da
"Le
Monde
Diplomatique",
ottobre
2000
In un articolo del 1976 Herbert Marcuse annunciava l’avvento di un nuovo
ordine autoritario che aveva negli Stati uniti la sua forma più evoluta. Questo
nuovo ordine è ciò che oggi chiamiamo «globalizzazione»; un sistema in grado
di utilizzare sapientemente sia «le forme tradizionali della repressione
politica esercitate dalle forze dell’Ordine», come la violenza, le sanzioni
economiche e la discriminazione, sia «un apparato d’indottrinamento tecnico e
ideologico in costante perfezionamento», come i media e la scuola, ecc. (1),
forme di controllo sociale che, com’è noto, il filosofo tedesco considerava
tipiche del mondo unidimensionale del secondo dopoguerra e che il nuovo ordine
neoliberista si apprestava ad intensificare. (2) Meno noto è che Marcuse
individuasse queste stesse caratteristiche anche nel nazismo in due saggi del
1942 fino ad ora rimasti inediti: State and Individual under National Socialism
e The New German Mentality. (3) La riflessione di Marcuse, condotta negli anni
della sua collaborazione con i servizi di intelligence statunitensi, si
inserisce all’interno del dibattito allora molto acceso sulla natura e il
significato del regime nazista, cui contribuirono in larga parte gli
intellettuali tedeschi di origine ebraica emigrati nel Nuovo Mondo.
Il filosofo
tedesco era uno degli esponenti della cosiddetta Scuola di Francoforte, una
delle principali correnti marxiste eterodosse che non si riconoscevano nella
linea ufficiale della Terza internazionale, per la quale il nazismo non era
altro che «la dittatura aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti
e più imperialisti del capitale finanziario». (4) Anche all’interno
del gruppo francofortese esistevano tuttavia posizioni divergenti. Una
prima linea interpretativa, portata avanti da Max Horkheimer e Friedrich Pollock,
descriveva il nazismo come una forma di «capitalismo di Stato», come un nuovo
ordine che succedeva al capitalismo al posto del socialismo; rovesciando il
tradizionale rapporto di dipendenza della politica dall’economia; un
ragionamento che porterà Horkheimer nel secondo dopoguerra a sostituire la
categoria marxiana di «classe» con quella di «racket». La seconda, sostenuta
da Franz Neumann, Arkadji Gurland e Otto Kirchheimer, e più consona al
marxismo, preferiva invece descrivere il regime nazista come una forma di «capitalismo
monopolistico totalitario», sottolineandone la continuità con la struttura
gerarchica dell’ordine capitalistico.
(5) Altri intellettuali tedeschi
emigrati negli Stati uniti, come Ernst Fraenkel, individuavano nel nazismo la
compresenza di uno «Stato normativo» (necessario a garantire il funzionamento
di un’economia che restava capitalistica) e di uno «Stato discrezionale»
(che operava fuori da ogni quadro giuridico sulla base di un mero criterio di «opportunità
politica» rivolto in primo luogo contro i «nemici» del regime).(6) Queste
riflessioni confluirono poi nel secondo dopoguerra nel dibattito sul «totalitarismo»,
cui contribuì in primo luogo un’altra esule tedesca di origine ebraica,
Hannah Arendt: qui il campo di sterminio, come luogo di sospensione del diritto
e come luogo di destrutturazione e ricostruzione dell’umano, diventa la
metafora più emblematica di una forma politica inedita, ma profondamente
radicata nel costruttivismo razionalista moderno, convinta che tutto possa
essere modificato in base all’ideologia, compresa la «condizione umana» (7).
