Ricerca personalizzata

Pagina iniziale
Preferiti

Contatti

Forum

GLOBALIZZAZIONE
Cos'è Storia 
cerca nel sito

Giovanni Paolo II e la globalizzazione

IL FENOMENO DELLA GLOBALIZZAZIONE

Forme globali
Teorie
Domande & risposte
Vertici & proteste
Articoli
Bibliografia
Glossario
Links

 

www.dittatori.it

 

 

Viaggi nel mondo

 

Segnala questo sito ai tuoi amici!
clicca qui

 

 


LA GLOBALIZZAZIONE UNIFICHERA' IL MONDO (DUCLOIS)

- PRIMA PARTE -

da "Le Monde Diplomatique"

È universale ciò che è comune a tutti gli esseri umani, si estende su tutta la superficie della Terra, ovunque, e riguarda il mondo intero. L'attuale globalizzazione economica si presenta come un nuovo progetto tendenzialmente universale, che mira, direttamente o indirettamente, a unificare il mondo. Baluardo dell'umanesimo, l'universale è generalmente considerato un valore positivo, nonostante una serie di inquietanti distorsioni, come gli imperialismi. Ogni progetto universale dà vita a conflitti. Spesso è denunziato come un tentativo di distruggere particolarismi e identità, e scatena reazioni appassionate. L'universale si propone come ideale affascinante e nel contempo insopportabile, di fronte al quale le società esitano, alternando audaci avanzate e precipitose ritirate. L'idea stessa di vivere, nell'era della globalizzazione, in un mondo unito dove non esistono più una "terra incognita" né nemici esterni, sembra ancora più repellente proprio perché fa sentire tutto il suo fascino.

di DENIS DUCLOS*

La prospettiva universale attira e sgomenta, proprio perché rappresenta per l'uomo la soppressione dell'alterità, cioè un desiderio narcisistico profondo, ma, nello stesso movimento, suscita l'angoscia più forte (1): chi siamo, noi che abbiamo soppresso l'Altro? Che diventeremo, se, simili e resi solidali da uno stesso diritto, restiamo tuttavia soli al cospetto di un universo muto?

Molto prima che noi sapessimo disegnare la meridiana sulla superficie terrestre, marinai e missionari dubitavano di poter sostenere la finzione di una differenza radicale fra se stessi e i "selvaggi" scoperti dall'altra parte dell'Equatore. Era necessario ricorrere a ideologie volontaristiche. Tuttavia, trascorsi appena pochi decenni, furono costretti a riconoscere che que "selvaggi" avevano un'anima.

A meno di tre secoli dall'inizio della fiammata schiavista, non è più possibile operare una distinzione ufficiale fra "razze superiori" e "razze indigene". Con l'aiuto dell'antropologia, diventa problematico perfino classificare le società umane in "culture alte" e "gruppi primitivi". E se si vuol credere al messaggio del bel film Little Sénégal (2), civiltà e spirito selvaggio non sono più dove li si aspetta, la prima in Occidente e la seconda in Africa, ma forse al contrario.

Naturalmente, le società padrone conservano una certa differenza con la loro posizione dominante, se non altro mettendo sotto tutela il Sud o limitandone gli accessi ai farmaci. Ma anche quella legittimità si va incrinando. Per farla breve, l'Altro (l'inferiore, il debole, il terzo o il quarto mondo, etc.) - migranti o no - è chiamato a divenire parte del Sé, dello Stesso. L'universalità è identità fra tutti, o non è affatto possibile.

Di fronte alla crescente inefficacia dei modelli di divisione inegualitaria contro la spinta dell'universale, abbiamo inventato una serie di separazioni orizzontali tra popoli o eserciti più o meno equivalenti fra loro come "livello di civiltà". E ci siamo precipitati gli uni contro gli altri con un fervore ancora maggiore, proprio perché li sapevamo vicini, separati soltanto da labili segni (kultur germanica contro lumières francesi) o da differenze d'opinione appena sfumate (dittatura dei mercati contro dittatura degli stati).

Anche in questo caso, il pensiero che elabora la storia è stato più rapido dei nostri tentativi di consolidare le "concorrenze strategiche".

L'universalità che ognuno voleva incarnare da solo contro tutti gli altri è andata avanti, sconvolgendo tutti i pronostici. La dichiaravamo imperiale e britannica? Sarà capitalista e americana. La riteniamo "internettizzata" e controllata dallo spionaggio commerciale e militare americano? Eccola esplodere in software liberi e in reti multiple, di cui è difficile identificare la centralità. La vorremmo racchiusa nella leadership della "Unica potenza mondiale", e invece già si orienta verso una società-mondo che sarebbe l'unica in grado di risolvere in qualche modo le crisi, le tempeste e le devastazioni planetarie provocate dall'anarchia industriale e finanziaria.

Stigmatizzare le minoranze Per farla breve, più s'impone la realizzazione dell'universale (in senso fisico, economico, scientifico, politico, della comunicazione), più le vecchie tecniche che adoperavamo per ingabbiarlo riducendolo in frammenti, con la separazione dei poteri, l'opposizione delle culture, ci appaiono inadeguate, poco attendibili, e in fondo insignificanti.

