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OLTRE IL MURO 

La "rivoluzione" del 1989: crollo di sistemi, imperialismi e localismi.
- La geopolitica ridefinita: spinte nazionalistiche e identità nazionali. Comunità sovranazionali. Fondamentalismi, nuove emarginazioni. Uso delle risorse e redistribuzione della ricchezza.
- Rivoluzione informatica e tecnologica; la diffusione planetaria dei mass media, il confronto tra culture. Scienza e nuovi problemi.
- Le trasformazioni dell'economia e la società post-industriale. Lo squilibrio Nord/Sud e i limiti dello sviluppo. Movimenti demografici e migrazioni internazionali.
- Il sociale ridefinito: soggettività emergenti, movimenti collettivi e istituzioni diffuse; il microsistema della famiglia. Le patologie sociali. Il governo della società complessa.

7 NOVEMBRE 1989: CROLLO DEL MURO DI BERLINO I flussi transnazionali di merci, somme di denaro, cultura e persone non sono certo un fenomeno nuovo, avendo avuto grande sviluppo altre volte nella storia. In ognuno di questi frangenti si è verificata una egemonizzazione da parte del potere dominante determinando, ad esempio, la latinizzazione dell’Europa occidentale e del Mediterraneo, l’islamizzazione del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale o la sovietizzazione dell’Europa centro-orientale. Anche ora, con l’estendersi della globalizzazione, si verifica un fenomeno di questo tipo avente per la prima volta nella storia dimensione non regionale ma mondiale. Il processo globalizzante porta oggi inevitabilmente con sé una americanizzazione e una occidentalizzazione diffusa. Per comprendere questo tipo di fenomeno, è necessario considerare le strategie geopolitiche e le vicende storiche che hanno segnato gli anni di nascita e sviluppo della globalizzazione.

A dieci anni dalla fine della guerra fredda, non è ancora possibile tracciare con la precisione degli storici un bilancio del periodo che ci lasciamo alle spalle. L’analisi politica richiede tuttavia una valutazione di quelle vicende internazionali segnate dalle incertezze e dal disordine, tipici delle fasi di profondo mutamento.

E’ importante rilevare, anche a costo di andare contro una idea preconcetta, che per gli Stati Uniti la guerra fredda non è stata la considerazione principale. Quanto meno, non l’unica. Il passaggio dal fronte sovietico a quello mediorientale è stato rapido. Nel 1990, la Casa Bianca presentò un rapporto al Congresso per spiegare perché il budget del Pentagono doveva venire mantenuto al suo colossale livello. Era il primo rapporto dopo la caduta del muro di Berlino e concludeva che la tecnologia sempre più sofisticata avrebbe richiesto fondi sempre maggiori. Per la questione mediorientale affermava che gli Stati Uniti avrebbero dovuto mantenere le proprie forze allertate visto "l'affidamento che il mondo libero fa sulle riserve di energia che si trovano in questa regione chiave". Già nel 1991, gli USA potevano raggiungere i propri obiettivi strategici senza minare le iniziative diplomatiche, come Washington aveva fatto per 20 anni. L'Unione Sovietica era scomparsa, e con essa veniva meno lo spazio per il non allineamento, un fatto di grande importanza per le vicende mondiali, che ha ricevuto scarsa attenzione in occidente ma è stato accolto con non lieve apprensione nel terzo mondo.

La novità geopolitica primaria, che non ha precedenti comparabili nella situazione esistente durante l’età del sistema dell’equilibrio, fra Westfalia e Sarajevo, consiste essenzialmente nel fatto, inaudito, della dissoluzione dell’URSS. Tale circostanza ha provocato un terremoto geopolitico strutturale che né la Prima né la Seconda guerra mondiale, né la rivoluzione bolscevica, erano riuscite a provocare, perché ha sgretolato anche l’impero russo, il cui processo di formazione era durato oltre quattro secoli. Questa straordinaria tempesta ha travolto i parametri analitici tradizionali del Continente europeo, a partire da quelli istituzionali, aprendo la strada a nuove considerazioni sulle frontiere dell’Europa.

Durante la guerra fredda il processo di integrazione europea si era sviluppato all’ombra del sistema bipolare. Alla caduta del Muro, l’Europa non è più, almeno sulla carta, un campo di battaglia e ai Paesi europei vengono riconsegnati i loro rispettivi pesi di potenza economici, politici e militari. Questo è riscontrabile anche nelle ricadute sui cicli politici interni delle singole storie nazionali. 

La fine del sistema europeo degli Stati nel 1945 e la fine del sistema mondiale bipolare nel 1989 rappresentano dunque due tappe cruciali del processo di globalizzazione. La Seconda guerra mondiale, determinando la sconfitta della Germania, la perdita dell'indipendenza degli Stati nazionali e la formazione del sistema mondiale degli Stati, ha spazzato via il sistema europeo, che intralciava il libero sviluppo dei rapporti di produzione e di scambio al di là dei confini tra gli Stati. Il crollo del blocco socialista ha fatto cadere gli ostacoli politici che si opponevano alla piena affermazione dell'economia di mercato sul piano mondiale. La fine dell'ordine bipolare e della guerra fredda e la conseguente convergenza delle ragioni di Stato delle più grandi potenze che reggono le sorti del mondo hanno rimosso le barriere politiche che impedivano il pieno dispiegarsi della globalizzazione.

Si può ragionevolmente sostenere infatti che la mondializzazione dell’economia, dei saperi, della tecnologia e della comunicazione sia stata una delle concause del crollo del Muro di Berlino. Il mondo diviso non era che l’ultima negazione in termini del mondo globale, l’unico grande ostacolo alla definitiva colonizzazione economico-culturale di ogni terra disponibile. Il processo globalizzante, nella sua logica evolutiva, ha ingoiato ogni precedente forma di organizzazione dei poteri che potesse ostacolarlo. E’ interessante osservare come i più grandi sviluppi degli strumenti della globalizzazione siano stati attuati o siano entrati realmente in funzione solo dopo la fine della guerra fredda. I computer servivano per la difesa e le uniche reti telematiche esistenti erano reti nazionali, che collegavano fra di loro alcune università e le sedi militari. Internet così come la conosciamo oggi non sarebbe mai potuta esistere in piena guerra fredda. La sua natura decentralizzata, difficile da controllare e potenzialmente rischiosa per le sicurezze nazionali (pensiamo agli archivi pubblici e privati) l’avrebbe resa un pericolo, tanto per gli Usa quanto per l’Urss.

A cura di Paolo Mossetti 

 

 

 

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