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SECONDA
PARTE
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da
"Le
Monde
Diplomatique"
Intendiamoci:
le preoccupazioni riguardo alla manipolazione genetica degli esseri viventi e
quelle che mettono in discussione i costumi attuali in materia di abusi sessuali
spaziano su campi ben diversi.
Eppure,
si ha la netta percezione che, su un livello soggiacente, quello che mettiamo
sotto accusa è un'identica tendenza a racchiudere il futuro nel presente.
L'indignazione isterica che pervade la nostra società sembra recepire questo
duplice abbinamento, adulto-bambino/presente-futuro come una prospettiva
soffocante. Certo, ne imputa l'intenzione soprattutto a singoli personaggi
demonizzati (un esempio per tutti, i "pedofili"), piuttosto che alla
pedagogizzazione generale del rapporto sociale moderno. Uno spostamento
comprensibile, prendersela con dei "mostri" è più facile che
ammettere la mostruosità della nostra società.
Il
terrore smisurato nei confronti del pedofilo (e qui non si parla degli
infanticidi, degli abusi e dei maltrattamenti reali) trova così la sua
spiegazione: dietro a un riferimento solo casuale a pervertiti ben definiti,
l'inquietudine di fondo è ben altra: la manipolazione collettiva
"abusiva" non solo dei bambini, ma dell'umanità infantilizzata e
vittimizzata sotto il fuoco convergente della buona coscienza mediatica, della
volontà educatrice moltiplicata e dell'addestramento alla sottomissione
salariale e consumistica su scala di massa.
Ad
esempio, l'ormai celebre trasmissione tv "Il Grande Fratello" è il
fantasma dell'incesto consumato tra genitori telespettatori e giovani che fanno
l'amore in una scena d'intimità fittizia, che si realizza sotto il controllo
tecnico mediatico. La paura che alimenta le reazioni scandalizzate si incentra
sulla capacità dell'autorità (nel caso specifico, il mezzo centralizzato) di
controllare la finzione della vita privata, di imporre forme prescritte di
godimento e la loro contropartita obbligata (eliminazione dei concorrenti -
gioco delle sedie musicali ed esperienza comportamentalista - come modello del
funzionamento sociale, ecc.) Ci troviamo quindi ad essere affascinati ed insieme
disgustati da questa videosorveglianza pubblica della vita più intima, da
questo spettacolo ormai chiamato a regolare nell'immaginario i rapporti
referenziali fra generazioni. Non è certo l'eccesso di libertà o di
"proprietà di sé" che ci angoscia o ci fa insorgere in tali
manifestazioni, ma al contrario il progresso inesorabile dell'ideale collettivo
di fusione, e dei mezzi che ha per imporsi come orizzonte a ciascuno di noi.
Non
rimanere sordi agli appelli dei resistenti all'ingiunzione dell'universalità,
vuol dire sentire certe massime sorgere in silenzio, in contrappunto alle paure:
"Non si mescoleranno le specie viventi in un unico grande tutto"; o
ancora: "Non si confonderanno le generazioni presenti e a venire".
Ascoltare queste massime emergere dalle nevrosi, vuol dire comprendere meglio
numerosi cambiamenti nell'evoluzione della mentalità. E allora, non sono certo
un caso fortuito le reazioni inconsce all'universalismo nell'attuale escalation
sui temi dell'inquinamento e della tutela ecologica, nella sensibilizzazione di
ambienti finora indifferenti, e che tali potrebbero restare ancora a lungo, se
non scatta lo strano meccanismo della colpevolizzazione. Vuol dire anche
cogliere meglio, ad esempio, la reazione degli operatori dell'universalità
virtuale, quando, a rischio della recessione dell'e-economia, cominciamo (primi
fra tutti, proprio gli informatici e gli internauti americani) a manifestare
diffidenza e discriminazione nei confronti del "tutto Internet" e del
suo ideale di comunicazione planetaria globale, a scapito della "vita
vera" delle persone in situazioni concrete (si legga l'articolo di Derrick
de Kerckhove a p. 22).
È
necessario allora accettare il ritorno a forme regressive e pericolose di
rifiuto dell'universalità? Le attuali resistenze all'universalismo devono
essere ancora più approfondite nella loro diversità, proprio perché in
passato, in analoghe fasi di arretramento abbinate a depressioni economiche
(1880, 1929, ecc.) si è assistito non ad un ritorno alla ragione, ma invece,
dopo qualche esitazione, all'inabissarsi collettivo in mobilitazione più
furibonde, nell'accanimento universalista, come nel ritorno a negazioni
forsennate dell'universale.
