NATALE
NEL MONDO (25/12/2003) |
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A cura di Amedeo Lomonaco -
E’
un Natale all’insegna della speranza per un futuro di
pace quello che caratterizza la comunità cristiana in
Terra Santa. Il patriarca latino di Gerusalemme Michel
Sabbah ha rivolto durante la messa di mezzanotte a
Betlemme un appello a cristiani, ebrei e musulmani, perché
vivano in armonia. Il servizio di Graziano Motta:
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“Se
i capi volessero veramente servire i loro popoli
dovrebbero avere il coraggio di prendere decisioni di
pace, anche se queste decisioni potrebbero condurli al
martirio”. E’ questo uno dei passi più significativi
dell’omelia della Messa di mezzanotte a Betlemme, che è
stata un’evocazione e insieme una denuncia di tragedie e
lutti, di odio e sofferenze. “Non è una questione
politica questa situazione conflittuale”, ha insistito
il patriarca Sabbah. “Prima di essere tale è una
questione di persone umane sottoposte a condizioni
disumane, come è disumano spargere sangue innocente,
continuare a far vivere un popolo nella paura e
nell’insicurezza, imporre una occupazione militare ad un
altro popolo, quello palestinese. Occupazione che il
patriarca definisce “il male di base dal quale ha
origine ogni sorta di violenza” e - afferma - che “i
capi delle tre religioni di questo Paese dovrebbero avere
loro stessi il coraggio necessario per dire insieme che
l’occupazione è un male e che l’effusione di sangue
innocente è un male. Due mali – sostiene – che devono
fermarsi. Allora Dio guarderà e donerà la pace in tutti
i cuori e in questa terra”. A vivere la Notte Santa
nella Basilica di Santa Caterina, sovrastante la grotta
della Natività, diplomatici, autorità politiche e civili
palestinesi – assente Arafat sulla cui sedia era stata
deposta una kefiah, il copricapo palestinese, rischiava
infatti di non poter tornare più nella sua residenza
assediata di Ramallah – molti pellegrini, più dello
scorso anno, e alcune delegazioni italiane, in particolare
quella della diocesi di Verona, venuta per
l’inaugurazione della Porta della pace, artistica opera
in bronzo per l’ingresso principale della Basilica.
Presente per accogliere il dono e come concelebrante della
Messa il ministro generale dei Frati minori, padre Josè
Rodriguez Carballo.
Per
la Radio Vaticana, Graziano Motta.
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E
in queste ore difficili per la Terra Santa è in
pellegrinaggio a Betlemme anche il cardinale Carlo Maria
Martini. Fabio Colagrande lo ha raggiunto telefonicamente
per chiedergli il senso della preghiera per la pace che si
leva da molte parti del mondo per il Medio Oriente.
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R.
– Significa promuovere, soprattutto, quelle azioni di
intesa, di dialogo e linee comuni. E anche noi cerchiamo
di portare a Betlemme un segno di
pace.
D.
– Il Natale è occasione di scambio di auguri, come
quelli che si rivolgono molte persone in queste giornate
di festa. Passato il periodo natalizio, cosa resterà di
questa euforia, di questa allegria?
R.
– Certamente molte di queste cose sono un po’
retoriche, perché si pensa che il momento del Natale
abbia in sé qualche cosa di risolutivo, che invece non
ha. Il Natale vale come memoria di ciò che Dio ha fatto
per il bene dell’umanità e come premessa ed attesa di
ciò che Dio farà quando metterà a posto ogni cosa,
quando vi saranno cieli e terra nuovi dove abiterà
stabilmente la giustizia. Allora, tutti i gesti che vanno
in quel senso, rimarranno:
tutti i gesti che vanno nel senso della giustizia e
della riconciliazione porteranno frutto ed avranno un
seguito. Tutte le parole vane, invece, passeranno.
D.
– In questo senso, che augurio fa ai nostri ascoltatori
per questo Natale?
R.
– Anzitutto un augurio di pace interiore con se stessi e
di riconciliazione con Dio, nella famiglia e con gli
amici. E un augurio a guardare a chi è diverso da noi con
occhio attento e benevolo: così faremo un buon cammino.
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Restiamo
in Medio Oriente. Una serie di esplosioni ha scosso questa
mattina, fortunatamente senza causare vittime, il centro
di Baghdad. Colpi di mortaio hanno raggiunto l’albergo
Sheraton, l’ambasciata iraniana e quella tedesca. Fonti
militari americane hanno inoltre rivelato, che un soldato
statunitense è rimasto ucciso ieri sera, nella capitale
irachena, per l’esplosione di un ordigno. Ma i timori e
la grave insicurezza che domina lo scenario iracheno non
sembrano comunque frenare la voglia di festeggiare il
Natale. Il nostro servizio.
