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IL NOVECENTO & E LA GLOBALIZZAZIONE (2)

 

Prima di Beveridge, l’altro grande riformatore britannico, John Maynard Keynes, aveva posto dei limiti all’economia di mercato. Anche Keynes attribuiva allo Stato un ruolo importante: quello di stimolare la domanda attraverso una politica economica intelligente, ridando forza a un’economia stagnante e creando occupazione. Entrambi, Beveridge e Keynes, erano liberali. Tuttavia la combinazione di Stato sociale e politica economica keynesiana in un contesto liberale definisce in modo efficace il progetto socialdemocratico. La sua attuazione ha assunto forme diverse da paese a paese. Negli Stati Uniti è stata legata al New Deal di Franklin D. Roosevelt. In Europa fu la guerra a svolgere ancora una volta un ruolo importante. Così come le riforme liberali, soprattutto per quanto riguarda il diritto di voto, furono introdotte dopo la Prima guerra mondiale, la Seconda guerra mondiale pose le condizioni per attuare le grandi riforme sociali. 

Riforme sociali, governi non socialisti Sarebbe potuto toccare a un governo socialdemocratico introdurle: in quel periodo invece, soprattutto in Europa, erano al potere molti governi democristiani. Il cancelliere tedesco Konrad Adenauer e il suo ministro dell’Economia, Ludwig Erhard, non solo hanno introdotto l’econo mia di mercato, ma anche la Mitbestimung, la partecipazione dei lavoratori alle decisioni delle imprese, e soprattutto la legislazione sulle pensioni. Quando Winston Churchill tornò al potere nel 1951, dopo sei anni di governo laburista, spiegò che era necessario lasciare che le "riforme socialiste" facessero il loro corso. Attraverso i percorsi più diversi, il progetto socialdemocratico diventò patrimonio comune degli Stati sviluppati, esercitando una grande attrazione anche su tutti gli altri che cominciavano proprio in quel momento il faticoso cammino verso la modernità. Per quanto possano essere ingannevoli con la loro precisione, certe date: imprimono nella memoria: 1914, l’inizio della Prima guerra mondiale; 1917 la Rivoluzione russa; 1933, l’affermazione del nazionalsocialismo; 1939, la Seconda guerra mondiale e, dal 1942, l’Olocausto. 

La data successiva segna la prima delle due svolte positive del secolo: il 1945. Quell’anno vide la disfatta dell’imperialismo antiliberale e antidemocratico della Germania e del Giappone e, allo stesso tempo, la vittoria dei governi liberali. Per molti paesi europei cominciò un’epoca di costruzione, che negli Stati Uniti era cominciata già da tempo. In molte parti del mondo ci furono nazioni (come Canada, Australia e Nuova Zelanda, alcuni Stati dell’America Latina, la Palestina che presto diventò Israele) che presero parte al processo di costruzione. Nacque così ciò che più tardi sarebbe stato chiamato il Primo mondo: il mondo degli Stati che dal 1960 confluirono nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (Ocse). Stati che, dalla fine degli anni Quaranta, poterono usare la libertà acquistata con la fine della guerra per aumentare costantemente il loro benessere. 

A questo contribuì l’istituzione che ha preceduto l’Ocse, l’Organizzazione europea per la cooperazione economica (Oece). Ma anche questa, come il piano Marshall, fu un’invenzione americana. La sconfitta delle potenze dell’Asse nel 1945 significò la fine delle loro pretese di predominio. Accanto alla "sfera di benessere della grande Asia orientale" del Giappone c’era stata l’arrogante pretesa di Hitler: "Oggi ci appartiene la Germania, domani il mondo intero". Anche speranze più modeste finirono per dissolversi. Nel 1944 John Maynard Keynes costruiva a Bretton Woods il sistema monetario del dopoguerra, contrattando soprattutto con il collega americano Harry Dexter White, e sperava ancora che la sterlina sarebbe rimasta la moneta di riferimento. Quando morì, due anni più tardi, sapeva che il dollaro avrebbe preso il suo posto per il resto del secolo. 