La posizione di Marcuse si pone trasversalmente rispetto a questi contributi,
pur essendo radicata nella prospettiva marxista. Contrariamente alla vulgata
liberale, (8) totalitarismo e capitalismo non sono per lui termini fra di loro
in contraddizione. Egli interpreta infatti il capitalismo come un sistema che
coinvolge la totalità delle relazioni sociali. Nel Novecento, questo carattere
connaturato al capitale si rende manifesto, e il sistema diventa totalitario. «Monopolistico»
e «totalitario» (e, successivamente, anche «unidimensionale») diventano così
quasi sinonimi, rappresentando le due facce di uno stesso processo nel quale la
«totalità della società si è imposta sugli interessi particolari»
attraverso una nuova forma di razionalità: la razionalità tecnica, basata su
criteri di efficienza e precisione. L’espressione «totalitarismo» è quindi
per Marcuse un concetto generale che serve a spiegare la nuova tendenza del
sistema capitalistico, tendenza che si manifesta in forme storiche diverse, in
«personificazioni» della totalità (nazi-fascismo, comunismo sovietico e
Welfare State) che, pur nella loro specificità, sono il frutto dello sviluppo
in senso monopolistico del capitale.
Lo studio del modello
nazionalsocialista rappresenta per Marcuse il primo tentativo di analizzare
queste forme storiche della totalità, cui seguiranno i contributi più famosi
sul marxismo sovietico e sulle liberaldemocrazie occidentali (9). Egli in
particolare mira a confutare le tesi opposte, ma speculari, che descrivono il
nazismo semplicemente come una rivoluzione o come una restaurazione
dell’ordine tedesco tradizionale. Il regime nazista non ha infatti modificato
i rapporti di produzione, né tantomeno superato la contraddizione fondamentale
tra capitale e lavoro; ciononostante, lo Stato nazista ha poco in comune con la
struttura politica del vecchio Reich ed ha prodotto una vera e propria
modernizzazione del paese. Il nazismo - spiega Marcuse - è una forma di
tecnocrazia: «Le considerazioni tecniche dell’efficienza imperialistica e
della razionalità estrema sostituiscono i criteri tradizionali di profittabilità
e benessere generale» (10). Nella Germania nazista il regno del terrore
non è sostenuto esclusivamente dalla forza bruta, ma anche «dalla
manipolazione ingegnosa del potere insito nella tecnologia: l’intensificazione
del lavoro, la propaganda, l’addestramento di giovani e operai,
l’organizzazione della burocrazia governativa, industriale e di partito -
tutti strumenti di terrore quotidiano del nazismo - si attengono alle direttive
della massima efficienza tecnologica» (11). La realtà nazionalsocialista è
quella di uno Stato-macchina che sembra muoversi in virtù della sua stessa
necessità, quella dell’espansione economica e della produzione di massa. Con
l’avvento della razionalità tecnologica, il libero soggetto economico si è
infatti «evoluto nell’oggetto di un’organizzazione e coordinazione su larga
scala e la realizzazione delle capacità individuali si è trasformata in
efficienza standardizzata».
«La razionalità tecnologica - spiega Marcuse - è, nello stesso tempo, la
standardizzazione e la concentrazione monopolistica»: la tecnologia è infatti
«un modo di produzione», «un modo di organizzare e perpetuare (o trasformare)
le relazioni sociali, una manifestazione del pensiero e delle abitudini
dominanti, uno strumento per il controllo e il dominio». Il nazionalsocialismo,
in questo senso, rappresenta «un esempio evidente delle modalità in cui
un’economia altamente razionalizzata e meccanizzata e dotata della massima
efficienza produttiva può operare nell’interesse dell’oppressione
totalitaria e perpetuare un regime di scarsità» (12). Il sistema
nazionalsocialista è quindi una risposta capitalistica ed autoritaria alle
trasformazioni economiche e sociali avvenute nel XX secolo. Commentando un
discorso di Hitler agli industriali tedeschi del 1932, Marcuse sottolinea come
gli interessi della grande industria siano ancora quelli attorno ai quali è
costruita l’organizzazione economica del Terzo Reich; questi interessi,
tuttavia, vengono orientati e condotti conformemente alla nuova fase
monopolistica dell’accumulazione del capitale che, per sostenere
l’accresciuta competitività nel mercato mondiale, impone una «trasformazione
delle relazioni economiche in relazioni politiche».
