martedì,
27 gennaio 2004
La lunga
marcia non è finita. Almeno non lo è affatto per i
guerriglieri maoisti del Nepal in lotta dal 1996 contro la
monarchia costituzionale del re Gyanendra
(creduto l’incarnazione del dio Vishnu) , che hanno
ripreso le ostilità dopo 7 mesi di fragile tregua.
Più di mille e trecento i morti in soli pochi mesi dalla
rottura del cessate il fuoco (27 agosto), contro le 8000
vittime in tutto l’arco del conflitto.
Sul tavolo delle trattative non resta che
l’inaccettabile richiesta – per il monarca e il suo
establishment- di un’assemblea costituente che decida un
nuovo assetto costituzionale per il tribolato paese
himalayano. Scontri a fuoco, rapimenti, attentati e
estorsioni sono il pane quotidiano di 22 milioni di
nepalesi, uno dei popoli più poveri del mondo.
Gyandendra, salito al trono dopo la misteriosa strage
della famiglia reale nel 2001, non ammorbidisce la
sterzata autoritaria con cui ha sospeso le attività del
parlamento e sciolto il governo (ottobre 2002). Misure
liberticide per estrarre con la forza necessaria la
spina “rossa” nel fianco del Paese. Ma Prachanda,
il leader moaista, e i suoi seguaci continuano, per
nulla intimiditi dal pugno di ferro del re, a combattere
il sistema feudale nepalese, forti anche di un certo
sostegno nelle zone rurali.
Due mondi
lontani nel tempo, anacronistici per l’occidente, ma sul
piede di guerra in un conflitto che riunisce al capezzale
del paese le grandi potenze. Come gli Stati Uniti,
in trincea ai quattro angoli del mondo per la lotta al
terrorismo hanno messo al bando i ribelli maoisti,
congelato i beni del partito comunista in America e
hanno preso a fornire assistenza e aiuti militari
per 20 milioni di dollari all’esercito nepalese.
Seguono India e Gran Bretagna: la prima
impegnata a debellare la minaccia maoista dei ribelli
dello stato del Bihar, cugini dei rivoltosi
nepalesi; la seconda legata all’ex colonia da
rapporti economici, storici e militari (le truppe scelte ghurka
nepalesi rinfoltiscono ancora
l’esercito di Sua Maestà). Più ambigua la
posizione della Cina, anche se imbarazzata dagli emuli del
leader del “grande balzo”, non vede di buon
occhio la presenza di “osservatori” Usa nel
Nepal , stato cuscinetto tra i due giganti d’Asia.
Poche le
prospettive di pace, quando gli stessi partiti
d’opposizione sono imbavagliati da entrambe le fazioni
in lotta: numerosi attivisti per la democrazia sono caduti
sotto il fuoco maoista, altrettanti languono nelle segrete
delle prigione del Regno Nepalese. A dare l’ultima
spallata a un Paese sull’orlo del precipizio economico e
politico è stato indetto uno sciopero generale, l’arma
politica dei ribelli per sgretolare le poche risorse
legate all’industria del turismo. Secondo stime della
Banca Mondiale se il Nepal non uscirà dalla
crisi finirà presto in bancarotta.
Allo
stato attuale delle cose la strategia maoista si concentra
su operazioni a tenaglia per minare dalle fondamenta la
monarchia del Nepal: imboscate e attentati dinamitardi
congiunti, guerriglia a partire dalle campagne per
accerchiare le città e tenendo le mirino infrastrutture e
simboli americani nel Paese. Il tutto accompagnato dai
metodi spicci e brutali della propaganda comunista
forzata: numerosi studenti vengono costretti allo studio
del libretto rosso e reclutati tre le file della
guerriglia,che oggi conta circa 5000 uomini. Ma neppure
l’esercito reale del Nepal ha la mano leggera. Anzi
ben armata dalle grandi potenze (16mila M-16 sono stati
inviati da Washington a Kathmandu, lo rivela il
Dipartimento di Stato Usa) ha raso al suolo la
roccaforte ribelle di Accham e colpito duramente quelle di
Rolpa.
L’Onu
resta alla finestra in attesa di potersi fare mediatore di
una pace che però nessuno sembra volere.
Fonte:
www.warnews.it
