
e
mentre
si
diffondono
voci
di
guerra
e
di
catastrofe,
ci
chiediamo:
“Perché?”.
Vogliamo
qui
cercare
di
avviare
almeno
una
prima
argomentazione
sui
fatti,
e
lo
facciamo
con
interventi
a
titolo
personale,
riservandoci
di
tornare
sui
discorsi
e
sui
problemi;
e
vorremmo
dire
sul
problema,
dato
che
la
risposta
a
quel
perché
e
a
quel
why
si
articola
certamente
in
una
molteplicità
di
cause,
ma
ci
porta
infine
su
un
unico
terreno
di
analisi,
e
ad
una
matrice
fondamentale
del
malessere
mondiale.
Il
discorso
su
Genova
potrebbe
essere
breve,
dato
che
i
fatti
americani
hanno
soverchiato
quelli
italiani
di
luglio,
e
che
la
“guerra
infinita”
si
è
poi
sovrapposta
a
tutto.
Ma
noi
crediamo
che
la
cornice
nella
quale
si
è
collocata
la
contestazione
del
G–8
non
sia
né
locale,
né
italiana
né
solo
europea;
e
quindi
i
due
temi
si
mescoleranno
nella
nostra
riflessione.
Genova
è
venuta
dopo
Seattle,
Washington,
Praga,
Montreal,
Nizza, Davos,
Napoli,
Quebec,
Porto Alegre, Göteborg.
In
ciascuna
di
queste
città
ci
sono
state
manifestazioni
di
massa,
o
di
grosse
avanguardie
della
nuova
coscienza
globale,
o
comunque
dimostrazioni
di
un
malessere
profondo
dell’epoca.
Il
movimento
che
ha
preso
nome
dai
fatti
di
Seattle
del
novembre
1999
è
venuto
via
via
rivelando
il
proprio
carattere
mondiale,
e
ha
posto
le
prime
basi
d’una
nuova
cultura
politica
di
massa.
Non
esiste
solo
la
globalizzazione
della
finanza,
dei
commerci,
dell’accumulazione
di
ricchezza:
esiste
anche
quella
della diseguaglianza,
dell’impoverimento,
della
fame.
Non
esiste
solo
la
globalizzazione
delle
comunicazioni:
c’è
anche,
nelle
pieghe
del
grande
rivolgimento
la
globalizzazione
delle
cause
di
protesta
e
di
lotta;
c’è
una
consapevolezza
via
via
più
ampia
e
sdegnata
dei
rischi
e
dell’ingiustizia
connessi
all’eternizzazione
delle
disuguaglianze,
alla
morte
di
massa
per
fame
nei
paesi
del
Sud
e
al
congelamento
della
dinamica
politica
nelle
società
nel
Nord,
con
la
cancellazione
delle
conquiste
d’un
secolo
duro
e
sanguinoso
come
quello
passato.
Non
facciamo,
ora,
differenza
tra
centro–destra
e
centro–sinistra;
in
Italia
e
altrove:
i
due
schieramenti,
sempre
più
simili
nella
sostanza
della
loro
cultura,
sono
degni
di
succedere
l’uno
all’altro
senza
che
i
processi
in
corso
registrino
mutamenti
rilevanti.
I
fatti
d’un
decennio
l’hanno
dimostrato.
Ma
quelli
che
abbiamo
citato
sono
i
rischi
comparativamente
minori,
superabili
storicamente
in
una
dialettica
rivoluzionaria
di
classe,
che
in
modo
ancora
non
prevedibile
tornerà
a
sollecitare
il
movimento
storico.
Il
rischio
più
grande
è
l’annientamento,
la
perdita
del
mondo
e
della
storia,
e
questo
rischio
procede
a
grandi
passi,
come
risulta
evidente
non
solo
dalla
rivolta
del
clima
contro
gli
abusi
dell’industrialismo
e
dell’high tech,
ma
dall’incapacità
dell’economia
e
della
politica
dominanti
ad
affrontare
i
cambiamenti
necessari
e
sempre
più
drammaticamente
urgenti,
cambiamenti
che
esse
stesse
provocano
e
sospingono.
È
questa
vocazione
del
sistema
alla
distruttività,
è
questo
scenario
senza
orizzonte
e
senza
futuro
che
il
movimento
di
Seattle
e
di
Genova
ha introiettato.
Si
tratta,
prevalentemente,
di
giovani.
