n.
38
di
Giano.
Pace,
ambiente
e
problemi
globali.
Maggio
-
agosto
2001
Alla
frase
che
abbiamo
assunto
come
titolo
sono
stati
attribuiti
negli
ultimi
mesi
significati
differenti,
tutti
appropriati,
ma
con
una
torsione
che
dall’ottimismo
per
uno
sperato
disgelo
dei
movimenti
si
è
andata
volgendo
a
un
più
radicale
pessimismo
sullo
scenario
che
va
delineandosi,
di
più
marcata
chiusura
dell’orizzonte
sociale
e
politico.
Certo,
quella
frase
sintetizza
alla
perfezione
il
riemergere
congiunto,
in
questo
primo
anno
del
nuovo
secolo,
di
tre
fenomeni
che
si
ritenevano
ormai
destinati
irrevocabilmente
al
passato,
come
il
"secolo
breve"
che
si
era
chiuso
alle
nostre
spalle
più
o
meno
un
decennio
fa.
Innanzitutto,
il
venire
a
termine
dell’illusione
di
un
mondo
unificato
sotto
il
dominio
di
un
capitale
sedicente
"globale",
che
si
proclamava
portatore
di
uno
sviluppo
universale
e
continuo,
ormai
privo
di
contraddizioni
"oggettive"
interne.
Quel
mondo
si
è
piuttosto
rivelato,
ancora
una
volta,
destinato
alla
crisi,
portatore
di
distruzione
e
di
guerra.
Quindi,
l’emergere
di
una
nuova
conflittualità
sociale
diffusa,
di
un
antagonista
"soggettivo"
e
"interno",
certo
confuso,
ma
con
caratteri
di
massa,
globale
come
le
dinamiche
che
contesta,
a
smentire
l’idea
che
il
nuovo
mondo
avesse
ormai
raggiunto
una
definitiva
pacificazione,
una
incontestata
legittimazione
interna.
Infine,
il
terrorismo
e
lo
spettro
della
guerra,
l’incapacità
del
sedicente
nuovo
ordine
mondiale
di
governare
le
esclusioni
e
le
povertà
che
produce,
il
suo
essere
sordo
e
cieco
alle
catastrofi
che,
per
sua
convenienza
o
complicità
o
disinteresse,
si
producono
e
riproducono
alla
periferia.
E
perciò
il
serrare
le
fila
contro
un
nemico
che
non
si
riesce
a
definire
se
non
con
i
tratti
irrazionalistici
della
guerra
di
religione
e
dello
scontro
di
civiltà.
Il
rischio,
talmente
concreto
da
apparire
senza
via
d’uscita
nell’immediato,
è
di
una
accelerazione
verso
un’economia
di
guerra,
e
verso
una
chiusura
illiberale
e
totalitaria
nell’Occidente.
Proprio
per
questo
il
nostro
compito
è,
innanzi
tutto,
di
tener
desta
la
ragione:
di
pensare
il
nostro
tempo
con
uno
sguardo
lungo
che
ci
sottragga
alle
angoscie
dei
giorni
che
viviamo,
che
ci
accompagni
in
una
resistenza
e
in
una
lotta
che
saranno
ancor
più
lunghe
della
crociata
contro
il
fondamentalismo
islamico
che
viene
promessa
dall’America
e
dalla
nuova
Santa
Alleanza.
Quello
che
è
certo
è
che,
a
chi
avesse
guardato
con
attenzione
al
di
là
dello
scorrere
superficiale
e
immediato
degli
eventi,
gli
accadimenti
di
quest’anno
tutto
potevano
essere
fuorché
inattesi.
Negli
anni
Novanta
si
erano
diffusi,
prima,
il
mito
di
una
economia
ormai
compiutamente
globalizzata,
e
perciò
foriera
di
una
doppia
eclissi,
quella
del
lavoro
e
della
politica,
poi
la
fantasia
della
costituzione
di
una
"nuova
economia"
capace
di
innalzare
continuamente
la
dinamica
della
produttività,
di
accelerare
la
corsa
dell’accumulazione,
di
trovare
illimitati
sbocchi
al
suo
interno.
Un
mondo,
si
diceva,
divenuto
un
Impero
senza
centro.
Un
mondo
il
cui
orrore
economico
aveva
a
che
vedere
più
con
l’ingiustizia
distributiva
e
con
l’impossibilità
di
estensione
planetaria
di
un
meccanismo
ecologicamente
insostenibile
che
con
l’incapacità
di
proporsi
come
nuovo
universo
stabile
di
produzione
della
ricchezza
sociale.