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La
festa della Natività è stata celebrata questa mattina
nella cattedrale di Baghdad dal nunzio apostolico in Iraq,
mons. Fernando Filoni, e la Messa della vigilia si è
svolta non a mezzanotte ma, per motivi di sicurezza, ieri
pomeriggio. “La vera essenza del Natale – spiega mons.
Filoni – è forse rappresentata al meglio dal convento
delle suore di madre Teresa di Calcutta che gestiscono,
nella capitale irachena, un orfanotrofio per bambini con
handicap fisici e mentali”. E non lontano dalla casa di
accoglienza, una modesta casa in una strada stretta e
fangosa, il parroco della Chiesa caldea di San Giorgio,
padre Habib Alnoufaly, ha preparato un grande presepe
vivente e molti bambini hanno recitato la parte dei
pastorelli. Nella base italiana di Nassiriya il Natale è
stato accolto all’aperto, sotto le stelle. Sul grande
piazzale dell’alzabandiera è stato allestito l’altare
dove il cappellano militare della Brigata Sassari, padre
Mariano Azuris, e l’ordinario militare per l’Italia,
mons. Angelo Bagnasco, hanno concelebrato la Santa Messa.
Durante la funzione liturgica sono stati accesi 19 ceri,
in ricordo dei 12 carabinieri, cinque soldati e due civili
morti nel tragico attentato dello scorso 12 novembre. Ma
nel dolore per la drammatica spirale di odio e violenze
perpetrate in Iraq, non può mancare la speranza. Ce lo
conferma padre Mariano:
R.
- La speranza è una caratteristica cristiana e non deve
mai mancare. Abbiamo avuto la morte di 19 persone. Non è
facile parlare di speranza, se fossero le mie parole di
speranza. Ma sono le parole di Gesù, che ha detto: “Non
abbiate paura, io sono con voi tutti i giorni della vita e
non vi lascerò soli”. E per coloro che sono già andati
accanto a Lui, sappiamo che c’è un posto particolare
che Lui ha scelto per ognuno dei 19 che sono stati
chiamati ad altra vita, che hanno operato per la pace,
soprattutto dando la propria vita.
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Tragico
Natale in Cina: è salito a 190 il drammatico bilancio,
ancora provvisorio, delle vittime dell’esplosione in un
pozzo di gas naturale, avvenuta martedì scorso a
Chongging, nell’area sud-occidentale del Paese. E il
Natale asiatico è stato purtroppo funestato anche da un
altro grave episodio verificatosi stamani a Rawalpindi, in
Pakistan, dove è stato perpetrato un attentato suicida,
al quale è sfuggito il presidente pachistano Pervez
Musharraf, che ha causato la morte di almeno sette
persone. Ma quali sono, in un contesto così complesso, le
luci e le ombre nel Continente? Risponde Bernardo
Cervellera, direttore dell’agenzia del Pime, Asia News:
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Da
una parte c’è senz’altro il tentativo di portare la
pace nella zona del Kashmir, che da decenni è in guerra,
con Pakistan ed India che cercano di dialogare di più e
cercano di distendere la situazione. Poi c’è anche il
dialogo tra Nord Corea e Sud Corea che continua molto
profondamente per frenare una possibilità di conflitto
nucleare. Questi sono senz’altro gli aspetti più
positivi che vedo in tutta l’Asia. Ci sono però degli
aspetti molto preoccupanti che continuano a crescere.
Aspetto preoccupante e fondamentale è il terrorismo di
matrice islamica. In tutta l’Asia e soprattutto nel
sud-est asiatico stanno crescendo sempre di più gruppi di
fondamentalisti ed i gruppi legati probabilmente ad Al
Qaeda o, in ogni caso, locali che cercano di creare uno
Stato islamico. Questo sta creando molta paura, per
esempio, in Indonesia e nella Malesia. In Indonesia,
quindi, i cristiani temono di essere perseguitati. In Cina
poi si verificano distruzioni di chiese e di case di
cristiani protestanti e anche l’arresto, l’isolamento,
di vescovi e sacerdoti cattolici. Dentro questo grande
quadro bisogna dire che i cristiani dell’Asia stanno
facendo un grande lavoro di testimonianza. Ci sono tanti
segni di amore e di pace, spinti dal desiderio di
testimoniare il Vangelo.