Lo Stato diventa così l’agente esecutivo dell’economia, che organizza e
coordina la «mobilitazione totale» della nazione verso l’imprescindibile
obiettivo dell’espansione economica. La necessaria conseguenza di questa
trasformazione è l’instaurazione di un sistema apertamente autoritario: il
nazismo «tende ad abolire ogni separazione tra Stato e società attraverso il
trasferimento delle funzioni politiche ai gruppi sociali attualmente al potere».
Il sistema tende in altri termini «all’autogoverno diretto e immediato dei
gruppi sociali dominanti sul resto della popolazione». La fine della
separazione fra sfera pubblica e sfera privata, tipica dell’era liberale del
capitalismo, si riflette sul piano individuale nella soppressione della privacy
e nell’abolizione surrettizia dei tabù tradizionali sul sesso e la morale
cristiana. L’effetto non è tuttavia la liberazione delle facoltà
individuali, ma la loro consumazione nella massa, che intensifica
l’atomizzazione e l’isolamento reciproco. La massa infatti non è
unita da un interesse e da una coscienza comuni; essa è composta da individui,
«ognuno dei quali segue i propri interessi più primitivi la cui unificazione
è data dalla riduzione di quest’interesse al mero istinto di conservazione,
che è identico in ognuno di loro».
La perdita d’indipendenza necessaria alla mobilitazione integrale della forza
lavoro è ricompensata da una nuova sicurezza economica e una nuova libertà di
costumi. «Il nazionalsocialismo - scrive Marcuse - ha trasformato il libero
soggetto in soggetto economicamente stabile; ha oscurato l’ideale pericoloso
della libertà con la realtà rassicurante della sicurezza economica».
Al di là del ricorso alla mitologia ancestrale e violenta, considerati da
Marcuse aspetti del sistema superficiali e ancora imperfetti, il nazismo
condivide quindi i tratti fondamentali del nuovo ordine descritto in L’uomo ad
una dimensione (13): («un ordine che è riuscito a coordinare anche le zone
nascoste più pericolose della società individualistica») e, grazie al
benessere assicurato dal raggiungimento del pieno impiego, «induce il singolo
ad apprezzare e perpetuare un mondo che lo usa solo come uno strumento di
oppressione».
Competitività, efficienza, sicurezza. Elementi che fungono da parole d’ordine
anche per il nuovo ordine globalitario (14). Diverso è tuttavia il contenuto
assegnato a questi significanti: se infatti per Marcuse l’abolizione della
distinzione fra Stato e società richiesta dalle esigenze dell’efficienza e
della competitività mondiale si manifestava con la fuoriuscita della politica
dai suoi confini tradizionali, vale a dire con l’intervento dello Stato in
economia, oggi queste stesse esigenze si manifestano in modo opposto, con
l’arretramento della sfera pubblica a vantaggio dei mercati, che occupano
incontrastati il campo delle decisioni politiche. Anche il tema della sicurezza
cambia di significato: con la diffusione della pauperizzazione di massa anche
nelle società tecnologiche avanzate, la sicurezza non è più economica, ma
torna ad essere declinata nel linguaggio poliziesco della «tolleranza zero»,
della chiusura e della reclusione degli uomini e delle donne che assediano la
fortezza impoverita.
Un sistema repressivo che ha perduto quindi anche
l’ultima giustificazione razionale per la sua perpetuazione, che presta il
fianco alla critica ed apre forse lo spazio per una vera alternativa politica. E
che tuttavia sembra più forte ed incontrastato che mai. Il successo
dell’alternativa politica al neoliberismo dipende in larga parte dalla capacità
di spezzare quest’apparente aporia fra forza inusitata e assenza di
legittimazione, senza cadere nella semplicistica riproduzione delle ricette
passate. Come diceva lo stesso Marcuse, «Contro lo spettro del fascismo
all’americana, la sinistra, corrosa dalle sue divisioni, senza
un’organizzazione efficace, conduce una battaglia impari. La sua arma
principale resta l’educazione politica - la contro-educazione - nella teoria e
nella prassi: lunga e penosa operazione che consiste nel far prendere coscienza
alla gente che le repressioni che il mantenimento della società stabilita esige
non sono più necessarie, e che è possibile abolirle senza tuttavia
rimpiazzarle con un altro sistema di dominio».
di Raffaele Laudani