da
"La Rivista",
aprile
2001
Oltre
il Novecento 1, esorta Revelli, secolo orrendo che ci insegue ancora. Già
Hobsbawm lo aveva chiamato The Age of Extremes, segnandone inizio e fine nella
parabola comunista, dal 1917 al 1989: in mezzo stanno fascismo e nazismo, dei
quali né Hobsbawm né Revelli dicono, come Nolte, che sarebbe stato evocato dal
mostro bolscevico – ma stanno là, nel cuore tenebroso del secolo in Europa.
Ambedue
sono crollati, il primo sotto i colpi della guerra che aveva voluto, il secondo
su se stesso. C'è fra loro una differenza di fondo e non sta nella contabilità
delle vittime, perché la Shoah è il male assoluto, anche se il Libro nero del
comunismo, pur esagerando, dice una realtà inaccettabile: sta nel rapporto fra
quel che si proponevano e quel che sono stati. Il nazismo ha costruito nel Terzo
Reich l'ordine che voleva imporre anche all'Europa, purificandola dal comunismo
e dalle scorie biologicamente inferiori o degenerate, il cui prototipo è
l'ebreo; è stato quel che voleva essere. Il comunismo è contraddizione fra
intento e realtà: voleva essere liberatorio ed è stato totalitario,
intrinsecamente repressivo, perseguendo ossessivamente quel che riteneva il
nemico interno, milioni di persone. Percorso esemplarmente incoerente,
eterogenesi dei fini.
Ma
una, dice Revelli, è la radice: il Lavoro concepito come illimitato cambiamento
della natura per mano umana, che dilaga nel secolo e, incontrando la politica,
produce mostri. Il lavoro moderno che intruppa masse ridotte a corpi senza più
individualità, ha per protesi le macchine e per luogo la fabbrica, la
produzione razionalizzata, e per ipostasi una Tecnica che cresce su se stessa
smisuratamente e cancella ogni rapporto fra uomo e uomo, uomo e natura. Un
Moloch che l'umanità non è più in grado di dominare.
E
il cui incrocio con la Politica, che nasce come volontà di potenza, è
devastante. La Tecnica le offre il modello di quel macchinismo sociale che è
l'organizzazione, la burocrazia, la induce a conformarvi persino la
rappresentanza, le dà i mezzi per moltiplicare controllo e repressione: senza
di essa lo sterminio degli ebrei non sarebbe stato possibile. Ma il pactum
sceleris fra politica e lavoro si compie specificamente nel comunismo, che vuole
la società come un'immensa fabbrica e fa del razionalismo del produrre, del
macchinismo, della organizzazione non più mezzi ma valori. E del Partito la
macchina totale della verità e del potere. Il nazista è ancora figura
classica, estrema, del dominio dei signori. Il comunista, il militante
rivoluzionario è figura del secolo, parcella priva d'umanità
dell'organizzazione produttiva e politica, che Koestler ha descritto in Buio a
mezzogiorno.
Il
Lavoro assoggetta il secolo. Lo rifiuta soltanto il 1968, che spezza i miti
della fabbrica e dello Stato, e riscopre rapporti umani che erano andati persi,
diretti, spontanei, non utilitari, ludici. Il 1968 è stato sommerso, ma sono
due suoi figli a creare la scatola blu dell'Altair, il primo computer nato quasi
per gioco, macchinetta a buon prezzo da montare in casa per comunicazioni
interindividuali `inutili'. E nel 1976 nascerà il figlio dell'Altair, il Sol,
primo microcomputer amichevole e completo. Esso è comunicazione e memoria
combinatoria, che stravolge le forme dell'informazione, dunque
dell'organizzazione. Ne è venuto il colossale affare che sappiamo e ha
trasformato il mondo della produzione, della distribuzione e della rendita
finanzaria, ma porta in sé il suo felice Dna libertario. Ha fatto fuori la
fabbrica e l'organizzazione verticale fordista, ha messo al lavoro, sì, la
vita, ma conservando l'ambiguità d'origine, il poter essere di ognuno,
riconsegnando alla persona un margine di libertà. Non si è più sussunti del
tutto dal lavoro, lo si segna. Questo è il postfordismo. O almeno si spera.
Perché
se questo, in estrema sintesi, è il filo del discorso, Revelli non nasconde un
dubbio: e se nel produrre diffuso, dove a ciascuno viene chiesto anche un fare
relazionale e decisionale, stesse non già una liberazione ma un nuovo
totalitarismo attraverso la `messa al lavoro' di tutta la vita, di quella
interezza umana, braccia ma anche mente, che dal fordismo era lasciata
brutalmente fuori? Alle pagine quasi commosse sulla giocosa scatola blu
(anch'essa dunque soggetta a un'eterogenesi dei fini) seguono gli interrogativi
sulla sua innocenza, sulla immediata ed estrema assolutizzazione dell'economia
nella rete del lavoro totale. Revelli riferisce il pensiero di Caillé e
Latouche, o
Boltanski, ma non sono i soli.
