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Giovanni Paolo II e la globalizzazione

IL FENOMENO DELLA GLOBALIZZAZIONE

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L'OCCIDENTALIZZAZIONE DEL MONDO (LATOUCHE - BOLLATI)

La mondializzazione, o come dicono gli anglosassoni, la globalizzazione è oggi una parola di moda. Questo termine è stato imposto dalle evoluzioni recenti, fa ormai parte dello spirito del tempo. In pochi anni, in alcuni casi in pochi mesi, tutti i problemi sono diventati globali: la finanza, l'economia, l'ambiente, la tecnica, la comunicazione, la cultura, e naturalmente la politica. Soprattutto negli Stati Uniti l'aggettivo "globale" è accoppiato a tutti i termini, si parla di inquinamento globale, di società civile globale, di governo globale, di tecnoglobalismo, e così via. Il fenomeno che si nasconde dietro queste parole non è nuovo. Voci profetiche come Marshall McLuhan avevano già annunciato da decenni l'avvento di un villaggio globale, gli specialisti avevano parlato di occidentalizzazione, di uniformizzazione, di modernizzazione del mondo, gli storici come Fernand Braudel avevano scoperto i sintomi di questa evoluzione sulla lunga durata. 

Ma oggi il termine mondializzazione sotto un'apparenza neutrale, è diventato uno slogan che incita ad agire in un senso che sembra auspicabile per tutti e che in realtà è fortemente auspicato solo da qualcuno. La parola d'ordine fu lanciata dalla Sony che nei primi anni '80 aveva distribuito una pubblicità vistosa che aveva fatto il giro del mondo, in cui si vedevano alcuni adolescenti che pattinavano con il casco in testa e la mini-radiocassetta portatile attaccata alla cintura. La scommessa della Sony era che una pubblicità non doveva adattarsi alle diverse culture, ma doveva essa stessa diventare una cultura globale. Questo nuovo concetto è stato afferrato immediatamente dalle multinazionali e dallo stesso governo americano. Il termine non è innocente: mentre lascia intendere che sarebbe un processo anonimo, universale e benefico per l'umanità, non fa invece che intravedere un'impresa che dà profitto solo a qualcuno e che presenta rischi enormi e pericoli considerevoli. 

La mondializzazione è quella dei mercati, e trova le sue radici nelle basi stesse della modernità, sulla pretesa dal XVI secolo in poi di costruire una società fondata esclusivamente sulla ragione. Non c'è solo infatti la mondializzazione dell'economia, c'è la mondializzazione tecnica, culturale, quella della comunicazione: tutte queste forme sono interdipendenti e complementari. E' evidente a tutti che l'avvento dei mercati finanziari mondiali è stato permesso dai satelliti e dalle vie di comunicazione e che non esiste un sistema mondiale di trasporti che non sia comandato attraverso i computer. Il progetto americano di costruire una rete mondiale di autostrade informatiche mira esplicitamente alla costruzione di un mercato mondiale generalizzato e istantaneo. In un suo recente discorso al congresso dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni a Buenos Aires il vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore ha affermato: "Sta a noi costruire una comunità mondiale in cui i cittadini dei paesi vicini si guardino non come nemici ma come partner potenziali, tutti membri di una grande catena, di una globale infrastruttura telematica che renderà possibile la creazione di un mercato mondiale dell'informazione in cui i consumatori potranno comprare e vendere. La crescita mondiale potrà arricchirsi di diverse centinaia di migliaia di dollari se noi ci impegniamo in questo progetto".

Quindi non c'è mondializzazione economica senza mondializzazione tecnologica e culturale. I computer ad esempio funzionano in una lingua inglese internazionale, e tutti questi fenomeni concorrono alla creazione di una organizzazione tecnoeconomica di stampo prettamente occidentale. Il crollo del muro e dei sistemi economici pianificati e la deregulation dei sistemi capitalisti hanno portato ad una mondializzazione senza precedenti dei mercati. Ma la mondializzazione dell'economia non si realizzerà mai pienamente senza che si compia il suo opposto, l'economizzazione del mondo, la trasformazione di tutti gli aspetti della vita in questioni economiche, se non in merci. Tutto deve diventare economia, la tecnica, la cultura, la politica. La globalizzazione è tutt'altra cosa che la generalizzazione dei valori universali di emancipazione portati avanti dall'illuminismo. Si parla ufficialmente, soprattutto da parte americana, di democrazia, diritti dell'uomo, fraternità planetaria, si presentano questi valori come una conseguenza automatica del mercato, e invece ogni giorno vediamo che avviene esattamente il contrario.