La sfera unica si va stirando, come una pelle immaginaria che ricopra tutto il pianeta, tanto che la condanna etica dei "ripiegamenti d'identità" diventa più vigorosa, e dispone ormai di organismi giudiziari (la Corte penale internazionale - Cpi) e di polizia (forze dell'Onu o della Nato) commisurate all'ideale di una Polis globale (anche se sono ritenute sempre insufficienti).

Ma allora, se c'è del vero nella nostra ipotesi, l'angoscia di essere annegati nel Grande Tutto dovrebbe esplodere, il panico del riassorbimento dell'Altro nel Sé dovrebbe crescere. Che altro possiamo immaginare per esorcizzare questa presenza sempre più incombente dell'unificazione umana, così meravigliosa, ma forse anche irrespirabile?

Ridividere l'umanità fra crociati dell'universalità umanista e reazionari paladini dell'identità potrebbe sembrare una soluzione. Ma, da una parte, presenta una certa incongruenza: dividere in nome dell'unità, stigmatizzare le minoranze in nome del Tutto... in cui sono racchiuse.

D'altra parte, il trasformare il nemico esterno in criminale interno contiene la potenzialità di considerare delinquente qualsiasi opposizione all'ideale comune, di trattare da infrazione del diritto comune qualsiasi resistenza frontale all'ordine unico.

Tutto ciò non è chiaramente percepito da quegli onesti militanti (Ong umanitarie o funzionari di organismi internazionali, quadri virtuali del futuro stato mondiale) che si affermano nella lotta contro i nemici dell'ideale unitario, ed è una fonte non meno importante di reazioni terrificate di fronte all'ascesa dell'universale, che veicola i turbamenti caratteristici della nostra epoca.

Pare che l'attuale paura/fascinazione dell'universale assuma due forme principali collegate fra loro. Innanzi tutto si esprime nel terrore di vedere i nostri corpi assorbiti dal pensiero razionale che vuole assemblarli nella gestione tecnologica delle loro attività e ben presto della vita stessa. La medesima ambivalenza dell'universale si manifesta anche nel desiderio e nella paura di inquadrare in norme predeterminate il divenire dei nostri figli e della nostra discendenza futura.

Si sarà riconosciuto, nel registro dell'eccesso, il terrore ormai cronico del cambiamento climatico, inteso come una gigantesca sommersione delle terre abitate. Le convinzioni scientifiche sulla realtà dell'effetto serra (la presentazione della prova si scontra sempre con i limiti intrinseci dei modelli di climatologia) non devono essere confuse con l'immaginario di un nuovo diluvio, questa volta su scala planetaria.

Si profila allora una cartografia della divisione dell'umanità: i futuri paesi "emergenti" (questa volta in senso concreto, e non secondo una metafora economica) che grazie alle loro conquiste tecniche sono in grado di adattarsi agli sconvolgimenti ambientali, mentre altri saranno inghiottiti una volta per sempre.

Per quanto riguarda poi le fobie alimentari generate da epidemie animali a cascata (prima la mucca pazza, poi l'afta epizootica), esse imputano la contaminazione universale all'azione umana sopraffatta dalla sua stessa potenza. Il fuoco utilizzato come contromisura (massacro e cremazione di centinaia di migliaia di animali) aggrava ulteriormente la paura delle tecniche di trattamento di massa. Assistiamo anche a nuovi tentativi di dividere il mondo, fra paesi "puliti" e paesi "infetti", fra America ed Europa (messa in quarantena). Ma queste rinnovate manovre d'inimicizia non allontanano il fantasma. Il quale più che il produttivismo prende di mira il carattere di mediazione dei sistemi industriali, traduzione materiale del nostro universalismo.

Questa mediazione generalizzata trasmetterebbe infezioni a ripetizione su scala sempre più vasta, e porterebbe la sregolatezza nel regno naturale, normalmente ordinato da certe "barriere", come l'appartenenza alle speci.

Le professioni che si considerano beneficiarie di un pensiero del mondo-blocco sentono ancora più intensamente la colpevolezza di questa universalizzazione tramite la mediazione tecnica. A scatenare il panico, d'altronde, non sono state le popolazioni (che si piegano a malincuore agli allarmi, riducendo i consumi), bensì persone con una lunga consuetudine alla pratica dell'universale: media, personale di organizzazioni politiche nazionali ed internazionali, amministratori, giuristi, tecnici e scienziati. Proprio questi ambienti colti che assumono coscientemente il progresso risultano i più colpiti dal terrore inconscio di quel che in fondo pensano di "aver scatenato".

Fantasma dell'incesto Vale lo stesso discorso per la dimensione temporale della paura affascinata dell'universale: quella del ribaltamento dei futuri possibili sul pensiero globale attuale. L'adulto attuale può determinare scientificamente il futuro dell'umano "infans" (non parlante) e a maggior ragione quello degli esseri viventi (umani e non umani) non ancora nati?

Quell'adulto onnipotente che è l'umanità stessa in quanto pieno sviluppo della cultura e delle scienze attuali, può ricondurre e ridurre alla sua misura l'avvenire indeterminato?

Interrogativi vertiginosi, al cui cospetto la paura si manifesta secondo due modalità principali: 1) l'accusa di orientare le generazioni che vivranno in futuro, in base a scelte attuali di modifica del genoma-umano, animale e vegetale; 2) l'accusa di "distruggere l'infanzia" umana, obbligandola ad un godimento tipico dell'adulto.  

 

 

© www.villaggiomondiale.it - Webmaster: Amedeo Lomonaco