|

|
Quanto
dura un secolo? Al lungo diciannovesimo secolo è
seguito il breve ventesimo secolo. Il
Diciannovesimo secolo cominciò nel 1789 con la
rivoluzione francese, se non con quella americana,
13 anni prima, e finì nell’agosto del 1914
quando su tutta l’Europa cadde l’oscurità. Il
buio Ventesimo secolo durò fino a quando le luci
non si accesero di nuovo con la rivoluzione del
1989. |
È più o
meno così che lo storico inglese Eric Hobsbawm ha tentato
di dare un senso a quest’epoca, le cui vicende non
rispettano il piano nascosto della Storia di Hegel, o
piuttosto di Dio. Le vicende di quest’epoca sono
provocate dagli esseri umani e soprattutto sono gli esseri
umani a interpretarle: per dirla con Karl Popper, "la
Storia non ha nessun senso. Siamo noi che le diamo un
senso". Questo vale in particolare per quelle
costruzioni che chiamiamo secoli.
Che cosa
accadrebbe se ignorassimo il calendario gregoriano e
seguissimo invece quello degli ebrei o dei cinesi? Dunque
che senso dobbiamo o possiamo dare a quest’epoca? È
stato il secolo in cui entrambi i figli
dell’Illuminismo, la rivoluzione industriale del
capitalismo e quella civile della borghesia, si sono
affermati faticosamente quasi ovunque. È stato il secolo
del compimento della modernizzazione e del tramonto di
quelle strutture patriarcali in cui era nata la regina
madre britannica. Oggi la vecchia signora è come un
monumento dei tempi passati. Modernizzazione e distruzione
È stato anche il secolo socialdemocratico, non perché il
suo volto sia stato forgiato dai leader socialisti, ma
piuttosto per il fatto che il progetto socialdemocratico
è stato la forza trainante di questo secolo breve, una
forza contrastata, talvolta vacillante, ma alla fine
vittoriosa. Modernizzazione significa anzitutto
distruzione, forse distruzione creativa.
Ma resta
comunque un movimento di opposizione, un’opera di
smantellamento: si eliminano privilegi e si afferma alloro
posto l’uguaglianza; si passa dai diritti ereditari al
contratto sociale, alla mobilità e all’uguaglianza dei
diritti e delle rivendicazioni. È un processo lungo e
doloroso. Persino negli Stati Uniti d’America, la
maggiore potenza di questo secolo, il cammino è stato
accidentato. L’estensione del diritto di voto a tutti i
cittadini rimane ancora oggi incompiuta. L’uguaglianza
di fronte alla legge è diventata accessibile alle
minoranze soltanto negli anni Sessanta. Sotto la
superficie delle regole democratiche si annida sempre la
violenza: dall’alto come esercizio di un potere armato,
attraverso le imprese, istituzioni quasi statali e
statali; e dal basso, esercitata da singoli, gruppi e
bande che pretendono di affermare personalmente "il
diritto" attraverso armi e bombe.
I paesi
europei, meno impetuosi, hanno attuato il processo di
modernizzazione con meno clamore, ma anche più
lentamente. La regina madre britannica ha rischiato la
propria vita soltanto durante l’attacco aereo dei
tedeschi su Londra, ma mai per colpa di un colpo di Stato
o di una rivoluzione. I suoi privilegi sono stati in buona
parte mantenuti fino alla fine del secolo. Solo la morte
violenta di una nipote acquisita, lady Diana, ha reso
particolarmente evidente che anche in Gran Bretagna la
modernità non è passata senza lasciare tracce. La storia
della Svizzera o della Svezia può essere descritta in
modo simile, come una trasformazione graduale verso la
democrazia.