Anche le Nazioni Unite, tenute a battesimo nel cruciale 1945, furono fin dal principio un’istituzione forgiata dagli Stati Uniti. Con la Gran Bretagna e la Cina di Chang Kaishek entrarono nel Consiglio di sicurezza i due cosiddetti "alleati dipendenti". L’ingresso della Francia nel Consiglio come nuovo membro permanente fu un segno di amicizia che non alterava la sostanza. Rimaneva l’Unione Sovietica, che nello stato di debolezza in cui si trovava difficilmente avrebbe potuto avere un ruolo di primo piano. Ma le cose cambiarono rapidamente. Nel 1946 il diplomatico statunitense George Kennan scrisse il suo "lungo telegramma" da Mosca in cui spiegava al presidente Truman che l’Unione Sovietica di Stalin avrebbe sfruttato le istituzioni internazionali solo per i suoi loschi obbiettivi (e non aveva per esempio alcun interesse per il Fondo monetario internazionale e per la Banca mondiale). Nello stesso tempo il primo ministro britannico dell’ultima guerra, Winston Churchill, privato del potere in patria ma onorato a ragione in tutto il mondo, tenne due discorsi profetici. 

A Fulton, in Missouri, parlò per la prima volta della "cortina di ferro" che calava in quel momento sull’Europa dividendo le democrazie liberali dalle dittature comuniste. A Zurigo (e più tardi a Strasburgo) fece appello alle nazioni europee stanche della guerra perché seppellissero le loro "ataviche inimicizie" e creassero un’Europa (continentale) unita. La Guerra fredda Nel frattempo l’Unione Sovietica creava sempre più regimi a propria immagine e somiglianza, ponendoli sotto il suo dominio. E gli Stati Uniti cercavano in un’Europa occidentale unita, oltre che nella Gran Bretagna, un partner nella lotta contro il nuovo impero mondiale dell’Est. Era cominciata la Guerra fredda. Le strutture nate in questi anni del dopoguerra dominarono l’Europa e polli mondo intero per quarant’anni. 

I paesi dell’Ocse, stabili dal punto di vista politico, ebbero una crescita economica senza precedenti. I primi tentativi di arrivare a un’unificazione politica dell’Europa fallirono (ancora oggi ne rimangono i resti: il consiglio d’Europa, l’Unione dell’Europa occidentale, il ricordo dell’alleanza di difesa europea e i vari progetti francesi), ma i rapporti economici tra i paesi della Cee divennero sempre più stretti. E non soltanto l’Ocse, ma anche la Nato contribuì a legare più strettamente gli Stati europei agli Stati Uniti. Nonostante i malumori occasionali dei francesi, la pax americana arrivò in Europa quando la sua portata mondiale non era ancora evidente ovunque. Per molti anni le cose funzionarono. Walt Rostow ha definito il periodo tra il 1950 e il 1970 i "due decenni della storia contemporanea con la crescita economica più rilevante". 

Altri hanno addirittura chiamato il secondo dopoguerra le "trentes glorieuses", i trent’anni gloriosi. Alla fine di questo periodo intervennero fattori di disturbo che modificarono la situazione. Verso la metà della seconda parte del secolo breve cade un’altra data importante, il 1968. Fu un anno di avvenimenti caotici, in parte legati fra loro, in parte indipendenti, che sollevarono molte domande senza rispondere a nessuna. A Berkeley, Nanterre e Berlino il 1968 significò qualcosa di diverso che a Praga, Saigon o Pechino. L’unico elemento comune a questi avvenimenti è che tutti distrussero equilibri apparentemente stabili e fecero scorgere la possibilità di qualcosa di completamente diverso. Mentre la promettente Primavera di Praga finiva in un agosto di disillusione, gli studenti che protestavano a Berkeley, Nanterre e Berlino vi prestavano troppa poca attenzione, occupati com’erano con i loro giochi antiautoritari. 

