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MITI E REALTA' DI INTERNET (DI LUCIEN SFEZ) |
da Le Monde Diplomatique, marzo 1999
Da ogni parte sentiamo vantare le molteplici qualità di Internet, la rete definita a ripetizione un formidabile strumento di sviluppo e di solidarietà, che potrà permettere di risolvere i grandi squilibri sociali del pianeta. Ma questa nuova tecnologia può realmente servire la democrazia? Si rischia di dimenticare che le tecnologie giocano un ruolo eminentemente politico, con la mediazione dell'ideologia; la quale mira innanzitutto a confortare il dominio degli Stati uniti.
di Lucien Sfez*
La questione delle tecnologie della comunicazione è divenuta di primaria importanza. Le sfide che presenta sono numerose, sia in materia di etica e deontologia giornalistica che sul piano delle regole. Se ci si concentra su quest'ultimo aspetto, si è costretti a osservare un ridimensionamento del ruolo degli stati a vantaggio dei grandi gruppi. Si osserva allora uno spostamento delle regole verso il mercato. Alcuni stati tentano di resistere come quello americano nella sua battaglia contro Microsoft.
Reintrodurre, governandola, una circolazione di significati: questa la sfida. Si assiste infatti a una fioritura di analisi, che hanno tutte la caratteristica di non trattare la questione economica che pure è vitale e di appiattire il politico sul tecnico, riducendo quindi la politica al ruolo di supporto delle tecnologie. Oppure facendo della politica una semplice tecnica.
Queste analisi sono di due tipi: nelle prime, l'atteggiamento è ostile alla televisione e al giornalismo quale si è sviluppato; mentre le altre sono unilateralmente favorevoli alle reti di comunicazione, "portatrici di tutte le promesse".
Non c'è granché da dire sulle critiche attuali alla televisione e a ciò che Jean-Claude Guillebaud chiama le "cortesie incrociate" tra giornalisti se non che si tratta di critiche di vecchia data. Il gioco di rinviarsi l'ascensore tra giornalisti è pure ben noto, e Serge Halimi lo ha analizzato con finezza.
Grazie a lui, scambi delinquenziali di questo tipo divengono manifesti nel senso etimologico del termine, nel senso che il lettore può mettere le mani su numerosi esempi. (1) Altri studi tessono sistematicamente e unilateralmente le lodi della rete di comunicazione; e ci parlano di una vera e propria cybercultura, di una deliziosa interattività tra l'uomo e la macchina, oltre che degli uomini tra loro, di un accesso uguale per tutti a un sapere universale, passando sopra le teste di tutti i mediatori (giornalisti corrotti, mandarini imbecilli, esperti imbevuti della loro competenza). Infine, sarebbe possibile una vera libertà d'espressione, e una democrazia diretta per sondaggio elettronico,
che anzi sarebbe già in via di realizzazione.(2) Da oltre trent'anni, ogni volta che viene diffusa una nuova tecnologia ci propinano lo stesso discorso (3). La televisione?
Era l'avvento del "villaggio globale". La comunità, ritrovata grazie al piccolo schermo, avrebbe ridotto le minacce di guerra, colmato il fossato tra militari e civili e suscitato l'avanzata "a grandi passi, di tutti i territori non industrializzati quali la Cina, l'India e l'Africa (4)". Tutto questo negli anni 60.
Il concetto di rete E la deregulation delle telecomunicazioni? Era la quintessenza stessa della libertà e della convivialità, contro lo stato che ci divora (5). Ed eccoci alla fine degli anni 70: il videoregistratore, il cavo saranno salutati da grida di giubilo negli anni 80. La cultura finalmente alla portata di tutti! Negli anni 90, siamo alle ghirlande, se non agli archi di trionfo, in omaggio a Internet e alle autostrade dell'informazione. Il vicepresidente americano Albert Gore parla a questo riguardo di "un servizio universale che sarà accessibile a tutti i membri delle nostre società, e permetterà una sorta di conversazione globale, nella quale chiunque lo desideri potrà dire
la sua. L'infrastruttura globale della comunicazione non sarà soltanto una metafora della democrazia in atto, ma incoraggerà realmente il suo funzionamento, incrementando la partecipazione dei cittadini alla presa delle decisioni. E favorirà la capacità delle nazioni di cooperare tra loro. Io vedo in questo una nuova Atene della democrazia".
