da
"La Repubblica", 30 settembre 2001
Nel dibattito politico si avverte,
forte e distinta, una tendenza. Tracciare confini netti, profondi, in un mondo
che li ha perduti. Riaffermare un pensiero assoluto, in tempi tanto complessi e
relativi. Caduto il muro di Berlino; caduta, più modestamente, la Prima
Repubblica, dopo l'entusiasmo iniziale, sembra essere subentrato un clima di
disorientamento, che ha incoraggiato la costruzione di nuovi muri. O, almeno,
muretti. Che, perlopiù, reinventano fratture antiche. In Italia, questo
percorso è più evidente che altrove. Forse perché, più che altrove, qui il
crollo dei muri aveva lasciato dietro sé cumuli di macerie.
Era nell'aria da tempo, questa
tentazione. Basta rammentare, nel nostro piccolo, il clima della lunga (e
penosa) campagna elettorale in vista delle elezioni politiche della scorsa
primavera. Impostata da Berlusconi e dalla Casa delle Libertà sulla frattura
anticomunista. Tema efficace, nonostante la scomparsa del "nemico" (il
comunismo), perché forniva a una parte della società italiana un motivo per
schierarsi. Identificando il comunismo con il vecchio, lo statalismo, la
resistenza alle domande individuali, al vento del mercato. Dall'altra parte, si
opponeva, come principale linea antagonista, l'antiberlusconismo. Il richiamo
alla mobilitazione contro l' imprenditore mediatico e i suoi interessi. Contro
il partito e lo schieramento del Presidente. Divisioni schematiche. Dagli
effetti dannosi, soprattutto per il centrosinistra.
Perché
l'antiberlusconismo sancisce
esplicitamente la centralità di Berlusconi. Perché il comunismo, per quanto
sostanzialmente dissolto, ha un fondamento assai più solido e profondo del
berlusconismo.
Negli ultimi mesi, però, l'ansia di
erigere muri ha superato i confini nazionali, coinvolgendo il contesto globale.
La globalizzazione stessa. Divenuta un tema centrale del dibattito politico
italiano. Lacerante, dopo il vertice del G8 svoltosi a Genova e le
manifestazioni del movimento che l'hanno contrastato. Globali o antiglobali: una
scissione netta, profonda, che attraversa il sistema politico. E gli
schieramenti, al loro interno.
Poi, da ultima, la tragedia americana.
L'attentato alle Torri gemelle. Il cui crollo ha avuto lo stesso effetto del
muro di Berlino. A rovescio. Perché ha aperto nuove lacerazioni. Incoraggiando
la tentazione di riaprire nuove barriere, in un mondo che pensava di averle
vanificate. La frattura fra Occidente e Islam, evocata dal presidente del
Consiglio. Per ricalcare, probabilmente, lo schema amiconemico adottato in
Italia. Sostituendo i comunisti con l'Islam. L'opposizione fra un concetto,
l'Occidente, geopolitico, definito sulla base di principi storici e modelli
istituzionali, peraltro variabili. E un'entità religiosa e culturale, l'Islam,
come tale impossibile da identificare con un'area (l'Oriente, piuttosto che il
Sud) o con un modello di Stato e di sistema politico. Un'alternativa "fra
civiltà" implausibile da proporre. A meno di non riassumere l'Occidente
nel fondamento cristiano - se non cattolico - piuttosto che nella cultura laica.
Peraltro, gli stessi Usa si guardano bene dal marcare questa opposizione, perché
insostenibile in una società multiculturale, come quella americana; e dannosa
dal punto di vista geopolitico.
Nello stesso Occidente, d'altronde, la
tragedia americana, al di là del dolore e della partecipazione unanime che ha
suscitato ovunque, ha scavato un'altra frattura. Che investe direttamente il
paese bersaglio di tanta barbarie. L'America. Divenuta, dopo la caduta del muro,
unico custode e garante degli equilibri mondiali. E' il sentimento antiamericano,
che aleggia non solo nei paesi arabi, ma anche in Europa. Se è vero che
(indagine Swg) in Italia il 45% della popolazione ritiene che la responsabilità
della tragedia di New York vada, in parte, attribuita agli Usa. Alla loro
politica nello scacchiere internazionale. Un sentimento - anzi: un risentimento
- inaccettabile. Che ha radici vecchie, ma significato nuovo. Perché oggi
respira un'aria postideologica. Non spiegabile attraverso il
"comunismo" latente nella società italiana (di cui, secondo il
"pensiero assoluto", sarebbero espressione i noglobal). Tanto più
oggi, che il maggiore alleato degli Usa è proprio la Russia, già capitale
dell'impero comunista; guidata da un presidente, Vladimir Putin, che proviene
dalla nomenklatura comunista.
Quante fratture, in un mondo dove i
muri sembravano crollati. E in un paese, l'Italia, che un decennio fa si pensava
di poter riformare e ricostruire su basi nuove: il dialogo, la condivisione di
valori. Impostando le alternative politiche su progetti piuttosto che su
ideologie. Promuovendo un consenso consapevole piuttosto che altre fedeltà
"religiose".
Invece la fine delle divisioni
tradizionali ha spinto gli attori politici a inventarne di nuove. Per fornire
alla società nuove bussole, nuovi punti cardinali. Per contrastare il
"relativismo" politico e culturale. Il peccato capitale dell'Occidente
in declino.
Tuttavia non è sempre facile
orientarsi, ricorrendo a bussole che pretendono di scindere nettamente
alternative spesso incommensurabili. L'Occidente e l'Islam. L'America e il
terrorismo. L'America e l'antiamericanismo. Il global e il noglobal.
Berlusconismo e libertà. Comunismo e libertà. Non è un problema di
equidistanza che si pone. Ci mancherebbe. Ma è difficile affrontare queste
alternative (alcune in particolare), accettando il primato (e l'utilità) del
pensiero assoluto.
Come e dove si collocherà chi è e si
sente occidentale, ne condivide i valori, i principi, le istituzioni; non ha
incertezze sulla lotta dura al terrorismo; ma, al tempo stesso, crede nel
dialogo aperto fra culture? Chi pensa che l'Islam è una realtà complessa, in
mutamento; e non sia destinato a produrre "mostri" e fondamentalismi?
Come e dove si collocherà chi considera gli Usa, da sempre, un solido e stabile
riferimento per la democrazia, cui l'Europa e l'Italia debbono molto, ma
vorrebbe, comunque, un'Europa più forte, autonoma, capace di diventare soggetto
attivo, sul piano geopolitico e culturale? Come e dove si collocherà chi non
vede nella globalizzazione solo i rischi, ma anche le opportunità, per
allargare la distribuzione di conoscenze e risorse? Chi la considera un processo
che può essere criticato, governato diversamente, ma non demonizzato? Chi,
peraltro, vede il movimento antiglobale come una realtà composita; chi, anche
non condividendone le posizioni, ritiene è arbitrario ridurlo alle frange
violente e ai gruppi estremi presenti al suo interno? Come e dove si collocherà
chi non è comunista, ma non per questo è berlusconiano? Chi non è
berlusconiano, ma non per questo è comunista?
Mi dispiace, ma di fronte ad
alternative così schematiche non riesco a pormi che in modo relativamente (e
forse assolutamente) relativo.
Senza, per questo, sentirmi
relativista.