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MONDO
GLOBALE,
MONDI
LOCALI
(GEERTZ - IL MULINO) |
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Un mondo
in frammenti": questa visione del mondo d'oggi, a
fronte della crescente globalizzazione dell'economia e
delle comunicazioni, ha spinto Clifford Geertz ad
affrontare in questo saggio le implicazioni di tale
"frammentazione" sui concetti tradizionali della
teoria politica. Il tutto avvalendosi del metodo
d'indagine della ricerca etnografica, basato sull'analisi
delle particolarità e delle differenziazioni culturali,
che guarda con sospetto i concetti universali -
"nazione", "stato", "popolo"
- consolidatisi nel dibattito teorico-politico
contemporaneo. Un mondo sempre più "in
frammenti", infatti, imporrà la rivisitazione delle
tradizionali categorie concettuali con cui si è da sempre
considerato l'ordine politico mondiale. Di fronte alla
disgregazione interna di vari "stati"
ex-coloniali (Nigeria, Sri Lanka, Algeria), Geertz non può
non constatare l'improponibilità di un modello classico
di stato nazionale che vanamente si è sempre creduto
applicabile ad entità che forse tutto potevano essere
tranne che "stati" o "nazioni". La
complessità etnico-culturale di paesi come il Canada o la
ex Jugoslavia, o il conflitto insanabile tra singalesi e
tamil nello Sri Lanka, inducono Geertz a chiedersi
legittimamente "che cos'è un paese, se non è una
nazione?". La risposta deve realisticamente prendere
atto che bisogna liberare il concetto di "paese"
dall'idea di "nazione", al fine di rivalutare il
peso e l'importanza che può assumere il primo rispetto
alla seconda. Il "paese" è per Geertz
"un'arena politica, mentre la nazione è una forza
politica". Tutto ciò al fine di screditare categorie
concettuali come "uniformità", "omogeneità",
"consenso" e di aprire il vocabolario della
politica anche alla dimensione della "varietà"
e del "disaccordo". I paesi - scrive infatti
Geertz - "non vanno intesi come unità prive di
saldature e totalità perfettamente integre": il caso
del "paese" Jugoslavia lo dimostra ampiamente.
Coerentemente
con una tale impostazione, Geertz arriva pure a mettere in
luce la relatività del concetto di "cultura" e
il fallimento dei tentativi dell'etnologia classica di
comprendere e classificare unitariamente le
culture. In realtà, ciò dipende dalla relatività dello
stesso "consenso" che dovrebbe costituire
una cultura. Dalla dissoluzione del cosiddetto
"progetto coloniale" sono nati infatti paesi con
una eterogeneità culturale enorme e con una grande
molteplicità di livelli su cui tale eterogeneità si
manifesta: l'Indonesia (di cui Geertz si è occupato a
lungo) è uno di questi paesi. È perciò opportuno
ricostruire innanzitutto la "struttura
culturale" di ogni paese, cercando di capire come la
partecipazione alla vita collettiva si svolga
contemporaneamente a livelli e ad ambiti diversi
(familiare, di villaggio, di regione). L'identità
culturale viene perciò ad essere intesa come "un
campo di differenze" che si incrociano a tutti i
livelli, e si pone così il problema di una nuova
teoria politica in grado di supportare questo modello.
Geertz pensa ad una teoria politica più attenta a fatti e
peculiarità concreti, incentrata sull'arbitraggio
culturale. L'A. arriva a chiedersi (rispondendo
affermativamente) se un certo tipo di liberalismo (o
meglio, sulla scia di Berlin e Walzer, una
socialdemocrazia liberale) possa reggere questa sfida: un
liberalismo che riconosca le sue origini e i suoi
caratteri culturali (sostanzialmente occidentali) e che
abbia fiducia nelle "sue" esperienze, ma che
sappia ascoltare e comprendere anche "chi è altro da
noi". Se questo meccanismo dell'ascolto funzionerà,
anche "noi" verremo ascoltati, e si verrà così
a creare un'influenza reciproca tra le "nostre"
esperienze e le "altre" esperienze, come
richiederebbe un significativo confronto interculturale
(la logica è quella dello scambio, anziché dello
scontro).
Negli
ultimi due capitoli Geertz approfondisce la dimensione del
"conflitto etnico" e del "conflitto
religioso". A proposito del primo, l'A. continua
nella sua critica del "vocabolario" con cui si
pretenderebbe di trattare ancora l'argomento: concetti
troppo globali e legati al passato, tipici del nation-building
("nazionalità", "autodeterminazione",
"minoranze", "etnie") rischiano di
impedire una piena comprensione del fenomeno o la
formulazione di nuove proposte sul tema. Geertz propone
invece alcuni concetti alternativi, quali "lealtà
primordiali" e "entità costituite", sulla
cui base poter poi costruire una "politica
dell'identità". Questo tipo di lessico consente di
mettersi dalla parte dei soggetti-attori più che da
quella degli osservatori esterni; consente di cogliere le affinità
essenziali, le "datità" dell'esistenza
sociale, contro invece le logiche aggregative dello
stato-nazione. Solo da questa prospettiva potranno
scaturire spazi politici per una "democrazia
agonistica" (Connolly) tra gruppi conflittuali basata
sul rispetto dell'avversario. E solo su tale rispetto,
anziché sul consenso primordiale, questa politica potrà
basarsi.
Il volume
si chiude con una riflessione molto interessante sul
"conflitto religioso", nell'ambito della quale
Geertz denuncia i rischi di una traslazione completa della
religione dall'interiorità dell'uomo verso l'esterno,
verso la politica, lo stato, la "cultura". Dopo
la caduta del Muro e il conseguente moltiplicarsi delle
"rappresentazioni collettive del sé", la
religione è diventata una sorta di variabile dipendente
utile soprattutto alla "ricerca dell'identità".
In tal modo la religione segue pericolosamente la logica
del potere e della politica della forza. Che cosa ne è
allora di quello che William James chiamava "il morso
del destino", ovvero l'esperienza religiosa innanzitutto
personale che riguarda ogni singolo individuo? Il caso di
alcune giovani donne giavanesi che, pur in aperto
contrasto con le convenzioni locali e a costo di essere
discriminate, hanno deciso di indossare la jilbab
(un abito femminile islamico) aiuta a riportare il
discorso sulla dimensione soggettiva
dell'esperienza religiosa. Geertz non sostiene certo che
la religione vada fondata unicamente su questa dimensione,
ma auspica un suo recupero e una sua integrazione
all'interno delle dimensioni esterne del fenomeno
religioso. Il rischio, evidentemente, è sempre quello di
pericolose omogeneizzazioni.
È
quest'ultimo, in definitiva, il bersaglio costante della
critica che Geertz sviluppa nel suo saggio.
L'antropologia, con il suo senso del particolare, può
rappresentare un valido strumento contro il linguaggio
omogeneizzante, e la teoria politica dovrebbe perciò
servirsene. Il volume, infatti, ha il pregio di contenere
una ricchezza di dettagli e di "indagini sul
campo" (soprattutto riguardo all'Indonesia e al
Marocco), anche se forse presenta alcune lacune sul piano
della teoria politica, dove non si riesce a cogliere
appieno il significato del "liberalismo"
proposto da Geertz.
Ilario
Belloni