L'arcaica
divisione del pianeta L'odio personale di George W. Bush nei confronti
dell'e-mail (bandita dalla Casa bianca) può sembrare un simpatico rifiuto del
controllo mediatico sulla privacy presidenziale. Ma si inserisce in un quadro
arcaicizzante, in cui l'arretramento di fronte alla prospettiva universale è
motivato soltanto dall'affermazione reiterata di posizioni di dominio: ostilità
dichiarata al diritto della donna all'aborto, affermazione del diritto della
superpotenza ad inquinare il pianeta, "isolazionismo" il cui lato
oscuro è la longa manus ormai senza intermediari delle grandi fortune Usa sulle
due Americhe (come ha dimostrato il vertice di Quebec City sulla formazione di
una zona interamericana di libero scambio, caricatura inegualitaria del
tentativo europeo) (3).
Per
quanto riguarda poi la teoria di Bush della "fortezza americana
assediata", a giustificare la spesa astronomica per realizzare uno scudo
antimissile, ci si vedrà il ritorno di un immaginario patologico del rifiuto
dell'universale: quello del "complesso di Zardoz" Dovremmo ricordarci
con più attenzione quel film del regista britannico John Boorman (4), che molto
prima che si parlasse di "guerre stellari" ci mostrava una Terra del
futuro governata da un'élite anglosassone, resa immortale dalla clonazione e
autoreclusa in un giardino paradisiaco, al riparo dal resto del mondo, ridotto
volutamente nella miseria e nel terrore con un sistema di raggi laser. Il
messaggio più scandaloso di Boorman era che questa élite fossilizzata in realtà
coltivava un unico sogno: conoscere finalmente la morte, e liberare il futuro...
per
gli altri.
L'attualità
ha superato quell'angoscia degli anni '70, nel senso che sin d'ora la
multipolarità e la diversità culturale reale del mondo hanno reso
completamente superato lo schema di una egemonia unica, ma il sogno imperiale può
ancora alimentare non poche nostalgie.
Tanto
più che la ridivisione strategica reazionaria del mondo non è affatto
incompatibile con l'accanimento nella dottrina di una società-mondo animata
dalla logica mercantile.
Lo
storico Eric J. Hobsbawm ricordava che il capitalismo ultraliberista e
mondialista della Belle Epoque si era anche attivato a produrre i mercati
popolari nazionali che poi, per tutto il XX secolo, hanno affilato l'arma a
doppio taglio della fratellanza fra concittadini e dell'inimicizia xenofoba.
Orbene, la sua osservazione sulla situazione internazionale nel 1902 ("Il
protezionismo rifletteva l'internazionalizzazione della concorrenza
economica") (5) conserva, su altri livelli, una certa sua attualità. Le
forze che manovrano il danaro invocano la pura libertà del commercio mondiale,
ma nel contempo favoriscono su grande scala i mercati continentali ed i
privilegi che li proteggono a vicenda (guerra Boeing/Airbus, progetto d'acquisto
obbligatorio della soia o di prodotti culturali americani, ecc.). La guerra
felpata fra euro, dollaro e yen, da parte sua, non manca di favorire un
mega-nazionalismo o regionalismo monetario su cui possono innestarsi posizioni
di grande acrimonia (l'Europa vissuta come pericolo economico dall'opinione
pubblica americana, l'esasperazione di fronte al massiccio indebitamento
americano autorizzato dall'aumento dei dollari in circolazione, e così via).
Vale
lo stesso discorso per le tecniche classiche di spartizione delle risorse dei
paesi poveri fra quelli potenti: allorché le multinazionali occidentali fanno
man bassa di aziende nel terzo mondo, non si potrebbe applicare quel che diceva
ancora Hobsbawm sui motivi principali del colonialismo del XIX secolo: "Era
un fatto generalmente riconosciuto che l'imperialismo avrebbe potuto pagare le
riforme sociali (6)"?
Torneremmo
addirittura alle tecniche del Settecento, allorché le "compagnie delle
Indie" inglesi, francesi, olandesi, portoghesi, tutte ufficialmente
private, disponevano delle risorse delle contrade che occupavano, senza dover
farsi carico direttamente delle amministrazioni locali.
La
Elf è stata costretta a confessarlo, ma non è certo l'unica "compagnia
delle Indie" contemporanea responsabile del pagamento di salari in molti
stati del terzo mondo. In realtà, la quasi totalità dei grandi gruppi
globalizzati attualmente è indotta a remunerare le élite locali, di cui poi
deposita i risparmi nei circuiti del Nord, mentre le popolazioni locali, prive
di accesso ai beni di valore sociali, continuano a fornire manodopera a basso
costo.
