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IL NODO SCORSOIO DI RIAD (DI
MARCO D'ERAMO) |
dal
"
Manifesto", 24 novembre 2001
Per
combattere davvero il terrorismo Washington dovrebbe mettere le mani nel
ginepraio dell'Arabia saudita, che da decenni finanzia e arma tutti i movimenti
fondamentalisti islamici. Invece cerca capri espiatori ovunque ma non a Ryadh.
Dove però la resa dei conti è solo questione di tempo
La
logica è impeccabile: 15 dei 19 dirottatori dell'11 settembre erano cittadini
sauditi; il loro leader Osama bin Laden fa parte di una ricchissima famiglia
saudita; la loro ideologia di puritanesimo islamico riformato è il wahabismo
che è la religione di stato saudita; i loro fondi venivano tutti dalle opere
pie saudite. Ergo: attacchiamo l'Afghanistan.
Qualunque
persona di buon senso direbbe che, per estirpare il terrorismo, Washington non
può non affrontare la contraddizione saudita. Da decenni l'Arabia saudita ha
finanziato e armato tutti i movimenti fondamentalisti islamici in giro per il
mondo, Fratelli musulmani in Egitto, Gia algerino, guerriglieri kashmiri,
indipendentisti ceceni, ai musulmani bosniaci, fino appunto ad Al Qaeda. Invece
l'amministrazione Usa si arrampica sugli specchi per cercare capri espiatori
ovunque, tranne a Ryadh e dintorni. Perché, se volesse sciogliere davvero il
nodo saudita, dovrebbe prima dipanare le proprie contraddizioni e poi elaborare
un altro modello di controllo a distanza delle risorse strategiche.
In
mancanza di queste due azioni, Washington è costretta a ingoiare un pitone
salato dopo l'altro. Per anni i sauditi hanno regalato al regime talebano
150.000 barili di petrolio, molto di più del fabbisogno afghano, di modo che i
taleban si rivendevano il petrolio eccedente per comprare armi. Le forniture
gratuite sono cessate solo quest'estate, e solo il 24 settembre, su pressante
insistenza Usa, Ryadh ha interrotto le relazioni diplomatiche col regime
talebano (che era l'unica a riconoscere, insieme a Emirati arabi e Pakistan).
Quando poi gli Stati uniti hanno chiesto di poter indagare sui 15 dirottatori
con passaporto saudita, il potente ministro degli interni, principe Nayef, si è
rifiutato di collaborare. E questo è avvenuto dopo lo schiaffo del 1996, quando
a Khobar nella periferia di Ryadh, saltò in aria un edificio statunitense,
uccidendo 19 militari e funzionari della Cia: anche allora la famiglia Al Saud
si rifiutò di cooperare con gli Usa. Per di più, dall'estate 2000, la Cia non
dispone più di interlocutori amichevoli nei servizi segreti sauditi: fino ad
allora, per 19 anni l'intelligence saudita era stata guidata dal principe Turki
bin Feisal che aveva studiato all'università di Georgetown ed era considerato
uomo degli americani. Turki bin Feisal è stato l'unico membro della famiglia
reale ad ammettere che i dirottatori erano sauditi "cresciuti nelle nostre
famiglie, educati dalle nostre scuole".
L'allontanamento
del principe Turki è solo uno dei momenti della faida intestina che dilania la
famiglia reale Al Saud all'ombra del morente sovrano Fahd che nel 1995 è stato
colpito da ictus e da allora non può parlare né muoversi, ed è incapace di
riconoscere i suoi cari. Il potere reale è detenuto dal successore designato,
il fratellastro Abdullah che però non può diventare re per l'ostilità degli
altri clan e del ministro della difesa, principe Sultan. E la famiglia reale
conta 7.000 membri, cioè 7.000 complottatori.
La
famiglia costituisce un problema non solo politico, ma economico: mantenere
7.000 vite da sceicco svuota le casse del tesoro più ricco. Nonostante possegga
un 15% delle riserve mondiali di petrolio, l'Arabia saudita fronteggia una
situazione quasi disperata: il reddito procapite è dimezzato rispetto agli anni
'80, il deficit dello stato è alle stelle, il paese è persino divenuto
debitore all'estero, e la disoccupazione è al 30%. E quest'ultimo dato è tanto
più drammatico quanto l'80% della popolazione ha meno di 18 anni e il tasso di
natalità è tra i più elevati al mondo.
Sono
quattro le idrovore che hanno dragato il mare di petrodollari su cui erano
seduti i sauditi: 1) gli acquisti per centinaia di miliardi di dollari di
sistemi di armi faraonici e inutili, visto che i sauditi non potranno mai
combattere con armi statunitensi il loro unico plausibile nemico, Israele, che
è l'alleato più stretto degli Usa. Con i loro acquisti, i sauditi hanno solo
aiutato a rendere sostenbile per l'industria bellica americana lo sviluppo di
tecnologie più avanzate: hanno in pratica contribuito al bilancio del
Pentagono.
2)
Le commesse civili e alle imprese petrolifere: le vie di Ryadh sono costellate
di megalomani scheletri di edifici lasciati incompiuti per esaurimento delle
risorse; ma nel frattempo hanno ricevuto commesse per altre decine di miliardi
di dollari le imprese Usa del settore petrolifero come la texana Halliburton, di
cui l'attuale vicepresidente Dick Cheney è stato presidente e amministratore
delegato fino al giorno prima di annunciare la sua candidatura.