Non si accorsero neppure che la rivoluzione culturale a cui miravano non aveva niente a che vedere con quella di Mao Tsetung. In Cina si stava imponendo il terrore di Stato, uno dei grandi crimini del secolo. La guerra del Vietnam, che i sessantottini avevano eletto a loro tema privilegiato, con l’offensiva del Tet inaugurò un’epoca che finì soltanto sette anni dopo quando l’ultimo elicottero americano lasciò Saigon e la città fu ribattezzata Ho Chi Minh Ville. La rivoluzione culturale degli studenti europei e americani non era certamente una rivoluzione. Il loro obbiettivo era la cultura dei rapporti sociali. I figli del benessere del dopoguerra non volevano più accettare l’autorità dei genitori e delle istituzioni tradizioni e chiedevano più democrazia. 

Al tempo stesso lottavano per abolire convenzioni ormai prive di senso, ma anche le vecchie consuetudini familiari, le forme tradizionali di relazione tra i sessi e tra le generazioni. Studiosi seri cominciarono a parlare di società postindustriale, i meno seri di società postmaterialistica e progressivamente diventò di moda parlare di postmodernità. I cambiamenti portati dal ‘68, almeno nei paesi Ocse, non ebbero una direzione univoca e produssero più confusione che miglioramento. Tutto il vecchio mondo andò in pezzi, ma il nuovo rimase confuso e incompleto. Ne sono un esempio le università, soprattutto dell’Eu ropa continentale. Il rapido dissolvimento delle strutture familiari tradizionali ebbe gravi conseguenze, perché né le comuni né i ménage di ragazze madri od i coppie omosessuali furono in grado di sostituire la famiglia. Il progetto socialdemocratico rimase all’ordine del giorno, ma le condizioni che si erano create dopo il 1945 cominciarono a venire meno. 

Nel 1969 la Cee si pose nuovi obiettivi: il famoso trittico achèvement, approfondissement e élargissement. Il primo obiettivo, il compimento del mercato comune, fu realizzato solo parzialmente, tanto che fu necessario tornarci ancora una volta quindici anni dopo. Solo nel 1985, con l’Atto unico, le nazioni europee delinearono un programma concreto per la creazione di un mercato europeo davvero degno di questo nome. Il secondo obiettivo, l’approfondimento dell’unità attraverso un’unione monetaria fu avviato, ma fallì miseramente nel 1971 quando crollò il sistema delle valute di Bretton Woods, perché il governo americano soppresse la convertibilità del dollaro in oro. Le monete cominciarono a fluttuare più o meno liberamente. Il mercato faceva irruzione nell’universo keynesiano del dopoguerra. Molti accolsero positivamente il cambiamento, altri ebbero timore dei suoi possibili effetti. L’intero assetto del pianeta venne modificato. 

Solo il terzo obiettivo del 1969, l’ampliamento della Cee, intanto ribattezzata Comunità europea, ebbe successo (la Norvegia, sulla base di una consultazione popolare, rifiutò di farne parte). Più tardi si aggiunsero altre nazioni; alla fine del secolo l’attuale Unione europea è formata da quindici paesi. Ma tutto questo all’inizio non era così chiaro. La crisi petrolifera del 197374 rafforzò i dubbi sulla solidità dell’assetto mondiale e dello stesso progetto socialdemocratico. Chi frequentava allora le conferenze internazionali e ne ha raccolto gli atti, ritrova nei titoli grandi interrogativi: gli Stati moderni sono ancora governabili? La democrazia è in crisi? Sopravviverà l’economia di mercato? Stimolato da una nuova alleanza franco tedesca, che univa l’obiettivo della riconciliazione con quello dell’unione, il presidente della Commissione europea, Jacques Delors, fece nuovi progetti per passare dal mercato comune all’unione monetaria. 