Questo
secolo è stato segnato anche da altri processi meno
idilliaci. Due di essi hanno svolto un ruolo di primo
piano. Hanno coinvolto nazioni che si sono avviate presto
sulla strada della modernizzazione e che però si sono
opposte a essa in modo deciso, tanto che la forza del
nuovo ha fatto esplodere la staticità del vecchio. È
stata questa la storia della Germania e per molti aspetti
anche quella del Giappone. In forme meno violente questo
processo caratterizza tutti gli Stati che, in un modo o
nell’altro, sono rimasti vittime dell’"estremismo
di centro", del fascismo nelle sue nume rose
varianti. Gli storici hanno descritto la storia tedesca di
questo secolo come un’occasione perduta.
Secondo
Hartmut Jäckel, il Novecento sarebbe potuto essere un
"secolo tedesco", nel senso buono del termine;
ma solo dopo il 1945 la Germania ha colto la sua
"seconda occasione", come ricorda lo storico
Fritz Stern. Prima della Seconda guerra mondiale si
scontrarono duramente strutture premoderne e ultramoderne:
pessimismo culturale e grande industria, orgoglio di casta
e lotta di classe, sangue e terra e mobilitazione totale.
La Repubblica di Weimar non riuscì a rendere innocua
questa miscela esplosiva. La cultura della Bauhaus, Brecht,
la vita di tutti i giorni e quella notturna a Berlino si
opponevano a Hindenburg, ai sogni dell’esercito e a una
Costituzione in cui gli articoli che ne permettevano la
sospensione divennero alla fine più importanti del suo
stesso nucleo democratico. I nazisti riuscirono a fondere
in modo patologico tutti questi elementi: la nostalgia
romantica per la stirpe con un’organizzazione
futuristica delle masse.
Per
ottenere questo risultato era necessario trovare dei
nemici: i democratici, ma anche i rappresentanti del
regime prebellico, i firmatari del trattato di Versailles
e soprattutto gli ebrei. Lo Stato totale dopo un breve
intervallo ingannevole, che arriva al massimo fino alle
Olimpiadi del 1936 si trasformò in uno Stato
dell’eliminazione totale. I mezzi usati furono la guerra
e la persecuzione e, alla fine, i campi di concentramento
e le camere a gas. Nessun’altra nazione ha scaricato
sugli altri i propri conflitti interni in forme così
micidiali, sebbene anche la storia del Giappone abbia
conosciuto crimini dalle radici simili. Il ruolo della
Rivoluzione russa già prima della vittoria dei movimenti
antidemocratici, la Rivoluzione russa del 1917 mise in
moto un secondo processo di opposizione alla
modernizzazione. Non ebbe assolutamente nulla a che fare
con la rivoluzione "proletaria",
anticapitalistica, prevista da Marx e, in alcuni scritti
teorici, da Lenin. Fu piuttosto una risposta moderna alla
rivoluzione borghese, o se vogliamo una modernizzazione in
ritardo sui tempi, e quindi più violenta.
Elettricità
e consigli operai (uno slogan molto usato da Lenin) si
affermarono al posto della macchina a vapore e della
borghesia. La fine dello Stato corporativo e
l’introduzione di moderni metodi economici non furono
graduali, ma violente, imposte attraverso la camicia di
forza della pianificazione statale. L’unione di
dittatore e partito portò a una tirannide sempre più
omicida, soprattutto dopo il 1925, sotto Stalin. Il numero
crescente delle epurazioni compiute dal partito, la
gravissima carestia causata consapevolmente dal processo
di collettivizzazione, la minaccia opprimente dei gulag e
poi le esecuzioni di massa seguite alla Seconda guerra
mondiale, provocarono milioni di vittime.
Quando,
negli anni Cinquanta la nomenclatura di partito si stabilì
al potere ereditò un paese dalla modernità ancora in
gran parte incompiuta. I paesi in cui la modernizzazione
è avvenuta tardi hanno pagato un prezzo in termini di
libertà, seguendo una tendenza che ha segnato questo
secolo. L’unico grande paese democratico tra i
ritardatari, l’India, ha trovato la strada dello Stato
industriale borghese con molta incertezza e difficoltà.
