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IL MONDO CHE ASPETTA (DI ROMANO PRODI)
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Fonte: Unità 03/2002
Davanti a noi abbiamo una priorità drammatica: la lotta contro quel muro di povertà che divide il Nord dal Sud del pianeta e crea quelle condizioni di emarginazione e disperazione da cui traggono origine intolleranza, discriminazioni, ingiustizie e violenza. L'obbligo che abbiamo è batterci senza sosta per quello in cui crediamo, la difesa dei diritti umani, la giustizia sociale, la tutela delle classi più deboli. È il rispetto delle libertà sociali e dei diritti dell'uomo a fare dell'Europa quello che è; sono questi i princìpi che dobbiamo difendere ad ogni prezzo contro qualunque nemico. A Monterrey in Messico si tiene il vertice
delle Nazioni Unite per gli aiuti allo sviluppo e, ancora una volta ci si trova davanti al problema della necessità di un miglior governo della globalizzazione per impedire ci siano ancora Paesi espulsi da essa e condannati ad una marginalità disperante. Alcuni ci intimano di scegliere tra Davos e Porto Alegre e di esprimerci a favore o contro la mondializzazione. Pragmaticamente, io propongo un altro itinerario: Doha, Monterrey, Johannesburg.
Il problema non è di schierarsi pro o contro la mondializzazione. La mondializzazione è un fatto. L'isolazionismo non rappresenta un'alternativa valida, tanto meno per un modello sociale ed un sistema di produzione e di scambi come quello europeo. Non possiamo privare né noi stessi né i nostri partner dello stimolo alla crescita economica associato all'apertura dei mercati dei beni, dei servizi e dei capitali. Soprattutto non dobbiamo privare i Paesi emergenti e quelli poveri della promessa di sviluppo che puo' provenire dal loro commercio con il nostro mondo.
Il vero problema è il modo in cui la mondializzazione viene diretta, disciplinata e regolamentata. Come controllare e gestire la mondializzazione in modo che ne possa beneficiare il maggior numero di persone. I mercati generano efficienza e produttività, ma generano anche maggiore instabilità, maggiori disuguaglianze e maggiore esclusione.
La Commissione Europea si prefigge al riguardo tre traguardi: realizzare gli obiettivi di Doha, realizzare gli obiettivi di Monterrey, realizzare gli obiettivi di Johannesburg.
Lo scorso novembre, i paesi membri dell'Organizzazione mondiale per il commercio (OMC) hanno lanciato il messaggio di aprire i mercati per rilanciare il motore della crescita mondiale e progredire verso una maggiore integrazione dei paesi in via di sviluppo con attenzione prioritaria all'ambiente, alla salute e alla protezione dei consumatori. Tale messaggio, che non era passato a Seattle, è passato a Doha, grazie al contributo ed all'impegno europeo.
Realizzare gli obiettivi di Doha significa impegnarsi ad aprire i nostri mercati e quegli degli altri paesi, ad accordarsi su regole di condotta e su codici riconosciuti a livello internazionale negli ambiti relativi al commercio, quali la concorrenza, gli investimenti, la salute e i consumatori. E significa anche migliorare la governance, a livello mondiale, in materia di economia e soprattutto di equità sociale.
La conferenza di Monterrey affronterà la questione del finanziamento dello sviluppo, ovvero della crescita nei paesi in via di sviluppo e della riduzione della povertà di massa: imperativo morale, imperativo economico e imperativo di sicurezza.
La prima fonte di questo finanziamento è e deve essere il risparmio interno di ogni Paese, generato e investito nei paesi stessi grazie ad una migliore efficienza di gestione che passa attraverso l'attuazione dello Stato di dritto, l'efficacia dell'amministrazione, l'indipendenza del sistema giudiziario, l'equilibrio delle politiche economiche e la gestione trasparente delle finanze pubbliche.
Una seconda fonte è rappresentata dal finanziamento esterno, ovvero dagli aiuti pubblici allo sviluppo da parte dei Paesi ricchi e dai fondi privati. Gli investimenti privati, contrariamente ad una diffusa interpretazione, sono molto importanti nei paesi in via di sviluppo. Il problema è che essi si concentrano su un numero limitato di nazioni caratterizzati da un'economia emergente e non riescono a stimolare sufficientemente la crescita negli altri paesi. Anche in questo caso, a entrare in gioco sono la capacità di attirare capitali, il buon governo e la presenza di accordi regionali di libero scambio per compensare la ristrettezza dei mercati nazionali, analogamente a quanto l'Unione si sforza di
promuovere nei paesi candidati all'adesione e nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. L'Unione europea è il primo fornitore al mondo di aiuti allo sviluppo. Potendo contare sullo 0,33% del prodotto nazionale lordo dei nostri Stati membri, forniamo più della metà degli aiuti mondiali allo sviluppo. Pur contribuendo allo sviluppo in modo più sostanzioso di molti altri paesi, siamo tuttavia ancora lontani dallo 0,7% che è l'obiettivo che le Nazioni unite si sono prefisse.
Riconfermare l'obiettivo non basta. È necessario passare alla fase di attuazione. Accolgo con particolare soddisfazione l'impegno dell'Unione ad attivarsi affinché gli aiuti pubblici allo sviluppo raggiungano in media lo 0,39% del reddito nazionale lordo entro il 2006; un traguardo che rappresenta una tappa concreta per il raggiungimento dell'obiettivo, in quanto si traduce nella disponibilità di ulteriori sei miliardi di euro da investire ogni anno nella lotta contro la povertà. L'annuncio verrà dato a Monterrey, nella speranza che tale impegno ne incoraggi di nuovi e si giunga così a poter disporre di un finanziamento adeguato per l'attuazione degli obiettivi della dichiarazione del Millennio
(dimezzamento del tasso di povertà, riduzione della mortalità infantile, eliminazione della fame nel mondo, lotta contro le malattie trasmissibili - AIDS, malaria, tubercolosi). Le crisi asiatiche, argentina e turca hanno richiamato la nostra attenzione sulla prevenzione e sulla gestione delle crisi finanziarie che minacciano le economie emergenti. La tormentata questione dell'indebitamento, rispetto alla quale sono state adottate nel 1999 decisioni importanti a favore dei paesi poveri fortemente indebitati, alle quali l'Unione ha contributo in modo sostanziale, deve essere affrontata con tenacia se si vuole offrire ai paesi fortemente indebitati una prospettiva di sviluppo sostenibile. Monterrey rappresenta
quindi un'altra tappa importante di questo percorso. Il vertice di Johannesburg del prossimo agosto integrerà tali questioni a quella dell'ambiente, concentrandosi sulla dimensione dello sviluppo sostenibile. A nome dell'Unione Europea do appuntamento alla Comunità internazionale a Johannesburg. Mi auguro che per allora il protocollo di Kyoto sarà già stato ratificato e che si possa confrontare sulla base di nuove proposte costruttive.
È evidente che tali questioni vanno oltre alle possibilità di azione di un solo paese, anche del più grande tra questi in quanto richiedono un intervento multilaterale concertato, motivato e a lungo termine e il sostegno compatto e attivo dei nostri cittadini.
L'Europa rappresenta il livello più adeguato per affrontare tali questioni. Perché, unite, le nostre economie ce ne danno la possibilità, e soprattutto perché stiamo dimostrando da 40 anni di avere la capacità di risolvere collettivamente i problemi comuni conciliando democrazia, rispetto delle identità e delle regole comuni, efficacia, tutela dei diritti umani e della giustizia sociale.
Romano Prodi, Unità 03/2002
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