Kohl e Mitterand portarono avanti il progetto europeista, sulle orme del cancelliere Adenauer e del presidente De Gaulle. Le difficoltà dell’Unione Sovietica L’impero sovietico, al di là della cortina di ferro, fu instabile fin dall’inizio. Nonostante le idee occidentali di convergenza, la "società industriale" di matrice comunista non ha mai funzionato. L’Unione Sovietica rimase un paese in via di sviluppo e i suoi satelliti in Europa progredirono con grande fatica, mentre il loro desiderio di libertà veniva costantemente represso. Il 17 giugno 1953 una dimostrazione di operai a Berlino Est si trasformò in rivolta; nel 1956 la rivoluzione in Ungheria fu duramente repressa. Negli anni Sessanta i vertici polacchi misero alla prova più volte gli spazi di manovra che avevano a disposizione. 

La grande speranza destata dalla Primavera di Praga fu dissolta dai carri armati dell’esercito del Patto di Varsavia. Nel decennio successivo la calma degli anni Settanta si rivelò illusoria. Solo dal punto di vista militare l’unione Sovietica divenne un avversario temibile per gli Stati Uniti. Il mondo "bipolare" era anche il mondo della paura. Almeno in un’occasione, secondo la testimonianza di chi ne fu coinvolto, ci si trovò davvero a un passo dall’inferno nucleare: con la crisi di Cuba del 1962. Contemporaneamente cominciò a farsi sentire la nuova potenza dell’Estremo Oriente. Per lungo tempo la Cina, dopo l’inizio del periodo rivoluzionario dei comunisti di Mao, era stata completamente assorbita da questioni interne. Negli anni Settanta e Ottanta divenne una potenza atomica. Partendo dai vincoli del comunismo sotto Deng Xiaoping imboccò una strada che le consentì di conquistare un benessere economico sempre maggiore. 

Nasceva in un certo senso un mondo multipolare, un "pentagono" intorno ai centri di potere, Washington, Mosca, Pechino, Tokyo e forse Bruxelles, sebbene le difficoltà dell’Europa cominciassero già allora. La terminologia sociopolitica seguì un percorso simile. Il mondo dell’Ocse divenne il Primo mondo. I paesi comunisti furono definiti Secondo mondo. Accanto a essi c’erano gli Stati indipendenti dal punto di vista politico e militare, un gruppo eterogeneo che andava dalla Jugoslavia di Tito all’Egitto di Nasser, fino all’Indonesia di Sukarno. Il Terzo mondo si impose all’attenzione dal punto di vista politicoeconomico, era il mondo dei paesi in via di sviluppo, che sarebbero volentieri entrati a far parte del Primo o del Secondo mondo. Quando alcuni di essi ci riuscirono, si formò un Quarto mondo di poverissimi che nessuno volle aiutare. Non mancavano teorie più o meno convincenti sugli aspetti militari ed economici di questo mondo multipolare. Ma alla fine degli anni Ottanta avevano fatto tutte il loro tempo e con esse i concetti di non allineato e dei tre o quattro mondi. La svolta del 1989 L’Europa e il mondo intero arrivarono così al 1989, data in cui alcuni vollero vedere non soltanto la fine del secolo breve, ma persino quella della Storia. 

È la data che segna la seconda svolta positiva di questo secolo. Nel 1989 nacque un mondo unitario e diventò sempre più evidente che la pax americana non valeva soltanto per l’Europa, ma per l’intero pianeta e che forse le cose stavano così già dal 1945 Il paese chiave della rivoluzione del 1989 è stato l’Unione Sovietica. Lì agirono contemporaneamente due fattori. Il primo è stato definito dallo storico statunitense Paul Kennedy come imperial overstrech, allargamento eccessivo. L’impero sovietico si era preso troppi impegni rispetto alle sue forze, troppe responsabilità economiche e geopolitiche tentando di tenere costantemente sotto il proprio controllo nazioni un tempo indipendenti. L’altro fattore si chiama Mikhail Gorbaciov. L’ultimo segretario generale del Partito comunista sovietico aveva condotto il proprio paese su un cammino di apertura, senza avere però obiettivi chiari. Glasnost, maggiore libertà personale, è stata la sua ricetta, che in patria e soprattutto nei paesi satellite ha trovato una vasta eco. 