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Trasferiamoci
in Africa. In diversi Paesi del continente, tra i quali la
Repubblica Democratica del Congo, l’Uganda, la Costa
d’Avorio e la Liberia, milioni di persone vivono un
altro Natale tra paura e speranza. Conflitti e crisi
affliggono, infatti, le popolazioni locali e i missionari
che vivono e operano in questi Stati. Il servizio di
Giulio Albanese:
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Il
Natale africano sarà purtroppo - è triste dirlo - in
molte regioni del continente un Natale caldo sotto tutti i
punti di vista, soprattutto per quanto concerne la
sicurezza. Pensiamo ai missionari, alle missionarie, ai
volontari che operano nel nord Uganda, dove da anni
imperversano i famigerati ribelli dell’Esercito di
Resistenza del Signore. Per non parlare delle remote
regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo,
dove le bande armate dei senza legge fanno il bello e il
cattivo tempo, nonostante nella capitale Kinshasa i
signori della guerra abbiano deciso tutti insieme di
governare democraticamente, almeno dicono loro, un Paese
ridotto allo stremo. E che dire dell’Angola, l’ex
colonia portoghese, dove su una popolazione di 10 milioni
e mezzo di abitanti sono ancora disseminate sotto terra
oltre 15 milioni di mine antiuomo. “L’Africa vuole la
pace”, hanno ripetutamente detto ad alta voce i vescovi
del Secam, l’organismo ecclesiale che riunisce
l’episcopato dell’Africa e del Madagascar. Una pace
che solo Dio fatto uomo, Gesù Cristo, può portare ad una
umanità dolente che ha fame e sete di giustizia. “Non
dobbiamo cedere alla tentazione della disfatta”, ha
detto l’arcivescovo di Gulu, mons. John Baptiste Odama,
ricordando che le Chiese sono chiamate soprattutto nel
nord Uganda a testimoniare il mistero dell’Incarnazione,
in un continente nel quale Cristo nasce anche oggi, come
2000 anni fa, come profugo nella periferia di un mondo
sempre più povero.
Per
la Radio Vaticana, Giulio Albanese.
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Le
capitali europee sono avvolte dall’atmosfera natalizia
ma sono forti i timori di possibili attentati. Parigi
scintilla di luci, i grandi magazzini del centro brillano
di mille lampadine come la Torre Eiffel che ogni ora, per
dieci minuti, sprizza stelle luminose trasformandosi in un
prezioso merletto. Sull’atmosfera natalizia della Russia
grava la minaccia di possibili attentati ed anche negli
Stati Uniti l’allarme terrorismo, passato dal giallo
all’arancione, è alto.
In
America Latina si moltiplicano gli sforzi per aiutare il
gran numero di poveri che vivono a ridosso delle grandi
città o nelle isolate aree di campagna. Sulle molteplici
iniziative promosse in occasione del Natale, in Sud
America, ci riferisce Maurizio Salvi:
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Le
chiese locali, le organizzazioni di base e le Caritas
nazionali hanno lanciato programmi specifici per
raccogliere alimenti e denaro per lenire l’emergenza
povertà che, a livello continentale, riguarda quasi il 50
per cento della popolazione latino-americana. A differenza
dagli anni ’90, in cui l’illusione di un benessere che
non era reale incoraggiava l’ostentazione e lo spreco,
il Natale in Brasile, Argentina e Messico sarà
all’insegna della solidarietà e dell’impegno per
soccorrere le fasce più svantaggiate. Questa
preoccupazione si aggiungerà spesso a problemi specifici
esistenti nei vari Paesi che aumentano i rischi di
stabilità istituzionale. E’ il caso del Venezuela, dove
il Natale dovrà far dimenticare le polemiche legate alla
raccolta di firme per il referendum contro il presidente
Hugo Chavez o contro i deputati dell’opposizione. O
dell’Ecuador, dove il presidente Lucio Gutierrez ha
realizzato un rimpasto di governo, ma dove le
organizzazioni degli indios si apprestano a lanciare una
serie di proteste popolari che potrebbero portare ad una
situazione non dissimile da quella che ha portato in
Bolivia le dimissioni del presidente Gonzalo Sanchez de
Lozada.
Da
Buenos Aires, Maurizio
Salvi, per la Radio Vaticana.
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Per
la Radio Vaticana, Amedeo Lomonaco (25/12/2003)

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