PROTESTE
IN MYANMAR CONTRO LA GIUNTA (21 E 25/09/2007) |
Ascolta
l'intervista con un sacerdote del Myanmar
Ascolta il
servizio di Amedeo Lomonaco
In
Myanmar prosegue la protesta pacifica dei monaci buddisti
contro il regime militare
In
Myanmar, prosegue la protesta dei monaci buddisti contro
il regime militare: oltre 500 monaci hanno marciato
silenziosamente e raggiunto la celebre pagoda di Shwedagon,
chiusa dalle autorità dopo le proteste pacifiche dei
giorni scorsi contro l’aumento dei prezzi del cibo e del
combustibile. Aumenti che, secondo gli osservatori
stranieri, sono dovuti alle insostenibili spese, previste
dal governo, per la costruzione della nuova capitale.
Sulla protesta dei monaci buddisti nell’ex Birmania,
ascoltiamo al microfono di Amedeo Lomonaco, padre
Lucas, sacerdote salesiano del Myanmar:
R. - La gente segue quello che dicono i monaci. Ci sono
comunque divisioni tra questi monaci: soltanto metà di
loro ha partecipato a quella protesta. Se si fossero uniti
tutti, tutti i monaci del Myanmar, questa protesta avrebbe
determinato anche un cambiamento.
D. – Quindi, non sono ancora tempi maturi per un
reale cambiamento?
R. – Diciamo di sì perché non ci sono ancora dei
leader che possano guidare i monaci, la gente.
D. – Si tratta di proteste spontanee nate proprio per
i vari problemi del Paese?
R. – Problemi sociali, economici, e soprattutto
politici. Questo governo è al potere dal 1962 e ha preso
il controllo del Paese usando la forza; il suo sistema
politico è comunista, è una dittatura militare.
D. – Come è cambiato da allora il Myanmar e in quale
futuro possiamo sperare?
R. – Il nostro governo militare è molto
astuto, violento; è difficile cambiare all’interno del
Paese. Certamente, molto dipende da noi, però il governo
non ha paura di usare le armi per sottomettere la gente al
proprio potere.
D. – E come si comporta il governo nei confronti dei
religiosi, in particolare dei cristiani?
R. – Noi cristiani siamo oppressi, perseguitati, non
per il culto: hanno paura che noi prendiamo ruoli
importanti. Per questo, molte volte vengono limitati i
nostri culti liturgici. Appena un anno fa, sono ritornato
per ricevere la mia ordinazione sacerdotale, e mi hanno
detto: “Tu entro un mese devi uscire dal Paese. Se
rimani, rimani per sempre”.
D. – Questo, padre, per quale motivo?
R. – Per paura, perché questo governo militare ha
preso il potere illegittimamente, ingiustamente; quindi
qualsiasi cosa che possa rappresentare un pericolo per
loro, viene vietato, proibito. Persino le lettere, le
mail, che noi mandiamo dall’estero, vengono controllate.
Allora anche io, in quanto religioso, cattolico,
cristiano, sono un pericolo per loro.
In
Myanmar, 100 mila manifestanti per le strade. La polizia
interviene per disperdere la folla
In
Myanmar, ottavo giorno consecutivo di proteste contro il
regime militare. La dimostrazione è pacifica come nei
giorni scorsi: decine di migliaia di persone, guidate da
monaci buddisti, hanno marciato per le strade di Yangoon
al grido “Democrazia, democrazia”. La polizia è
intervenuta per disperdere la folla. Il premier
britannico, Gordon Brown, ha chiesto intanto che l'Unione
Europea prenda una posizione decisa nei confronti della
giunta militare. Il servizio di Amedeo Lomonaco:
Almeno 100 mila persone, guidate da migliaia di monaci
buddisti, hanno sfilato lungo le strade della capitale del
Myanmar, protestando contro il regime. Nell'area, teatro
delle manisfestazioni, sono stati dispiegati poliziotti in
assetto antisommossa. Un’organizzazione umanitaria,
Burma compaign UK, ha espresso poi il timore che la giunta
abbia organizzato un piano per infiltrare provocatori tra
i manifestanti e far scoppiare disordini e violenze.
Secondo questa organizzazione, le autorità del Myanmar
avrebbero già ordinato 3 mila tonache da monaco e imposto
ad alcuni soldati di radersi a zero. Le manisfestazioni di
protesta hanno comunque conservato il loro carattere
pacifico: su molti stendardi è ricomparsa l’immagine
del pavone, utilizzata dagli studenti durante la protesta
del 1988 repressa nel sangue. In quell’occasione, la
giunta utilizzò agenti provocatori per innescare violenze
e giustificare così l’intervento repressivo
dell’esercito. Il pavone è anche il simbolo della Lega
Nazionale per la Democrazia, movimento del premio Nobel
per la pace, Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti
domiciliari. Sul versante internazionale, intanto, la Cina
ha lanciato un appello alle autorità e al popolo birmano
a gestire “correttamente” la crisi. La Chiesa del
Myanmar, infine, ha lanciato una campagna nazionale di
preghiera e invitato tutte le diocesi del Paese ad aiutare
la popolazione. In Myanmar, dove l'80 per cento della
popolazione è buddista, i cattolici sono circa 600 mila.
Per la Radio Vaticana, Amedeo
Lomonaco, 25 settembre 2007

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