L’altra metà del programma, la perestrojka e la creazione di nuove strutture socioeconomiche e politiche, rimase invece vaga. Il primo e unico effetto del programma fu la dissoluzione dell’impero. Un’altra caratteristica della politica di Gorbaciov fu un netto rifiuto della violenza. Quando uno dopo l’altro gli Stati satellite dell’Europa dell’Est cercarono il cammino verso la libertà, percorrendo "a ritroso" la strada verso l’Europa, il capo del Cremlino non fece assolutamente nulla. Gorbaciov lasciò che le cose accadessero: dalla Polonia, all’esecuzione del dittatore rumeno, dalla "rivoluzione di velluto" a Praga, fino alla trasformazione della Romania. Diede la sua benedizione persino all’ingresso della Germania unita nella Nato. Alla fine ha accettato anche la caduta dell’Unione Sovietica. 

Forse ha sperato in silenzio che ovunque i comunisti riformisti (per quello che l’espressione può significare) avrebbero preso il sopravvento. In realtà i primi a prendere il potere furono i dissidenti i liberali con idee occidentali di democrazia ed economia di mercato. Tutto questo accadeva in un’epoca in cui nuove forze emergevano anche in quello che era stato il Primo mondo. Negli anni Settanta non era solo il comunismo della nomenklatura a essere in declino, ma anche il mondo socialdemocratico dell’Ocse. L’economista Mancur Olson da poco scomparso nel 1982 ipotizzò che la stagflazione (bassa crescita economica combinata con alti tassi di inflazione) e la rigidità dei mercati, non ultimi quelli del lavoro, avrebbero necessariamente condotto a una fine drammatica delle nazioni industriali: solo le rivoluzioni o le guerre avrebbero potuto aiutarle. Era una previsione troppo pessimista. La nuova Guerra fredda ideologica Quando, nel 1982, uscì il suo libro Ascesa e declino delle nazioni, Ronald Reagan e Margaret Thatcher erano già al potere. Il pendolo delle preferenze elettorali si era spostato dall’altra parte. 

La stagflazione e l’assistenzialismo finirono nel mirino dei neoliberali. Contemporaneamente scoppiò una nuova Guerra fredda ideologica contro tutto ciò che odorava di socialismo, dai socialdemocratici più moderati fino ai comunisti più radicali. Questa inversione di tendenza in Occidente colpì anche i politici che si definivano socialisti, come il presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi e il premier spagnolo Felipe González. La svolta neoliberale e la nuova politica di difesa costrinsero l’Unione Sovietica a nuovi sforzi nel campo dell’industria militare in un’epoca in cui ciò non era più alla sua portata. Contemporaneamente divenne sempre più evidente quel fenomeno che oggi viene definito globalizzazione. Il mondo intero diventa sempre più legato; i mondi del passato si dissolvono. Il Secondo mondo del comunismo è scomparso e anche il Terzo mondo non ha più il suo significato originario. Come ha detto Mario Vargas Llosa nella sua campagna presidenziale in Perù, ora i paesi del Terzo mondo possono scegliere se rimanere poveri o diventare ricchi. La maggior parte sceglie il benessere. 

Forse questo straordinario processo di globalizzazione cominciò e divenne globale il 20 luglio 1969. Quel giorno Neil Armstrong e Edwin Aldrin arrivarono sulla luna con l’astronave Apollo 11 e avanzarono saltellando sul nostro satellite. Videro la terra, come una palla luminosa, come noi vediamo la luna. Accadde anche qualcos’altro. Qualcuno domandò via radio al terzo astronauta che aspettava a bordo il ritorno degli altri due: "Ti rendi conto che sei l’uni ca persona a non poter vedere in televisione quello che accade oggi?". Quell’uomo aveva capito che era cominciata l’era della realtà virtuale: solo quello che possiamo vedere sullo schermo è davvero reale. I poveri astronauti sono solo attori nel film di altri. Anche i presupposti tecnologici dello sbarco sulla luna appartengono alla globalizzazione. In occasione di questo viaggio furono sperimentati strumenti e tecniche che presto avrebbero dato avvio alla società dell’informazione. 

