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IL MONDO NON E' IN VENDITA (BOVE' - FELTRINELLI)

Il senso di questo libro (costruito su interviste a José Bové e a François Dufour, agricoltore normanno, entrambi militanti della Confédération paysanne) sta anche nella storia raccontata di un agricoltore che aveva scelto la strada della monocultura cerealicola: una volta fallito, andava a mangiare alla mensa dei poveri pur continuando ad abitare nella sua fattoria.

Una "cosa inaudita" per un contadino: non aveva alcun orto in cui coltivare le verdure, nessun animale da cortile a razzolare nell'aia, neanche un maiale ad ingrassare nella stalla. Un contadino irrimediabilmente sradicato dalla sua terra, vittima di quella agricoltura industriale che non fa solo vittime nella campagne (soprattutto in quelle del sud del pianeta), distruggendo l'ambiente e l'economia delle comunità locali, ma che aggredisce il mondo intero; con una voracità tanto reale e pericolosa da far gridare appunto che Il mondo non è in vendita.

Per noi occidentali l'effetto più immediato dell'agricoltura industriale è quella che i francesi definiscono elegantemente malbouffe (malalimentazione), ma che i nostri due contadini preferiscono chiamare più semplicemente "cibo di merda": carni agli ormoni, verdure ai pesticidi, mucche pazze, polli alla diossina, organismi geneticamente modificati, ecc. ecc. Il tutto confezionato poi in un'alimentazione standard alla McDonald's, con gusti uniformati per tutto il pianeta. Un'alimentazione di nessun luogo (nemmeno nordamericana), sradicata dalle sue origini culturali e territoriali. Non c'è dunque solo in gioco - ci avvertono i due paysanne - la nostra salute, ma attraverso il cibo il nostro rapporto con la natura, con quegli atti della vita che, come il modo di nutrirsi, di nascere o di morire, la tecnologia sta svuotando di senso.

Un'alimentazione di nessun luogo richiama dunque altre globalizzazioni: non abbiamo forse costruito, soprattutto nelle grandi periferie urbane, città di nessun luogo? O non vediamo ogni sera televisioni di nessun luogo? E la globalizzazione non si concretizza troppo spesso in un annullamento delle diversità? E questo proprio nel momento in cui le società occidentali stanno diventando sempre più multietniche e multiculturali, palcoscenico di incontri sempre più frequenti e ineludibili tra diversi. C'è allora da chiedersi verso dove stanno andando queste diversità che si incontrano: anche loro verso nuove società di nessun luogo, dove tutti (italiani, maghrebini, cingalesi e senegalesi) mangeranno gli stessi hamburger?

Per salvare insieme salute e cultura, il libro lancia la sfida di una "agricoltura contadina"; una definizione che la dice lunga sul vicolo cieco in cui ci stiamo cacciando. un'agricoltura rispettosa degli uomini, del territorio e degli animali (una mucca in regime di produzione intensiva ha una durata media di vita di poco superiore ai cinque anni, contro gli oltre dieci in un regime di agricoltura contadina). Un'agricoltura capace di rispondere ai nuovi bisogni dei consumatori che chiedono qualità, protezione dell'ambiente e della biodiversità. Agricoltori, consumatori ed ecologisti possono essere dunque i protagonisti di una nuova alleanza.

E da buoni eredi del 1989 francese José Bové e François Dufour ci lanciano alla fine una nuova bandiera per cui combattere: quella del diritto dei popoli di provvedere alla propria alimentazione e di scegliere liberamente e democraticamente il tipo di agricoltura che preferiscono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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