3)
Il finanziamento del debito pubblico statunitense: soprattutto a partire dal
1991, dopo la guerra del Golfo, lo stato saudita ha proceduto all'acquisto
(volontario o forzato) di un'imponente massa di buoni del tesoro Usa. Si calcola
che il 38% del debito pubblico Usa sia in mano a creditori esteri, e di questa
fetta, il 22% sia detenuta dai sauditi (altre cospicue porzioni giacciono nei
forzieri del Kuwait e degli Emirati arabi che, in misura di poco inferiore, sono
stati messi a sacco dagli stessi identici predatori). A tutt'oggi, i sauditi
detengono l'8% del debito pubblico Usa, per un ammontare che si aggira attorno
ai 200 miliardi di dollari (440.000 miliardi di lire). Se le quote del debito
fossero azioni, si potrebbe dire che i sauditi sono l'azionista estero di
maggioranza dello stato americano.
Questi
tre elementi mostrano il meccanismo finanziario messo in atto dagli Stati uniti
per riappropriarsi dei capitali spesi dal mondo intero per approvvigionarsi di
petrolio saudita: è così che i miliardi spesi da italiani, tedeschi,
giapponesi per comprare l'Arabian light (la qualità di riferimento del greggio)
rifluiscono in America via commesse civili e militari, investimenti negli Usa e
finanziamento del debito americano. Si capisce così come - e questo è vero fin
dalla prima crisi petrolifera del '73 - gli Stati uniti abbiano tutto
l'interesse a un corso elevato del greggio.
L'Arabia
saudita è l'esempio da manuale di un circuito che fluisce in senso inverso a
quello apparente, per cui i soldi sborsati ai paesi in via di sviluppo per
comprare le materie prime, transitano solo in questi paesi, ma ritornano in
realtà tutti nel nord del mondo. Si spiega così perché dopo trent'anni di
manna petrolifera, nessuno stato produttore di petrolio - dalla Nigeria al
Venezuela - abbia mai raggiunto benessere e sviluppo economico. Questo flusso
invera nel suo senso più pieno la parola sfruttamento. Naturalmente, perché
possa operare, questo meccanismo deve essere subìto e appoggiato dalla locale
classe dominante: costei deve essere cointeressata a che il proprio paese venga
spogliato: la corruzione delle classi dirigenti degli stati esportatori di
materie prime non è perciò un dato etico, di cultura politica, ma è
strutturale, il perno che garantisce a tutto il sistema di funzionare.
4)
Ed è appunto la corruzione della famiglia reale la quarta idrovora che ha
svuotato le casse dello stato. Da quanto i rapporti con i sauditi si sono tesi,
i servizi americani hanno fatto filtrare alla stampa il contenuto delle
intercettazioni telefoniche operate dalla National Security Agency (Nsa) sui
membri della dinastia reale. E' orripilante quello che riporta il New Yorker:
bustarelle dell'ordine di migliaia di miliardi generate dagli acquisti di armi
trattati dall'ambasciatore saudita a Washington, principe Bandar.
Ma
per quanto indispensabile al meccanismo di sfruttamento planetario, la
corruzione ha un costo locale alla lunga insostenibile. Intanto in termini di
consenso. Con che animo guarda alle gozzoviglie della famiglia reale riportate
dalla stampa di tutto il mondo quel 30% di disoccupati nella gioventù saudita?
Più miliardi vengono dirottati nelle banche svizzere, meno fondi ci sono per lo
sviluppo interno. E' questa perdita di consenso che ha costretto la dinastia Al
Saud a lasciare carta bianca al fondamentalismo, cedendo persino una parte delle
proprie prerogative alla polizia religiosa, la mutawwa'in. E infatti l'unico
membro davvero deciso a combattere la corruzione della propria famiglia è il
principe Abdullah che però (o proprio per questo) è anche il più
antiamericano e il più prointegralista, e perciò è osteggiato dalla fazione
filo-Usa.
Per
mantenere la licenza di saccheggio, i principi hanno regalato il paese ai fondamentalisti, in un ciclo in cui più corruzione genera più integralismo. E'
il Medioevo prodotto dalla globalizzazione finanziaria, con le donne ridotte a
schiavitù e reclusione perpetua (ma le "laiche" compagnie di software
americane hanno accettato la richiesta saudita di mettere dei filtri
all'Internet che entra nelle loro case così che le loro mogli possano essere
mantenute nella loro preziosa ignoranza). Il dato forse più preoccupante è che
il 70% dei dottorati di ricerca in Arabia saudita è conseguito in Religione
Islamica.
Gli
Usa si trovano così confrontati con l'alternativa del diavolo: se mollano la
dinastia Al Saud, salgono subito al potere gli amici di bin Laden (o di chi gli
succederà): se invece la sostengono, alimentano l'appoggio alle idee del
prossimo bin Laden e dunque il finanziamento alle sue iniziative. Ma tutti sanno
che a Ryadh la resa dei conti è solo questione di tempo.
MARCO D'ERAMO - INVIATO A NEW YORK
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