Senza di essi non esisterebbero i mercati finanziari globali e forse neppure i mercati senza confini. Si può essere irritati quanto si vuole dal termine globalizzazione, ma è innegabile che negli ultimi vent’anni di questo secolo c’è stato un salto in avanti verso nuove dimensioni del la comunicazione della produzione, dei servizi e degli scambi. Tutto questo accadde nel 1989. La rivoluzione del 1989 aprì nuovi spazi di libertà e di possibilità di vita. Il decennio prima del 1914 era animato da un misto di speranza, confusione e presentimenti. Il decennio successivo al 1989 è soprattutto un periodo di ambivalenza. Tutto è ambivalente. Il rischio è al tempo stesso opportunità e pericolo. La flessibilità dischiude nuove possibilità, ma distrugge vecchie sicurezze. Questo grande mondo aperto permette di respirare più liberamente, ma rende anche senza patria. Siamo ancora nel Ventesimo secolo o il Ventunesimo è già cominciato? Da quale lato dell’ambivalenza finiremo? Ci sarà una specie di Ritorno dell’Uguale, ancora una volta una calma ingannevole prima della tempesta? Analogie con il secolo scorso Per alcuni aspetti le analogie con la fine del secolo precedente sono straordinarie. Anche allora stava finendo una lunga fase di crescita del benessere maturata sotto il segno del liberalismo. Questa volta tocca al neoliberalismo. 

Si diffonde sempre più il risentimento contro di esso e contro il suo simbolo oggi la scuola di Chicago, dove è nato il neoliberismo economico, allora la scuola di Manchester. Questa volta la solidarietà si chiama "comunitarismo". La socialdemocrazia è in un buon momento. E questa volta ci sono i neosocialdemocratici della ‘terza via", del "nuovo centro". Se il primo decennio del secolo è stato il preludio alla tragedia della "seconda Guerra dei trent’anni", oggi stiamo vivendo qualcosa del genere? Per un inguaribile illuminista è difficile abituarsi all’idea che tutto sia già accaduto una volta. E così si sforza di trovare qualche segnale, per ora solo accennato, dello sviluppo futuro. In questo secolo il mondo del lavoro ha conosciuto trasformazioni fondamentali. Soprattutto quelle classi alte, che all’inizio del secolo si chiamavano ceto improduttivo, sono oppresse dal lavoro. Per molti altri si potrebbe profilare una nuova combinazione di lavoro ed esistenza, che rende chiaro come la disoccupazione sia un fattore patologico del Ventesimo secolo. A questi mutamenti è strettamente legato un cambiamento profondo nella cultura della quotidianità, nei valori e nei modi di vita. Secondo alcuni, questo processo di trasformazione distrugge troppe vecchie strutture. 

Ne conseguono perdita di valori e disorientamento sociale, con tutti gli effetti che questi producono sull’ordine e sul diritto. Ma contemporaneamente si affacciano, sia pure in modo ancora incerto, nuove strutture, ed è possibile che in esse ci sia un rapporto più bilanciato tra libertà e costrizione di quanto accadeva all’inizio del secolo. Queste trasformazioni sociali e culturali procedono di pari passo con la ricerca di nuove regole per la vita sociale, di nuovi rapporti tra regioni, nazioni e mondo. I cambiamenti sono ancora confusi e spesso contraddittori. Ma dopo il 1989 e un unica realtà: la vita in società aperte. Non tutti possono sopportarlo. Ci sono reazione "integraliste" e "fondamentaliste". Ma i conflitti non obbediscono più a modelli sistematici. La Storia ha finalmente smesso di avere caratteristiche manichee o hegeliane. Invece di tesi, negazione e una terza via, sono aperte 87 vie oppure 101 o 163. Nel nuovo mondo ci sono molti capitalismi, non solo quello di Chicago, e molti tipi di democrazia, non solo quella di Westminster. È cominciata un’epoca di nuovi tentativi: certamente saranno commessi errori, che non dovranno però essere corretti con il sangue. È questa la grande speranza del Ventunesimo secolo.

Ralf Dahrendorf

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