La
"rivoluzione" del 1989: crollo di sistemi,
imperialismi e localismi.
- La geopolitica ridefinita: spinte nazionalistiche e
identità nazionali. Comunità sovranazionali.
Fondamentalismi, nuove emarginazioni. Uso delle risorse e
redistribuzione della ricchezza.
- Rivoluzione informatica e tecnologica; la diffusione
planetaria dei mass media, il confronto tra culture.
Scienza e nuovi problemi.
- Le trasformazioni dell'economia e la società
post-industriale. Lo squilibrio Nord/Sud e i limiti dello
sviluppo. Movimenti demografici e migrazioni
internazionali.
- Il sociale ridefinito: soggettività emergenti,
movimenti collettivi e istituzioni diffuse; il
microsistema della famiglia. Le patologie sociali. Il
governo della società complessa.
I flussi transnazionali di merci, somme di denaro, cultura
e persone non sono certo un fenomeno nuovo, avendo avuto
grande sviluppo altre volte nella storia. In ognuno di
questi frangenti si è verificata una egemonizzazione da
parte del potere dominante determinando, ad esempio, la
latinizzazione dell’Europa occidentale e del
Mediterraneo, l’islamizzazione del Medio Oriente e
dell’Africa settentrionale o la sovietizzazione
dell’Europa centro-orientale. Anche ora, con
l’estendersi della globalizzazione, si verifica un
fenomeno di questo tipo avente per la prima volta nella
storia dimensione non regionale ma mondiale. Il processo
globalizzante porta oggi inevitabilmente con sé una
americanizzazione e una occidentalizzazione diffusa. Per
comprendere questo tipo di fenomeno, è necessario
considerare le strategie geopolitiche e le vicende
storiche che hanno segnato gli anni di nascita e sviluppo
della globalizzazione.
A
dieci anni dalla fine della guerra fredda, non è ancora
possibile tracciare con la precisione degli storici un
bilancio del periodo che ci lasciamo alle spalle.
L’analisi politica richiede tuttavia una valutazione di
quelle vicende internazionali segnate dalle incertezze e
dal disordine, tipici delle fasi di profondo mutamento.
E’
importante rilevare, anche a costo di andare contro una
idea preconcetta, che per gli Stati Uniti la guerra fredda
non è stata la considerazione principale. Quanto meno,
non l’unica. Il passaggio dal fronte sovietico a quello
mediorientale è stato rapido. Nel 1990, la Casa Bianca
presentò un rapporto al Congresso per spiegare perché il
budget del Pentagono doveva venire mantenuto al suo
colossale livello. Era il primo rapporto dopo la caduta
del muro di Berlino e concludeva che la tecnologia sempre
più sofisticata avrebbe richiesto fondi sempre maggiori.
Per la questione mediorientale affermava che gli Stati
Uniti avrebbero dovuto mantenere le proprie forze
allertate visto "l'affidamento che il mondo libero fa
sulle riserve di energia che si trovano in questa regione
chiave". Già nel 1991, gli USA potevano raggiungere
i propri obiettivi strategici senza minare le iniziative
diplomatiche, come Washington aveva fatto per 20 anni.
L'Unione Sovietica era scomparsa, e con essa veniva meno
lo spazio per il non allineamento, un fatto di grande
importanza per le vicende mondiali, che ha ricevuto scarsa
attenzione in occidente ma è stato accolto con non lieve
apprensione nel terzo mondo.
La
novità geopolitica primaria, che non ha precedenti
comparabili nella situazione esistente durante l’età
del sistema dell’equilibrio, fra Westfalia e Sarajevo,
consiste essenzialmente nel fatto, inaudito, della
dissoluzione dell’URSS. Tale circostanza ha provocato un
terremoto geopolitico strutturale che né la Prima né la
Seconda guerra mondiale, né la rivoluzione bolscevica,
erano riuscite a provocare, perché ha sgretolato anche
l’impero russo, il cui processo di formazione era durato
oltre quattro secoli. Questa straordinaria tempesta ha
travolto i parametri analitici tradizionali del Continente
europeo, a partire da quelli istituzionali, aprendo la
strada a nuove considerazioni sulle frontiere
dell’Europa.
Durante
la guerra fredda il processo di integrazione europea si
era sviluppato all’ombra del sistema bipolare. Alla
caduta del Muro, l’Europa non è più, almeno sulla
carta, un campo di battaglia e ai Paesi europei vengono
riconsegnati i loro rispettivi pesi di potenza economici,
politici e militari. Questo è riscontrabile anche nelle
ricadute sui cicli politici interni delle singole storie
nazionali.
La
fine del sistema europeo degli Stati nel 1945 e la fine
del sistema mondiale bipolare nel 1989 rappresentano
dunque due tappe cruciali del processo di globalizzazione.
La Seconda guerra mondiale, determinando la sconfitta
della Germania, la perdita dell'indipendenza degli Stati
nazionali e la formazione del sistema mondiale degli
Stati, ha spazzato via il sistema europeo, che intralciava
il libero sviluppo dei rapporti di produzione e di scambio
al di là dei confini tra gli Stati. Il crollo del blocco
socialista ha fatto cadere gli ostacoli politici che si
opponevano alla piena affermazione dell'economia di
mercato sul piano mondiale. La fine dell'ordine bipolare e
della guerra fredda e la conseguente convergenza delle
ragioni di Stato delle più grandi potenze che reggono le
sorti del mondo hanno rimosso le barriere politiche che
impedivano il pieno dispiegarsi della globalizzazione.
Si
può ragionevolmente sostenere infatti che la
mondializzazione dell’economia, dei saperi, della
tecnologia e della comunicazione sia stata una delle
concause del crollo del Muro di Berlino. Il mondo diviso
non era che l’ultima negazione in termini del mondo
globale, l’unico grande ostacolo alla definitiva
colonizzazione economico-culturale di ogni terra
disponibile. Il processo globalizzante, nella sua logica
evolutiva, ha ingoiato ogni precedente forma di
organizzazione dei poteri che potesse ostacolarlo. E’
interessante osservare come i più grandi sviluppi degli
strumenti della globalizzazione siano stati attuati o
siano entrati realmente in funzione solo dopo la fine
della guerra fredda. I computer servivano per la difesa e
le uniche reti telematiche esistenti erano reti nazionali,
che collegavano fra di loro alcune università e le sedi
militari. Internet così come la conosciamo oggi non
sarebbe mai potuta esistere in piena guerra fredda. La sua
natura decentralizzata, difficile da controllare e
potenzialmente rischiosa per le sicurezze nazionali
(pensiamo agli archivi pubblici e privati) l’avrebbe
resa un pericolo, tanto per gli Usa quanto per l’Urss.
A
cura di Paolo Mossetti