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Il
secolo è finito. Piú di dieci anni or sono, dal
punto di vista storico e politico. Pochi mesi or
sono da quello formalmente temporale. E tuttavia
la sensazione che questa fine comunica è quella
di un falso movimento, d'un arresto, o di una
inspiegabile difficoltà a procedere. Come nell' Angelo
sterminatore di Buñuel, anche noi stiamo
immobili al di qua d'una soglia già
cronologicamente infranta, forse ormai fuori con
le nostre fiammanti tecnologie e l'effimera
mutevolezza delle nostre mode, ma mentalmente
prigionieri d'un secolo che ci trattiene con la
forza spenta delle sue antitesi non risolte. Con
la potenza impalpabile dei suoi fantasmi non
placati. E se anche si varca quella soglia, è
difficile sfuggire all'impressione da trompe l'oeil
- anch'essa intrinsecamente
auto-contraddittoria, vero e proprio ossimoro
spaziale - di un finto oltrepassamento: come
dell'uscire in un interno. O del risalire
precipitando. |
In realtà
il Novecento finisce ripresentandoci - irrisolti - quasi
tutti i nodi che, drammaticamente, con la potenza e la
violenza, con le sue mobilitazioni totali e i suoi
artifici mortali, aveva tentato di tagliare. Giano
bifronte, esso ci trattiene tra le sue spire col gioco
delle sue ambivalenze radicali, dei paradossi che l'hanno
attraversato spingendolo ad essere, in senso proprio, il secolo
degli opposti, sempre estremi, sempre assoluti -
democrazia e dittatura, ricchezza e miseria, progresso e
barbarie, potenza e impotenza... - mai capaci di una
soluzione stabile, d'un equilibrio definitivo. A
cominciare da quella che forse ne è stata l'ambivalenza
piú devastante, il paradosso che ancor oggi ci paralizza:
la clamorosa contraddizione tra l'onnipotenza dei mezzi
tecnici che il secolo ha trovato a propria disposizione -
senza dubbio superiore a quella mai raggiunta in ogni
altra epoca storica -, e la drammatica incapacità da esso
dimostrata di raggiungere, senza pagare un prezzo
sproporzionato, pressoché tutti i propri fini (sociali,
etici e politici). Il dislivello disperante tra
l'ossessiva volontà di costruzione del mondo, che ne ha
acceso la febbre del fare, e la fragile, incompleta e alla
fine dissolta, capacità di controllo sulla distruttività
delle proprie macchine e dei propri gesti.
Il
Novecento è stato - come negarlo? - il secolo dell' homo
faber. Quello in cui, quasi con ferocia, l'uomo è
stato ridotto alla sua funzione produttiva, ed il mondo a
realtà fabbricata. Sulla centralità del fare è stata
immaginata la sua antropologia, sulla pervasività della
produzione è stata ridisegnata la sua società, sulla
totalità del lavoro è stata rifondata la sua etica. Si
può immaginare che, forse, nel gene dell' homo faber siano
da ricercare anche le radici del male profondo che ha
minato la biografia politica del secolo: i suoi deliri, la
smisurata volontà di potenza che l'ha devastato,
l'estensione che vi hanno avuto l'oppressione e la
violenza, inestricabilmente intrecciate con la febbrile
volontà di liberazione e di emancipazione.
In
sostanza, tutto ciò che fino ad ora eravamo soliti
attribuire all'opposta patologia dell' homo ideologicus:
alla sua arcaicità (al suo essere «fuori tempo»),
alla sua irrazionalità, al suo rifiuto di accettare la
logica delle cose; quando invece - questo è il tarlo che
si vuole qui insinuare - proprio dalla logica delle
cose ormai senza piú limiti né contrappesi, dallo
scatenamento di un mondo ridotto a «mondo delle cose»,
sembrerebbe provenire la distruttività della politica
novecentesca ogniqualvolta ha preteso di sollevarsi dal
livello della pura amministrazione. E insieme quel
desolante senso di fragilità e d'impotenza degli uomini
che l'hanno incarnata: la loro patetica incapacità di
controllare gli esiti di ciò che di volta in volta
avevano posto in movimento ed evocato.
Da questo
punto di vista è senza dubbio Auschwitz il luogo estremo
di caduta, dove letteralmente gli uomini, i loro corpi, la
nuda vita furono ridotti a materia di lavoro, usati
e distrutti come cose; e dove, occorre aggiungere,
«quasi nessuno dei principi etici che il nostro tempo ha
creduto di poter riconoscere come validi ha retto alla
prova decisiva» (G. Agamben). Ma è piuttosto dentro la
vicenda del comunismo novecentesco - la sua irresistibile
ascesa e poi la sua caduta e fine, le sue promesse e i
suoi esiti - che occorre guardare se si vuole, al di fuori
della dimensione abbacinante del «male assoluto»,
gettare lo sguardo sulla natura profonda del secolo e
sulle sue antinomie selvagge. Nato dal progetto prometeico
di dare forma di potere al lavoro liberato - fino a farne
principio generale di organizzazione della società - esso
ha finito per porre in essere il piú potente, esteso e
apparentemente irresistibile apparato politico di
coercizione sulla dimensione sociale del
lavoro.