Impeto
e paura In questo campo, non possiamo far altro che rallegrarci di una
universalizzazione in marcia, ad esempio tramite la decisione di giustizia
internazionale che autorizza il Sudafrica a produrre farmaci generici - il che
probabilmente potrà comportare una trasformazione del mercato mondiale della
sanità, anche nei paesi industrializzati.
Per
contro, chiameremo reazionaria la resistenza - sempre di stampo corporativo e
territoriale (7) - ad una divisione del lavoro che porta a concentrare negli
Stati uniti le funzioni intellettuali nobili (sedi sociali, ricerca, ecc.),
mentre gli altri paesi sono condannati al decadimento del livello culturale per
effetto della partenza dei loro quadri? Dovremo rimpiangere l'opposizione alle
prassi di "cost killing", di delocalizzazione, di licenziamenti in
massa e di "flessibilità" che negli ultimi decenni hanno fatto
soffrire tanti dipendenti, senza dimostrare peraltro la loro utilità sul piano
della stabilità aziendale?
Dovremo
fustigare come "retrogradi" i limiti imposti all'accanimento nella
logica della circolazione del danaro, in particolare nelle produzioni di
pubblica utilità? Allora, nel momento in cui lo stato della California "rinazionalizza"
le aziende elettriche spinte al collasso dai mancati investimenti degli
azionisti, sembrerebbe giusto impedire alle aziende elettriche europee di
dichiararsi una guerra dei prezzi senza quartiere. Guerra che - con il pretesto
di ridurre al minimo il prezzo dell'elettricità - porterebbe inevitabilmente a
distruggere tutto quel che garantiva qualità e sicurezza, sacrificando
soprattutto la ricerca tecnologica di lungo periodo. A quando la prima crisi di
erogazione di elettricità in Francia? Forse, entro dieci anni, se le politiche
"imperiali" delle aziende all'insegna di ideali mondializzanti - con
l'accordo di sindacati rossi/rosa passati armi e bagagli in campi direttoriali
in preda al fanatismo - riusciranno a demolire gli strumenti costruiti in oltre
mezzo secolo di lavoro con il danaro e la fiducia dei popoli.
In
sintesi, non esiste un universalismo buono o cattivo in sé e per sé, né una
resistenza buona o cattiva nei suoi confronti. Vi sono per certo alcuni elementi
di follia, nella corsa precipitosa alle fusioni, di cui il danaro è il mezzo
economico, e con non minore certezza vi sono aspetti deleteri nelle posizioni
bloccate su identità aggressive che puntano a dividere. Il compito più arduo
è trovare una strada fra questi scogli, spesso compresenti, della paura e
dell'impeto appassionato.
In
fondo, dovremmo discutere le difficoltà d'approccio all'universalità
considerandole non meri ostacoli da eliminare, bensì costanti irriducibili
della nostra condizione umana. Dovremmo riconoscere che l'universale continuerà
a essere oggetto di un intenso rapporto di fascinazione/ripulsione, e che i
sintomi vigorosi e disperati del suo rifiuto devono essere domati, più che
negati, e talvolta anche accettati come condizione di sopravvivenza.
Prendiamo
atto, comunque, che il nostro rapporto con l'Universalità probabilmente sarà
sempre ambivalente e paradossale. Quanto più ci avvicineremo ad essa, tanto più
si farà sentire il problema della pluralità e delle differenze. Non fosse
altro che nell'urgenza incontrollabile delle nostre reazioni inconsce.
note:
*
Sociologo, direttore di ricerca presso il Centro nazionale della ricerca
scientifica (Cnrs) a Parigi, autore fra l'altro di Nature et démocratie des
passions, Presses universitaires de
France, Parigi 1996
(1)
Françoise Sironi, "L'Universalité est-elle une torture?" N° 34,
Nouvelle Revue d'Ethnopsychiatrie, Grenoble, 1997.
(2)
Film diretto da Rachid Bouchareb, uscito in Francia nell'aprile 2001.
(3)
Si legga " Dall'Alaska alla Terra del fuoco, l'impero del commercio
all'opera", Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2001.
(4)
Zardoz, 1974, (interpretato da Sean
Connery)
(5)
Eric J. Hobsbawm, L'età degli imperi, 1875-1914, Laterza, Bari, 1992.
(6)
Ibidem.
(7)
Jacques Capdevielle, Modernité du corporatisme, Presses de Sciences Politiques,
Parigi, 2001.
(Traduzione
di R.I.)