Un
mondo,
quindi,
rispetto
al
quale
la
critica
scivolava
tra
gli
estremi
del
massimalismo
e
dell’invettiva
etica.
Dove
l’alternativa
era
tra
la
mera
riappropriazione
collettiva
di
quella
ricchezza,
e
l’esodo
verso
un
altrove
fuori
dall’utilitarismo
e
dall’egoismo:
l’uno
e
l’altro,
in
fondo
mettevano
tra
parentesi
la
questione
del
modo
di
produzione.
"Globalizzazione
neoliberale?"
Gli
ultimi
mesi
hanno
spazzato
via
dalla
realtà
—
quale
che
sia
la
loro
permanenza
nelle
idee
cui
è
affezionato
un
ceto
politico
e
intellettuale
sempre
più
autoreferenziale
—
se
non
tutte,
molte
di
queste
ipotesi.
Per
rendersene
conto,
basta
fare
riferimento
alla
coppia
di
termini
con
cui
la
realtà
dei
nostri
giorni
viene
letta:
‘globalizzazione
neoliberale’.
Non
è
chi
oggi
non
veda,
se
solo
vuole
guardare
fuori
dalla
finestra,
quanto
avesse
ragione
chi
avvisava
del
carattere
processuale,
asimmetrico,
squilibrato,
governato
politicamente
e
incardinato
su
una
rinnovata
egemonia
degli
Stati
Uniti,
della
realtà
internazionale
seguita
al
crollo
del
socialismo
reale.
Difficile,
ai
nostri
giorni,
negare
come
tratto
distintivo
della
fase
attuale
sia
la
compresenza
di
una
tendenza
alla
globalizzazione
nella
finanza,
nella
produzione,
nei
mercati,
con
una
spinta
alla
regionalizzazione
nelle
aree
forti,
e
con
una
ancora
più
evidente
frammentazione
e
destabilizzazione
nelle
aree
periferiche.
Processi
che
lungi
dal
diffondere
la
ricchezza
e
il
potere
lo
hanno
concentrato,
ma
su
basi
sempre
più
fragili.
Processi
la
cui
insostenibilità
era
prevedibile,
e
prevista.
Così,
per
quel
che
riguarda
la
concentrazione
del
potere
e
della
ricchezza,
e
limitandoci
al
solo
caso
della
finanza,
si
dovrà
pur
ammettere
come
la
più
sicura
delle
globalizzazioni,
quella
della
finanza,
abbia
finito
col
favorire
un
intensificarsi
dei
movimenti
di
capitale
e
degli
investimenti
diretti
all’estero
nei
paesi
di
più
vecchia
industrializzazione,
e
–
innanzi
tutto
e
preminentemente
–
negli
Stati
Uniti,
invece
che
nelle
aree
di
nuova
industrializzazione
o
in
quelle
meno
sviluppate.
Per
quanto
riguarda
la
fragilità,
è
sicuro
che
quei
flussi
finanziari
hanno
dato
luogo
a
un
boom
di
investimenti
fissi
e
a
un
rinnovato
primato
tecnologico
e
industriale
nell’economia
americana,
trainata
da
consumi
privati
opulenti
legati
a
quella
economia
della
borsa
che
si
era
costituita
in
perno
dello
sviluppo,
tutto
meno
che
slegata
da
quelle
ben
visibili
mani
che
reggevano
le
politiche
del
cambio,
della
moneta,
dell’industria,
della
formazione,
e
così
via.
È
altrettanto
sicuro,
però,
che
il
miracolo
americano,
prodotto
politicamente,
si
è
fondato
sulla
moltiplicazione
di
squilibri
all’interno
e
all’esterno:
dal
crescente
indebitamento
delle
famiglie,
al
passivo
con
l’estero,
alla
dipendenza
dei
consumi
dalla
diseguaglianza
crescente,
alla
distruzione
dei
focolai
di
crescita
nelle
aree
in
via
di
sviluppo,
al
sempre
più
drammatico
scivolare
di
aree
crescenti
del
pianeta
nella
trappola
della
povertà.
Squilibri
che
ora,
a
loro
modo,
chiedono
il
conto.
Che
questo
modello
potesse
essere
definito,
in
qualsiasi
accezione,
‘liberista’,
è
discutibile:
bastava,
di
nuovo,
avere
gli
occhi
aperti
per
vedere
come
dietro
l’apertura
commerciale
imposta
alle
aree
in
via
di
sviluppo
si
celasse
un
neomercantilismo
e
un
nuovo
protezionismo.