Espressione
della libera aspirazione a riscattare l'uomo dalla natura
di merce (di «cosa») ha finito per generare un universo
interamente pietrificato nel suo profilo di società
del lavoro totale: macchina composta da uomini ridotti
alle loro funzioni produttive (a «uomini di marmo»,
appunto). Ne è testimone il destino stesso - la biografia
fratta, l'Io diviso, la doppia dimensione - di coloro che
ne furono i protagonisti: dei militanti che s'illusero di
poter edificare la società giusta con la stessa
artificialità con cui la produzione di massa andava
trasformando il mondo, sicuri di aver finalmente ottenuto,
dallo sviluppo della tecnica e dell'industria, i mezzi
adeguati per potenza ed efficacia al piú ambizioso e
smisurato dei fini. E dovettero invece sperimentare la
progressiva erosione di quegli obiettivi, riassorbiti,
sopravanzati e infine divorati - spesso insieme agli
uomini che per essi si erano battuti - dagli stessi
strumenti che avrebbero dovuto servire alla loro
realizzazione (il Partito, l'Organizzazione, l'Apparato).
Dai mezzi fattisi, in ragione della loro potenza, fini a
se stessi.
Percorsi.
Il libro intende proporre (senza alcuna pretesa di
sistematicità) nient'altro che percorsi all'interno di
queste antinomie, dei punti piú evidenti di caduta, in
una sorta di corpo a corpo con le patologie del secolo, ma
soprattutto nel tentativo (parziale) di rivisitazione dei
luoghi dello smarrimento. Degli snodi dove il senso del
percorso sembra essersi perduto nel momento stesso in cui
appariva piú sicuro. Attraversamenti, piú attenti a
connettere ciò che può apparire separato, distante,
intrinsecamente estraneo che non a tracciare la linea
delle soluzioni. Non si indica, qui, la via d'uscita dal
labirinto novecentesco. Ci si limita a tentar
d'identificare alcuni degli angoli dietro cui può
nascondersi il Minotauro, seguendo il filo contorto delle
tracce piú profondamente incise nel paesaggio mentale del
secolo. A cominciare da quella - in fondo unico
denominatore comune in un'epoca altrimenti dominata dalla
piú estrema eterogeneità - costituita dal lavoro. Dai
suoi trionfi, dai suoi deliri, dalle sue metamorfosi.
Dalla potenza e dall'impotenza che contiene e che genera,
simbolo di tutti i mezzi rovesciatisi in fini, di tutte le
promesse di liberazione trasformatesi in prigioni...
La prima
parte - intitolata appunto .cor I deliri dell'«homo faber»
- racconta la lenta ma inesorabile marcia di conquista, da
parte del lavoro, dell'intero universo sociale, nell'epoca
che, con una semplificazione, possiamo chiamare fordista:
la colonizzazione di ogni mondo vitale, la sottomissione
di ogni sfera dell'esistenza da parte di una logica che ha
ridotto gli uomini alle loro funzioni produttive e queste
al «regime di fabbrica» (alla concatenazione razionale
delle azioni utili in vista di un risultato economico). In
una parola si pone, qui, al centro della riflessione sul
«secolo breve» (e sulle sue perversioni o antinomie)
l'avvento di quella che possiamo a buona ragione definire
come la società del lavoro totale, nella quale il
potere di disposizione dell'uomo organizzato sul proprio
ambiente è parso raggiungere livelli mai prima immaginati
e in cui, nel contempo, il tasso di socialità - la
capacità di stabilire relazioni autonome, e dunque, in
ultima istanza, di esercitare controllo sul proprio agire
collettivo - è tuttavia precipitato ai propri minimi
storici.
La
seconda parte - I dilemmi dell'uomo flessibile -, è
costituita invece da un lungo détour attraverso le
metamorfosi del lavoro tardo-novecentesco, segnate dalla
frantumazione e dall'atomizzazione di quel modello
apparentemente monolitico nel passaggio dalla produzione
di massa standardizzata al cosiddetto post-fordismo. Cioè
a una dimensione produttiva e sociale molecolare,
reticolare, orizzontale, che sembra rovesciare
radicalmente il paradigma precedente, ed aprire la via sia
a una qualche possibilità di liberazione dalla presa
mortale del lavoro totale, sia a una sua piú pervasiva,
capillare penetrazione fin anche negli interstizi piú
privati dell'esistenza umana. Di questa transizione -
ancora incerta tra uscita dal secolo e sua rivincita
postuma, tra emancipazione dai suoi vizi e loro
riproposizione in scala - si offre da una parte una sorta
di anamnesi.
Di
ricognizione delle radici: di quelle tecnologiche
anzitutto, con una dettagliata ricostruzione dei
protagonisti della cosiddetta rivoluzione
micro-elettronica e dei loro trasgressivi metodi di
lavoro, comunitari, informali, «movimentisti», esatta
antitesi del formalismo burocratico della grande impresa
fordista; ma anche di quelle - piú imprevedibili - di
tipo culturale (il '68 - soprattutto americano -, i
movimenti delle donne, l'ecologia e i limiti dello
sviluppo...) Dall'altra parte, si propone un'analitica,
forse talora pignola, rassegna del dibattito sui caratteri
del post-fordismo, ma soprattutto sui suoi possibili
sviluppi. Pagine che il lettore che ha fretta potrà anche
aggirare, ma che servono a comprendere l'intrico e la
molteplicità dei meandri in cui s'aggira chi vuole in
qualche modo uscire dal Novecento.
La terza
parte, infine - I peccati della politica e il futuro
dell'uomo solidale - riprende i problemi della prima
nella loro curvatura soggettiva. Riconsidera cioè il
profilo dell' homo faber nella sua variante di homo
politicus, riflettendo in particolare sui
comportamenti, i dilemmi...