Sicuramente
fruttificano
semi
attivi,
fermenti
critici
e
spinte
al
cambiamento
che
vengono
dal
profondo
del
secolo
passato.
Ma
la
determinazione
alla
lotta,
il
respiro
di
un
nuovo
internazionalismo
mondiale,
e
potremmo
dire
anche
il
nuovo
modo
di
guardare
alla
“economia
di
mercato”
come
al
becchino
chiamato
a
sotterrare,
insieme,
il
mondo
da
cambiare
e
la
possibilità
d’una
transizione
ad
altri
e
migliori
assetti
sociali,
queste
sono
cose
nuove,
oppure
ritrovate
dopo
un
lungo
silenzio,
ma
ritradotte
in
creazioni
generazionali
che
propongono
una
nuova
cultura
della
militanza.
Non
si
tratta
di
un
riciclo,
come
sperano
molti
militanti
dei
decenni
passati,
bensì
di
un
ciclo
nuovo
e
diverso
della
spinta
sociale
ad
un
“mondo
migliore”;
che,
tra
l’altro,
imputa
alle
ortodossie
socialcomuniste
del
passato
d’aver
rappresentato
un
cul–de–sac
in
materia
di
rapporti
tra
politica
e
società
e
tra
uomo
e
natura
esterna.
Che
il
movimento
non
sia
un
fenomeno
passeggero,
o
una
irregolarità
nel
profilo
di
una
storia
che
il
riformismo
saprà
riparare,
ce
lo
garantisce
proprio
l’incapacità
del
sistema
ad
andare
avanti
se
non
nella
sola
direzione
della
catastrofe.
Basti
pensare
a
alcuni
dei
fenomeni
più
rilevanti
del
nostro
tempo:
la
filosofia
e
il
funzionamento
pratico
del
Wto
che
troviamo
puntualmente
documentati
nel
volume
di
Lori
Wallach
e
Michelle
Sforza
edito
da Feltrinelli,
il
rilancio
del
cosiddetto
“scudo
spaziale”
da
parte
del
presidente
americano
G.W. Bush,
infine
la
disponibilità
dell’intero
Occidente
ad
una
guerra
senza
limiti
di
spazio,
tempo
e
tipo
d’armamenti,
e
perfino
contro
un
nemico
non
precisamente
individuabile
e
localizzabile.
Da
un
lato
il
doppio
attacco
alle
economie
povere
e
all’ambiente
naturale
in
nome
della
totale
libertà
di
commercio
e
dell’esigenza
di
frantumare
come
technical
barriers
ogni
impedimento
–
legislativo,
culturale,
antropico,
ecologico
–
allo
scorrimento
devastatore
delle
merci;
dall’altra
parte
il
rilancio
della
filosofia
militare
di
Clausewitz
e
di
quella
atomica
di
Herman
Kahn
in
una
situazione
che
può
comportare
una
terza
guerra
mondiale,
o
quanto
meno
una
guerra
di
proporzioni
intercontinentali,
priva
di
controparti
statuali
in
grado
di
minacciare
gli
Stati
Uniti
d’America
con
una
pioggia
di
missili
atomici
che
sia
necessario
neutralizzare
in
volo
per
evitare
l’ecatombe
–
una
guerra
dell’Occidente
colonialista
e
imperialista
contro
società,
culture
e
religioni
considerate
altre
e
nemiche,
una
guerra
non
tra
civiltà
ma
di
sistema.
Una
guerra
che
si
prepara
e
si
farà
mentre
le
condizioni
della
biosfera
concedono
alla
fabbricazione
e
all’uso
massiccio
delle
attuali
tecnologie
militari
margini
ormai
molto
limitati
di
metabolizzazione
naturale.
Una
guerra
infinita
che
forza
le
soglie
d’un
mondo
finito.
Ora,
quello
che
gli
appartenenti
alle
generazioni
anziane
apprendono
e
approfondiscono
per
la
consueta
via
delle
letture,
il
carattere
potenzialmente
finale
del
nostro
tempo,
è
già
nella
percezione
dei
giovani;
essi
lo
colgono
e
lo
misurano
nei
dati
della
loro
stessa
vita
–
la
disoccupazione,
la
crescente
miseria
delle
fasce
emarginate,
la
liceità
del
drogarsi
o
del
ripudiare
la
vita
di
fronte
al
franare
del
senso,
il
disfacimento
della
rete
organizzativa
della
società,
la
truffa
della
didattica
scolastica
e
universitaria,
la
ridicola
distribuzione
di
inni
di
Mameli,
di
bandierine
tricolori
e
di
film
su
Padre
Pio,
che
dovrebbero
essere
tramiti
di
orientamento
etico
ma
rimandano
ad
una
bussola
di
valori
dal
quadrante
muto.