Questa planetarizzazione del mercato è nuova soprattutto per l'allargamento del suo campo di intervento, per la sua avanzata verso tutti gli aspetti della vita. Già Marx aveva capito che la tendenza a realizzare un mercato mondiale era intrinseca alla logica del capitalismo. Fin dalle sue origini il funzionamento del mercato è transnazionale: la lega anseatica, le piazze finanziarie di Lione, Ginevra, di Besancon, le operazioni commerciali di Venezia e dell'Europa del Nord, le grandi fiere sono internazionali fin dal dodicesimo secolo. Ma la mondializzazione attuale non realizza ancora il mercato globale, questo grande meccanismo autoregolatore che prende in carico l'essere umano dalla sua nascita alla sua morte. Per gli economisti ultraliberali, gli integralisti del pensiero unico, tutto ciò che è desiderio umano è suscettibile di diventare scambio, perfino i bambini possono esserlo, come dimostrano i casi del Belgio di quest'estate. 

La teoria economica in quanto tale non fissa nessun limite all'impero del mercato. La mercantizzazione deve penetrare tutti gli angoli più nascosti della vita e del pianeta. La globalizzazione disegna così un'avanzata inaudita nell' onnimercantizzazione del mondo: nei recenti negoziati tra Messico e Stati Uniti gli americani hanno imposto l'abrogazione dell'articolo 27 della Costituzione messicana per rendere libere le terre sul mercato e aprire la strada alle privatizzazioni. Dunque diventa merce la terra, ma anche i beni e i servizi, il lavoro, e domani anche il corpo, gli organi, il sangue, lo sperma, l'utero, e ancora il turismo, la giustizia, la medicina, l'insegnamento, i media: tutto diventa merce transnazionale. Sono date istruzioni precise a chi rappresenta il potere pubblico americano di dare man forte ai giganti mondiali dei media, esigendo che i prodotti culturali siano trattati come merci al pari di tutte le altre e che le eccezioni culturali siano considerate barriere protezioniste intollerabili.

A differenza del vecchio mercato, in cui i contadini andavano nelle città e nei villaggi per scambiare le loro merci tradizionali, l'attuale mercato mondiale realizza l'interdipendenza dei diversi mercati, non solo geografica, orizzontale, ma anche verticale, mette in stretta comunicazione i mercati dei beni, dei servizi e dei capitali. Ma invece di generare un equilibrio armonioso che produca la felicità del più largo numero di uomini possibile, come postulano i liberali e già Pareto all'inizio del secolo, questo mercato globale non può evitare né in teoria né in pratica instabilità pericolose. I mercati finanziari dominano sempre più lo scambio di beni e servizi, obbediscono a quelle che gli specialisti definiscono "profezie autorealizzatrici", decidono a tavolino il crollo delle monete nazionali, sviluppano bolle speculative che possono raggiungere enormi dimensioni. L'ammontare delle speculazioni finanziarie non hanno nessuna misura in comune con le attività produttive. 

La deregulation, l'esplosione delle speculazioni a termine, anche con soldi che non si hanno, fanno sì che gli scambi giornalieri a livello mondiale superino la cifra colossale di 15OO miliardi di dollari, quasi il doppio delle riserve monetarie mondiali, più del prodotto interno lordo dell'Italia. Nel '93 i movimenti finanziari rappresentarono circa 150 miliardi di dollari, cioè da 50 a 100 volte più dei movimenti commerciali annuali. Non è difficile immaginare cosa provochi nel Terzo mondo questa fragilità economica sempre alla mercé delle speculazioni finanziarie. Siamo di fronte a piccoli allarmi: il crack del '87, la crisi messicana del '92, il ragazzo che con il suo computer ha messo in crisi la più antica banca della City londinese. Ma sono episodi localizzati, minori. Cosa succederà quando esploderanno davvero le bolle speculative, trascinando con sé tutto il sistema mondiale nella sua totalità?

di Serge Latouche

   

 

 

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