Tuttavia
quel dubbio resta una parentesi. Perché in esso si affaccia quel che resta di
Marx, la surdeterminazione sociale del modo di produzione, verso il quale Marco
nutre una diffidenza radicale. Come molti della sua generazione ha frequentato
in vivo la vulgata dei partiti e dei movimenti, che da Marx non può essere
allegramente separata, ma nella quale Marx non si può identificare. E gliene
viene una ripugnanza, un non uso – già lo si coglieva nella scelta di testi
per la sinistra, cominciata alcuni anni fa, dalla quale ogni movimento di
origine marxista era eliminato. In Oltre il Novecento, Marx spunta soltanto a piè
di pagina in una lunghissima nota, dove Revelli si chiede se "la nuova
forma di internalizzazione di una pluralità di figure disseminate del lavoro si
possa assimilare alla marxiana – premoderna – assunzione formale del lavoro
al capitale dell'arcaico Marx". Se si rispondesse di sì, si darebbe
ragione all'apparente paradosso per cui deperisce la fabbrica ma cresce
l'azienda, si disseminano i terminali del produrre ma si fondono i centri di
comando, cala la crescita ma aumenta la ricchezza, l'homo faber conta sempre
meno ma è il suo costo che selvaggiamente si vuol ridurre e infine si delinea
una massa di `lavori autonomi', sui quali l'azienda ha scaricato,
`esternalizzato' pezzi di sé a produttività più alta e costo più basso,
capolavoro del processo capitalistico.
E
tuttavia Revelli, annotato questo dubbio, lo lascia. Perché è solo obliterando
Marx che il comunismo diventa una teoria del lavoro e il suo fine una società
`lavorista' (ed è ingeneroso vederne la prova, sulla traccia di Bruno Trentin,
in Gramsci, che riflette il fascino del produttivismo nel suo ventennio; ed è
storicamente men che approssimativo leggerlo nell'Unione Sovietica, che regge in
produzione e produttività fino alla guerra e poi crolla anche per improduttività
e ritardo tecnologico). Il marxismo non è una teoria del lavoro ma una teoria
del capitale, dell'accumulazione attraverso l'uso, falsamente contrattato, della
forza di lavoro, qualità umana, della reificazione dell'uomo, della
mercificazione del corpo e delle sue facoltà. Solo a chi sposta lo sguardo dal
rapporto capitalistico di lavoro, come rapporto fra uomini, alla relazione fra
lavoratore e prodotto, e quindi scorpora dal lavoro moderno il capitale, la
persona può apparire `libera' quando il prodotto non è più `materiale'. C'è
negli esaltatori del postfordismo un positivismo primario: il materiale reale di
Marx diventa mera fisicità, i muri della fabbrica la fatica delle braccia.
È
uno spostamento che avviene anche in Yann Moulier Boutang e Toni Negri, che però
Revelli rifiuta perché in Negri la figura del `lavoratore immateriale' diventa
il nuovo proletariato, figura politica collettiva. Ma la libertà per Revelli
pertiene soltanto alla persona e può farsi soltanto nell'individuo, nell'io.
È,
la sua, una requisitoria che viene da lontano, più dal 1968 americano che da
quello europeo, emerge da noi negli anni '70 e '80, fra i movimenti che,
accusando quello operaio di non aver visto la persona né la natura, hanno
escluso dalla loro propria vista capitale e rapporti di produzione come
insignificanti. Ma non è la specificità del 1968 italiano: neanche il `lavoro
zero' dell'autonomia era un'uscita da Marx e una restituzione
all'individualismo. Lo era di più il `piccolo è bello'. Non lo è stato il
movimento del 1977. Per almeno un decennio la ricerca è stata quella d'un fare
ed essere di classe liberati, d'un collettivo non burocratico, d'un lavorare che
già fosse operare. Un incrocio fra il Marx tardivo e quella Arendt di Vita
Activa che non è fra i referenti di Revelli.
E
infatti Oltre il Novecento batte in breccia soprattutto la politica che nel
secolo è strutturata sulla lotta fra le classi, per Revelli non significante;
nella sua tesi il Lavoro cammina, per così dire, come idea fatale con sue
proprie gambe. Non è il capitale che induce l'industrialismo, se mai viceversa.
Ed è il fare politico collettivo che è il suo bersaglio attuale – il nazismo
è seppellito da oltre mezzo secolo, il socialismo reale s'è suicidato da oltre
vent'anni; di qui l'impatto del suo libro, venendo da un compagno di tutte le
lotte.
Il
fare politico è quello del movimento operaio in primo luogo. Nel Novecento non
vede i conflitti sociali se non come soggettività sviata, preda dello stesso
circuito. La presa di coscienza di milioni di uomini e donne gli appare un lungo
errore. Sono stati per metà burattini per metà burattinai della loro
Organizzazione, malefica emanazione del Lavoro sposato alla Politica.
§
Che
dire all'amico e compagno che con dolore mi ha mandato questo suo libro? Mi deve
convincere dell'inganno di cui sono stata vittima. "Tu non sei una di
loro", io, militante del Novecento, e per più di vent'anni apparatcnik.
Che ho a che vedere con il Rubasciov di Koestler? Ma Rubasciov è la verità del
comunismo, io l'illusione.
Davanti
al Novecento siamo come davanti a due paesaggi diversi. Revelli forza al suo
quadro non pochi testi, alcuni provenienti da pericolosi lidi, come Jünger e
Céline.
E forza il passato, che legge come un mondo di uomini magari sofferenti ma
ricchi di scambi personali, senza servizio sanitario ma leniti da mani
femminili, senza scuola ma con la mente libera. A me sembra un sogno, non vorrei
essere nata nel Seicento, il Novecento mi è andato appena bene... ma che senso
hanno queste interpretazioni che scheletriscono il reale? E seppur con qualche
esitazione, Marco si aggiusta anche il futuro: uomini e donne liberati più o
meno energicamente dal lavoro, saranno anche liberati dai diritti che credevano
di avere conquistato, il posto fisso, lo Stato sociale – altri fatali errori,
cedimento, compromesso con la classe dominante. È da sperare che siano
restituiti a se stessi, al libero essere e fare di molti, ma diretto,
volontario.
Che
dire dunque al mio assai più giovane amico? Le mie categorie sono altre, la mia
ottica è un'altra. La storia è un'altra, di quel secolo grande e terribile,
terribile ma grande. Fin nel lessico siamo divisi.