Il
fallimento
del
capitalismo
e
i
rischi
connessi
sono
nell’aria,
anche
qui
nel
suo
centro.
E
la
morte
di
Carlo
Giuliani
va
considerata
come
il
prodotto,
più
che
di
un
episodio
di
lotta
di
strada,
di
questo
fallimento
e
dei
processi
di
radicalizzazione
repressiva
che
esso
comporta,
per
la
coincidenza
dell’onda
lunga
della
crisi
storica
del
sistema
e
dell’ondata
recessiva
che
colpisce
–
in
modo
più
acuto
e
preoccupante
dopo
quasi
un
decennio
di
crescita
trionfale
–
l’economia
degli
Stati
Uniti
d’America.
Lo
sviluppo
del
movimento
è
congiunto
ai
fenomeni
di
coscienza
di
cui
abbiamo
detto,
ma
si
radica
su
questo
terreno
materiale
di
crisi.
Quello
dei
limiti
intellettuali
e
politici
è
un
grosso
problema,
che
i
dodici
anni
di
esperienza
e
di
elaborazione
di
“Giano”
ci
autorizzano
a
porre.
Ci
sono
aspetti
di
introduzione
alla
politica
e
di
conoscenza
storica
per
i
quali
chi
dirige
o
rappresenta
pubblicamente
il
movimento
deve
chiedere
conto
alle
forze
politiche
di
origine
classista
e
rivoluzionaria,
come
Rifondazione
comunista
(non
parlo,
per
decenza,
dei
ds
e,
per
riguardo
ai
popoli
di
Serbia
e
Jugoslavia,
del PdCI)
e
quelle
di
formazione
successiva
e
tutta
legata
all’ecopacifismo,
come
i
Verdi
più
seri,
o
la
sinistra
anticapitalista
dei
Verdi.
Lì
dovrebbero
stare
le
fonti
del
pensiero
alternativo,
l’organizzazione
fondamentale
della
critica
del
sistema,
ed
anche
la
capacità
di
recepire
dai
nuovi
militanti
i
frutti
della
loro
esperienza
e
di
nuove
analisi,
che
non
partono
direttamente
dalla
lotta
di
classe
o
da
una
contrapposizione
politica
consolidata,
e
neppure
immediatamente
dalle
merci,
ma
dal
rapporto
tra
prassi
umana
e
natura.
Recepire
e
lasciarsene
trasformare.
Nello
scambio,
molto
impareranno
i
più
giovani,
ma
altrettanto,
e
in
un
certo
senso
ancor
più
dovrebbero
apprendere
i
vecchi
marxisti,
legati
al
comunismo
ortodosso
dell’incapacità
borghese
e
della
candidatura
del
proletariato
organizzato
ad
un
ulteriore
sviluppo
delle
forze
produttive. Tutto
ciò
senza
anteporre
dottrinariamente
la
questione
del
soggetto
o
dei
soggetti
della
lotta;
giacché
è
proprio
la
lotta,
sono
gli
avversari
stessi
che
li
creano,
li
stanno
creando.
Ci
sarebbe
molto
da
discutere
su
questo;
per
ora
diciamo
che
la
coesione
culturale
è
più
forte
di
quella
sociale,
ma
che
qualcuno
dovrebbe
porsi
seriamente
il
problema
della
partecipazione
operaia.
Il
senso
di
queste
osservazioni
è:
attenzione,
l’esperienza
diretta
di
questo
nuovo
anticapitalismo
è
in
vantaggio
sulle
vecchie
categorie
teoriche
e
perfino
sociologiche,
e
il
suo
processo
di
maturazione
va
rispettato.
Perché
mai
come
di
fronte
ad
una
apocalisse
che
appare
difficilmente
evitabile
bisogna
lavorare
di
distinzione
tra
il
compito
immediato
e
una
concezione
patrimoniale
del
passato,
tra
una
prima
e
una
seconda
linea
dei
problemi,
e
saper
discernere
il
fondamentale
e
l’accessorio.
Noi
mettiamo
in
seconda
linea
anche
la
questione
della
democrazia
nei
termini
in
cui
è
stata
generalmente
posta,
della
negazione
del
diritto
alla
libera
manifestazione
e
delle
illegalità
della
polizia.
