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NUOVO SECOLO (DI IGNACIO RAMONET) |
da Le Monde Diplomatique, dicembre 1999
di Ignacio Ramonet
Quali sono, all'alba del nuovo secolo, le principali caratteristiche del pianeta? Sul piano geopolitico, gli Stati uniti dominano il mondo come nessun altro paese aveva mai fatto. La loro supremazia si esercita in maniera schiacciante nei cinque campi del potere: politico, economico, militare, tecnologico e culturale. In Medioriente hanno di recente esibito la loro supremazia in tre modi: schiacciando sotto le bombe l'Iraq e la sua popolazione senza un serio motivo; ignorando (se non disprezzando) la legalità internazionale, incarnata dall'Organizzazione delle Nazioni unite; e arruolando a titolo semplicemente suppletivo le forze britanniche, un tempo tanto
orgogliose.
Ma un tale sfoggio di potere è ingannevole in questa nuova epoca.
Gli Stati uniti non possono occupare militarmente l'Iraq, anche se dal punto di vista tecnico la cosa non presenterebbe alcuna difficoltà. Oggi infatti la supremazia militare non si traduce più automaticamente in conquiste territoriali, divenute politicamente ingestibili, troppo costose in termini finanziari e disastrose sotto il profilo mediatico. I media hanno confermato il loro ruolo d'attore strategico di primo piano. La stessa Madeleine Albright, segretario di stato degli Usa, ha ammesso che "il canale Cnn è il sedicesimo membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite". Altra constatazione: nell'era del neoliberalismo, la superpotenza su scala planetaria non garantisce affatto a tutti i
suoi cittadini un livello di sviluppo umano soddisfacente.
Negli Stati uniti, 32 milioni di persone hanno una speranza di vita inferiore a 60 anni; 40 milioni sono privi di copertura sanitaria; 45 milioni vivono al disotto della soglia di povertà, e gli analfabeti raggiungono i 52 milioni... In seno all'opulenta Unione europea, al momento della nascita dell'euro si contano 50 milioni di poveri e 18 milioni di disoccupati.
Su scala mondiale, la povertà è la regola e il benessere l'eccezione. Le diseguaglianze sono tra le principali caratteristiche strutturali del nostro tempo, e si stanno aggravando: il divario tra ricchi e poveri è in costante aumento.
Valutazioni recenti indicano che i 225 maggiori patrimoni del mondo rappresentano un totale di oltre 1.000 miliardi di dollari, pari al reddito annuale del 47% più povero della popolazione mondiale (2,5 miliardi di persone). Vi sono ormai individui più ricchi di molti stati: il patrimonio delle quindici persone più facoltose supera il totale del Pil dell'intera Africa subsahariana ...
Dall'inizio del secolo, il numero degli Stati è costantemente aumentato, passando da una quarantina a quasi 200. Ma il mondo è tuttora dominato dagli stessi sette o otto stati che lo dirigevano alla fine del XIX secolo. Tra le decine di paesi nati dallo smantellamento degli imperi coloniali, tre soltanto (la Corea del Sud, Singapore e Taiwan) hanno raggiunto livelli di sviluppo comparabili a quelli dei grandi paesi informatizzati.
Gli altri rimangono impantanati in un sottosviluppo cronico. Le loro prospettive per uscirne sono oggi ancora più scarse, data l'ineluttabile caduta dei prezzi delle materie prime, sulla cui vendita poggia essenzialmente la loro economia. Numerose risorse naturali (metalli, fibre, derrate varie) sono sempre meno utilizzate, o sostituite da prodotti artificiali. In Giappone, ad esempio, per ogni unità di produzione industriale il consumo di materie prime si è ridotto, rispetto al 1973, del 40%.
La nuova ricchezza delle nazioni poggia sulla materia grigia, sul sapere, sulla ricerca, sulla capacità di innovare, e non più sulla produzione di materie prime. Si può affermare a questo riguardo che i tre fattori tradizionali di potenza estensione del territorio, sviluppo demografico e ricchezza di materie prime nell'era post-industriale non costituiscono più punti di forza, ma sono anzi divenuti handicap molto gravosi. Gli stati di grande estensione, densamente popolati e ricchissimi di materie prime come l'India, la Cina, il Brasile, la Nigeria, l'Indonesia, il Pakistan, il Messico o la Russia figurano paradossalmente tra i più poveri del pianeta. E l'eccezione degli Stati uniti maschera la norma.
L'area del caos generalizzato si estende incessantemente, inglobando un numero crescente di paesi ove la violenza è endemica (dal 1989, cioè dalla fine della guerra fredda, sono esplosi circa 60 conflitti armati con centinaia di migliaia di morti e più di 17 milioni di rifugiati) o in cui l'economia ristagna definitivamente. Tanto che in alcuni di essi (nelle Comore e a Porto Rico, ad esempio) i cittadini sono arrivati al punto di rinnegare la lotta per l'indipendenza chiedendo il ritorno della potenza coloniale, o l'assorbimento da parte della metropoli...Il terzo mondo ha cessato di esistere in quanto entità politica.
Tutto questo testimonia della crisi dello stato-nazione e della politica, nel momento in cui la seconda rivoluzione capitalistica, la mondializzazione dell'economia e le mutazioni tecnologiche hanno sconvolto ogni cosa. E nel momento in cui si moltiplica, in seguito alle fusioni, il numero delle megasocietà di peso spesso superiore a quello degli stati. Il fatturato della General Motors supera ad esempio il Pil della Danimarca; quello della Exxon-Mobil, il Pil dell'Austria. Ciascuna delle cento principali imprese globali ha un volume di vendita maggiore delle esportazioni di uno qualsiasi dei cento paesi più poveri. Le 23 più potenti imprese vendono più di alcuni dei "giganti" del Sud, quali
l'India, l'Indonesia o il Messico. E controllano il 70% del commercio mondiale.
Sono i loro dirigenti, come quelli dei grandi gruppi finanziari e mediatici, a detenere il potere reale; e attraverso le loro potentissime lobbies, fanno gravare tutto il loro peso sulle decisioni politiche, confiscando la democrazia a proprio vantaggio. I contropoteri tradizionali (partiti, sindacati, stampa libera), dei quali si sente più che mai il bisogno, hanno scarsa incisività. Mentre i cittadini sognano iniziative audaci per ristabilire nel nuovo secolo il contratto sociale contro il contratto privato.
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