Così,
il
problema
finisce
con
l’essere
visto
in
una
degenerazione
liberista,
o
parassitaria,
del
capitalismo
contemporaneo,
senza
svelare
la
falsità
di
quel
presunto
liberismo,
o
la
funzionalità
alla
ristrutturazione
di
ben
determinati
frazioni
del
capitale
produttivo
del
risorgente
peso
della
finanza.
Sembra
poi
che
nella
generale
diffusione
di
una
cultura
meramente
antiliberista
nei
movimenti
(ma
anche
nei
suoi
critici)
ci
si
lasci
fuorviare
da
una
discutibile
tradizione
interpretativa
che
ha
visto
nel
mercato
e
nell’intervento
politico
sulla
direzione
dello
sviluppo
una
alternativa
secca,
quando
invece
le
diverse
configurazioni
del
capitalismo
hanno
sempre
visto
una
verifica
della
tesi
che
il
mercato
lasciato
a
se
stesso
non
è
in
grado
di
funzionare:
sempre
il
capitale
necessita
di
una
qualche
forma
di
regolazione
e
di
intervento
dall’esterno,
ne
cambiano
però
le
forme.
Sviluppo
del
capitale
e
frantumazione
del
mondo
di
lavoro
L’idea
che
l’intervento
politico
nell’economia,
in
sé
e
per
sé,
possa
essere
inteso
esclusivamente
come
una
via
d’uscita
progressiva,
vuoi
nella
forma
del
compromesso
socialdemocratico
keynesiano
(che
è
vissuto
lo
spazio
di
un
mattino
negli
anni
Sessanta,
per
precipitare
poi
nella
crisi
sociale)
o
di
una
pianificazione
globale
‘dall’alto’
oltre
il
capitalismo
(il
cui
fallimento
ha
lasciato
solo
macerie),
è
un
altro
corto
circuito,
tanto
più
pericoloso
quando
quelle
due
strade
si
sono
chiuse,
e
definitivamente,
alle
nostre
spalle.
Sbaglierebbe,
peraltro,
chi
dalla
giusta
critica
alla
tesi
di
una
iperglobalizzazione
del
capitale
contemporaneo
traesse
la
conclusione
che
non
è
in
atto
oggi
un
processo
unitario,
o
negasse
la
discontinuità
forte
che
negli
ultimi
decenni
si
è
finita
col
produrre
nella
società
capitalistica.
Il
dominio
della
finanza,
le
trasformazioni
tecnologiche,
la
crescita
instabile
e
a
tassi
mediamente
più
ridotti
che
nel
passato,
l’attacco
al
welfare
State,
la
deregolamentazione
dei
mercati,
l’assalto
al
sindacato,
il
diffondersi
dei
fondi
pensione,
e
altro
ancora,
costituiscono,
in
forme
diverse,
uno
specifico
modello
che,
per
la
prima
volta
dall’origine
del
capitalismo,
vede
coniugarsi
insieme
nel
lungo
periodo
sviluppo
economico
e
scomposizione
di
classe,
accumulazione
del
capitale
su
scala
allargata
e
frantumazione
del
mondo
del
lavoro.
Se
secolarmente
negli
ultimi
due
secoli
la
tendenza
prevalente,
rispetto
alla
divisione
nel
mondo
del
lavoro,
che
sempre
fa
parte
della
strategie
capitalistiche,
era
stata
quella
a
costituire
un
soggetto
coeso
e
omogeneo,
nell’ultimo
periodo
tecnica,
ideologia,
politica,
congiurano
a
fare
della
segmentazione
e
dello
smembramento
di
un
lavoro
quantitativamente
crescente
il
tratto
distintivo
del
periodo
presente.
Così,
se
il
capitalismo
di
oggi
non
è
davvero
"globale",
non
può
che
essere
globale
la
resistenza
al
nuovo
capitalismo,
in
condizioni
che
richiedono
un
ripensamento
radicale
delle
tradizioni
ricevute.
E
se
la
"fine
del
lavoro"
è
slogan
vuoto
che
copre
una
realtà
di
lavoro
senza
fine,
quest’ultimo
non
ha
in
sé,
oggi,
la
sua
promessa
di
riscatto.