Se
un
problema
di
limiti
posti
alla
democrazia
formale
esiste,
esso
precede
Genova
e
sussiste
dopo
Genova;
ma
appare
soverchiato
dal
problema
della
qualità
stessa
della
democrazia
vigente
e
della
spinta
a
superare
le
menzogne
convenzionali
e
a
costituire
una
democrazia
autentica.
Il
regime
vigente
non
è
tanto
caratterizzato
da
inadempienze
ad
un
concetto
condiviso
di
democrazia,
quanto
dal
mancato
sviluppo
e
dalla
paralisi
della
democrazia
entro
le
forme
parziali
e
asfittiche
che
le
sono
tipiche
in
presenza
di
un’economia
capitalistica.
La
maggioranza
dei
soggetti
della
mobilitazione
(gruppi
e
militanti
singoli)
viene
dai
paesi
capitalistici
“avanzati”,
quelli
nei
quali
gli
interessi
economici
dominanti
prosperano
sotto
forme
democratiche
di
gestione
del
potere
politico.
In
alcuni
dei
questi
paesi
sono
state
recentemente
tenute
le
rituali
elezioni.
Ma
c’è
un’enorme
e
crescente
distanza
tra
queste
forme elettoralistiche,
la
realtà
dei
poteri
in
gioco
e
i
problemi
internazionali
e
globali
che
hanno
preso
corpo
nei
decenni
scorsi,
dei
quali
la
cosiddetta
opinione
pubblica
ha
una
conoscenza
parziale
e
sfuocata.
I
grandi
poteri
economici
e
politici
dello
Stato–guerra
e
delle
organizzazioni
internazionali
dominate
dall’Occidente
hanno
confiscato
a
sé
la
gestione
di
quei
problemi
e
li
manomettono
sulla
base
di
interessi
che
ledono
in
tutto
il
mondo
in
misura
sempre
più
grave
il
diritto
alla
vita,
trascinano
alla
disperazione
e
all’esodo
masse
sterminate
e
giungono
alle
soglie
di
rottura
con
le
leggi
chimico–fisiche
della
vita
generica.
La
democrazia
esiste
solo
nella
misura
della
conferma
dell’ut
sic.
Per
questi
poteri
occidentali
la
guerra
e
l’aggressione
alla
natura
continuano
ad
essere
un
prolungamento
organico
dell’economia
e
della
politica;
la
superficie
terrestre
non
è
interamente
nelle
loro
mani,
ma
è
incessante
–
e
si
è
fatta
più
aggressiva
nell’ultimo
decennio
del
Novecento
–
la
spinta
ad
un
controllo
totale.
Qualcuno
può
trovare
questo
quadro
troppo
fosco,
o
partigiano,
o
“antiamericano”.
Ma
noi
–
come
Rossana
Rossanda
–
rivendichiamo
l’antiamericanismo
come
un
diritto
elementare
dell’analisi
critica;
chi
personalmente
scrive
deve
la
formazione
stessa
del
proprio
pensiero
militante,
la
propria
libertà
intellettuale,
alla
critica
del
potere
e
di
quello
che
è
stato
il
suo
luogo
mondiale
per
eccellenza
lungo
un
mezzo
secolo
la
cui
rovinosità
è
in
ragione
diretta
con
gli
sviluppi
dell’imperialismo
degli
Usa.
Per
limitarci
appunto
agli
ultimi
anni,
noi
invitiamo
i
dubbiosi
a
riflettere
in
particolare
sulla
guerra
del
Golfo,
che
nel
1990–91
ha
accompagnato,
non
a
caso,
il
tramonto
dell’Unione
Sovietica,
e
che
è
all’origine
della
situazione
che
stiamo
descrivendo.
Li
invitiamo
a
riflettere
sulle
ragioni
di
quella
guerra
e
su
un
dopoguerra
veramente
infinito,
con
embargo
e
genocidio,
nel
quale
una
sola
cosa
è
certa:
lo
stabile
insediamento
americano
in
quella
zona
nevralgica
del
mondo,
con
tutti
i
contraccolpi
che
essa
ha
provocato
e
che
provoca
continuamente
in
ordine
ad
una
apparente
“guerra
di
civiltà”
che
è
concreta
aggressione
imperialistica
capace
dei
più
grandi
crimini.