La Cina ha seguito il modello sovietico, inclusi i milioni
di vittime nell’epoca della Rivoluzione, dopo l’ascesa
al potere dei comunisti e, più tardi, durante la
Rivoluzione culturale. Su scala minore, ma non per questo
in forme meno violente, molti paesi di Asia, Africa e
America Latina hanno dovuto sopportare sistemi politici
che seguivano il modello sovietico o quello
nazionalsocialista. La modernizzazione avviata in ritardo
o realizzata in modo esplosivo è stato il fattore di
mutamento più importante del secolo.
Il
tessuto sociale ne è rimasto sconvolto; il processo ha
lasciato tracce profonde di sofferenza e di colpa.
Tuttavia non era questa l’unica questione in gioco. Per
la maggior parte del secolo Europa e Nord America hanno
dato il "la" al processo di cambiamento con un
obiettivo importante: speravano di estendere al maggior
numero possibile di esseri umani i benefici del mondo
moderno. Per questo si può parlare di "secolo
socialdemocratico". Il Diciannovesimo secolo è stato
il secolo liberale. Il desiderio di dare espressione
giuridica e politica alla parità tra tutti gli esseri
umani è stato la forza trainante alla base dei principali
conflitti sociali e politici. Le rivendicazioni erano:
uguaglianza di fronte alla legge, pari opportunità e pari
diritti nella partecipazione alla vita politica, uguali
condizioni di partenza, in particolare nella formazione
scolastica.
Alla fine
del lungo Diciannovesimo secolo, nel 1914, tutti i paesi
civilizzati erano ancora ben lontani dalla loro
realizzazione. Il più grande passo avanti fu compiuto
subito dopo la Prima guerra mondiale, che era stata una
guerra di popolo e che, per questo motivo, aveva eliminato
molti privilegi. Precedentemente il riformismo liberale si
era imposto solo gradualmente attraverso il progressivo
ampliamento del diritto di voto, l’obbligo scolastico e
l’affermazione dell’uguaglianza davanti alla legge.
Oggi è rimasto il ricordo di certe battaglie: le
suffragette incatenate ai cancelli della Camera dei comuni
britannica, il caso Dreyfus in Francia, le leggi
antisocialiste nella Germania di Bismarck.
Ma
all’inizio del ventesimo secolo il terreno era ormai
pronto. I socialisti si affacciarono sulla scena politica
e nessuno era in grado di dire se sarebbero rimasti un
episodio passeggero o se avrebbero conquistato il futuro.
Le questioni nazionali spinsero da parte quelle sociali o
si fusero con esse nei movimenti nazionalistici. Il
"capitalismo di Manchester", a lungo apprezzato
da molti, cadde in disgrazia e ne fu richiesta a gran voce
la trasformazione sociale. Appariva chiaro che qualcosa
doveva cambiare, ma nessuno sapeva bene cosa e in che
modo. Oggi conosciamo la risposta: il secolo liberale era
al tramonto e nasceva il secolo socialdemocratico. Ma la
questione liberale dell’uguaglianza dei diritti civili
non fu cancellata dall’ordine del giorno, essa divenne
piuttosto patrimonio comune e perciò fu inserita
inalterata nel programma socialdemocratico. Perse la sua
forza trainante, ma fu inglobata nella richiesta di un
consolidamento sociale dei diritti, di quelli che più
tardi sarebbero stati definiti diritti sociali.
La povertà
e il bisogno non sono compatibili con un sistema sociale
equo. Tutti i cittadini hanno il diritto, in ogni momento
della loro vita, a uno status dignitoso. Ma per ottenere
questo risultato è necessario combattere i cinque
"giganti cattivi": bisogno, malattia, miseria,
disoccupazione e ignoranza. La metafora dei giganti
cattivi è del riformatore sociale britannico William
Beveridge. In un rapporto per il governo presentato
durante la Seconda guerra mondiale definì il nucleo
centrale della politica sociale britannica del dopoguerra:
attraverso la redistribuzione delle ricchezze e
l’assicurazione obbligatoria, lo Stato deve far sì che
nessuno resti vittima dei cattivi giganti, deve essere
quindi uno Stato sociale.