La
ricostruzione
di
una
soggettività
sociale
antagonistica
è
un
compito
che
va
contro
la
corrente
della
spontaneità
dei
processi,
ma
non
può
che
essere
prodotta
all’interno
delle
contestazioni
all’ordine
presente
delle
cose
che
naturalmente
la
crisi
e
gli
squilibri
producono.
Keynesismo
militare
L’"attacco
all’America"
e
la
risposta
di
guerra
che
ne
è
seguita
non
fanno,
per
un
verso,
che
accelerare
una
crisi
e
una
implosione
di
questa
"globalizzazione"
e
di
questa
‘nuova
economia’
che
erano
già
in
corso.
Come
anche
non
fanno
che
confermare,
sul
terreno
strettamente
economico,
la
fragilità
e
la
politicità
delle
nuove
realtà.
Si
pensi
alla
istantaneità
e
alle
dimensioni
del
crollo
della
borsa,
dei
licenziamenti,
della
crisi
di
fiducia,
del
blocco
della
spesa
privata.
Ma
si
pensi
anche
come
tutto
ciò
non
si
sia
tradotto
in
catastrofe
grazie
a
vecchie
conoscenze
come
l’intervento
delle
banche
centrali
quali
prestatori
di
ultima
istanza,
e
dello
Stato
come
fornitore
di
domanda
effettiva.
Per
l’altro
verso,
il
nuovo
quadro
costruisce
una
via
d’uscita
alle
difficoltà
economiche
e
sociali
che
può,
purtroppo,
avere
un
futuro
e
costruire
una
nuova
coerenza:
la
creazione
di
un
capitalismo
"chiuso"
e
"totalitario",
che
riscopre
dalla
sera
al
mattino
quella
capacità
di
orientare
con
la
spesa
pubblica
l’economia
che
si
era
inibito
per
l’orrore
del
conflitto
sociale
e
della
messa
in
questione
‘dal
basso’
sul
come
e
che
cosa
produrre.
Che
abbandona
l’ossessione
anti–inflazionistica
e
la
lotta
ai
disavanzi.
Che
gestisce
–
e
in
qualche
misura
forse
addirittura
approfondisce
nell’immediato
–
una
recessione
di
cui
è
stato
trovato
un
capro
espiatorio.
E
che
su
questo
è
in
grado
però
di
porre
le
basi
per
un
nuovo
sviluppo
nel
medio–lungo
termine
all’insegna
di
un
nuovo
keynesismo
bellico
e
di
una
riduzione
all’irrilevanza
delle
voci
e
delle
forze
critiche,
uniti
dall’opposizione
a
un
nemico
invisibile.
Dando
ancora
una
volta
ragione
a
chi
avvisava
dello
scarto
crescente
che
in
questa
fase
si
andava
producendo
tra
capitalismo
‘puro’
(che
vuole
fare
del
lavoro
esclusivamente
una
sua
parte)
e
democrazia
(che
del
conflitto
non
può
fare
a
meno,
proprio
per
evitare
la
logica
di
guerra).
Ancora
"socialismo
o
barbarie"
In
questo
contesto
torna
ad
assumere
un
senso
attuale
quell’alternativa
‘socialismo
o
barbarie’
che
poco
meno
di
cent’anni
fa
poneva
Rosa
Luxemburg.
Dopo
un
secolo
quella
frase
assume
però
altri
contorni
e
significati,
se
si
vuole,
ancora
più
sinistri.
Nel
Novecento
è
indubbio
che
la
via
del
socialismo,
che
pareva
sulle
prime
ergersi
come
una
barriera
alla
degenerazione
del
capitalismo,
e
che
in
qualche
misura
e
per
qualche
tempo
effettivamente
lo
è
stata,
ha
finito
col
tempo
con
l’incarnare
una
forma
della
barbarie.
Oggi
occorre
resistere
alla
tentazione,
che
pure
si
diffonde,
di
vedere
nella
barbarie
una
scorciatoia
per
il
socialismo.
Il
punto
è,
semplicemente,
non
scivolare
nella
barbarie.
Per
tenere
aperta
la
possibilità
di
un
universo
meno
totalitario
e
meno
distruttivo,
per
tenere
aperta
la
possibilità
di
un
altro
socialismo,
la
resistenza
a
questo
capitalismo
è
l’unica
opzione
praticabile.
Senza
il
sogno
di
una
rapida
inversione
dei
rapporti
di
forza.
Ma
con
la
drammatica
consapevolezza
che
rassegnarsi
o
illudersi
sarebbero,
nelle
condizioni
attuali,
una
grave
colpa.