Quella
guerra
ha
scardinato
sia
i
rapporti
internazionali
sia,
in
molte
situazioni,
gli
equilibri
interni:
il
passaggio
di
secolo
ne
è
risultato
sconvolto
sul
piano
continentale
e
mondiale.
Tutto
costituisce
una
spaventosa
registrazione
dello
stato
attuale
di
crisi
della
“democrazia
reale”
,
e
diremmo
la
rivelazione
della
incompatibilità
del
capitalismo
e
dell’imperialismo
con
i
postulati
basilari
della
democrazia
tout
court
e
la
drammatica
necessità
d’un
approfondimento
e
di
una
globalizzazione
della
democrazia
stessa.
Questa
è
dunque
la
richiesta
fondamentale
del
movimento
di
Seattle,
e
questa
è
la
direzione
in
cui
lavorare,
nella
convinzione
che
il
cammino
intrapreso
non
è
che
l’inizio
di
un
nuovo
ciclo
di
lotte
sociali
che
si
combattono
su
quello
che
Ernesto
Balducci
chiamava
“il
crinale
apocalittico”
della
contemporaneità.
Ciò
che
abbiamo
detto
ci
ha
direttamente
portato
sul
terreno
degli
attentati
americani.
Noi
vogliamo
risparmiarci
qui
un
giudizio
di
disapprovazione
acritica
di
quanto
viene
attribuito
al
cosiddetto
“fondamentalismo
islamico”
(un’espressione
che
noi
non
usiamo,
come
non
abbiamo
in
casi
simili
o
analoghi
mai
usato
“fondamentalismo
cattolico”
o
“cristiano”).
Siamo
portati
a
distinguere
molto
nettamente
islamismo
da fondamentalismo,
e
anche
fondamentalismo
da
terrorismo.
Siamo
di
principio
contrari
al
terrorismo,
ma
ne
vogliamo
vedere
la
varia
tipologia.
L’attentato
di
New
York–Washington
impressiona
per
gli
aspetti
spettacolari
abbondantemente
sfruttati
dai
mass
media.
E’
stato
calcolato
che
ogni
utente
televisivo
nel
mondo
ha
visto
bruciare
e
affondare
le
torri
di
Manhattan
14
volte
solo
dall’11
al
18
settembre.
Non
è
poco:
il
sistema
d’informazione
americano–atlantico
è
riuscito
a
mettere
l’attentato
alle
Twin
Towers
(più
che
quello
al
Pentagono)
al
centro
della
sensibilità,
dell’angoscia
e
infine
del
sentimento
di
vendetta
di
una
parte
notevole
della
popolazione
mondiale.
E’
così
che
si
dimentica
il
genocidio
iracheno;
è
così
che
si
prepara
la
“prima
guerra
del
secolo
XXI”.
Ma
l’attentato
preoccupa
anche
chi
non
ha
perso
la
testa,
per
il
suo
ordine
di
grandezza
e
per
le
conseguenze
che
gli
americani
ne
hanno
subito
tratto;
intanto,
esso
può
avere
una
ricaduta
negativa
sui
movimenti
alternativi,
e
sul
movimento
complessivo
di
Seattle–Genova.
Una
parte
può
sentire
il
richiamo
dell’Occidente
ferito,
un’altra
parte
può
volgersi
all’idea
che
l’estremizzazione
delle
forme
di
lotta
è
ormai
un
dato
universalmente
caratterizzante
e
obbligatorio.
Tener
fermo
sui
valori
profondi
che
ispirano
i
movimenti
alternativi
dell’ultimo
biennio
e
che
si
rivolgono
contro
i
sistemi
di
dominio
e
di
guerra
può
essere
un
antidoto
efficace;
ma,
soprattutto
questo
attentato
va
capito.
Gli
americani
si
sono
messi
subito
alla
ricerca
di
qualche
nemico
in
carne
ed
ossa,
con wanted,
dead
or alive,
fotografia
e
taglia;
ed
hanno
un
presidente
abbastanza
incolto
e
ottuso
da
ritenersi
il
titano
di
una
lotta
contro
il
Demonio,
non
senza
l’aiuto
di
Dio.
Noi
crediamo
che
il
nemico
e
il
male
gli
americani
li
abbiano
in
casa
propria,
e
ne
esportino
in
grande
quantità.
Li
esportano
nella
loro
produzione
culturale
di
massa,
destinata
alla
grande
catena
televisiva
che
stringe
il
mondo:
quanti
roghi
di
grattacieli
avevamo
già
visto
in TV!
|
|