Le reti, sfruttate da attori privati, saranno dunque strumenti di sviluppo e di solidarietà, e consentiranno di risolvere i grandi squilibri sociali del pianeta. Dal canto loro, Nicholas Negroponte, fondatore del Media Lab all'Istituto di Tecnologia del Massachusetts (Mit) (6) e Bill Gates, creatore di Microsoft, ci segnalano che le questioni dell'insegnamento, della ricerca e dell'arte hanno fatto passi da gigante, anzi sono già risolte E vi sono saggisti francesi che seguono questi autori con cieca e sconfinata fedeltà.
Il prima è sempre contrapposto al dopo, e si continua a insistere sugli stessi esempi. Prima erano le tenebre, l'inferno dell'ignoranza; dopo, è la luce della conoscenza che sorge. E si evoca l'avvento della stampa, questa scoperta che ha cambiato il mondo. Dimenticando però le importanti analisi di Elisabeth Eisenstein, e quelle, non meno sottili, di Jack Goody, le quali dimostrano che una tecnica, per imporsi e cambiare l'ordine delle cose, deve passare per un tessuto complesso di mediazioni sociali e politiche, di conflitti di interessi e di conflitti simbolici (7).
Vediamo dunque circolare tutte queste presentazioni, critiche o elogi, di destra o di sinistra, come altrettante semplificazioni di un insieme ben altrimenti complesso. Semplificazioni amplificate dai media, i quali però non ne sono sempre gli autori iniziali. Stereotipi e luoghi comuni si disputano il terreno. Tentare allora di penetrare la complessità del fenomeno "rete di comunicazione" equivale a evitare di lasciarsi prendere dal gioco mediatico, usando altre armi per valutare la situazione. In effetti, una conseguenza perversa dell'influenza dei media è che il lettore, quantunque accorto e molto consapevole dei loro difetti, nonché al corrente delle loro pratiche, mentre critica allegramente
la stampa e la tv continua però a trarne le sue informazioni, e ne rimane dipendente. E' il livello fattuale che lo trattiene; ed è a livello della verità o dell'errore, delle omissioni e delle menzogne che formula il proprio giudizio, anziché penetrare le strutture che governano il sistema in profondità.
Governare i significati e la loro circolazione vuole dunque dire qui prendersi il tempo di seguire vie indirette, concedersi la lentezza; o in altri termini, procedere a un'analisi epistemica. Nella fattispecie, ciò significa criticare i media attraverso procedimenti non mediatici. Certo, sono stati fatti progressi nella conoscenza delle strutture economiche, tanto che sono già concepibili alcune soluzioni per regolare le speculazioni finanziarie delle grandi reti internazionali. Ma l'analisi critica non può ridursi all'economico. Occorre tentare, prima di ogni altra cosa, almeno di abbozzare nelle grandi linee il concetto di rete, che è la chiave del dispositivo.
La rete è al centro delle tecnologie della comunicazione, e ne costituisce la figura dominante. Il suo ascendente è dovuto in buona parte al carattere sedimentato (per non dire antico) della nozione, nonché ai vari usi che ne sono stati fatti. Senza volerne ripercorrere qui la genealogia, diciamo semplicemente che la rete è stata strumento di caccia e di pesca, e anche ornamento le varie reticelle o maglie prima di designare metaforicamente il tessuto dell'urbanistica nascente e le delicate connessioni del cervello. La sua struttura di intreccio a stella suggerisce le connessioni, e sarà dunque utilizzata per descrivere la rete telefonica e le sue comunicazioni, la cui immensa "tela" avvolge il
pianeta Eccoci nella società contemporanea, con la rete come immagine focale.
Ricca, piena, suggestiva, quest'immagine di rete promette mari e monti ai cittadini. Quanto alla rete concreta in quanto tale, sotto il nome (divenuto suo attuale simbolo) di Internet, serve a catturare la preda l'informazione dovunque si trovi, in qualsiasi posizione, per immagazzinarla o scambiarla.
La rete non è più definita in termini di dimensioni, bensì di frequenza dei passaggi, cioè di commutazioni telefoniche; e per la sua virtualità, nel duplice senso di potenzialità e di esistenza latente: esiste infatti soltanto quando è attivata dagli utenti (8). Perciò si dice che è immateriale (ma si tratta ovviamente di un'affermazione errata). Vi è dunque qui un'aggiunta di attributi: la rete trasforma il rapporto con il tempo e lo spazio, in quanto la velocità del trasporto dell'informazione, o connessione, è immediata. Si può allora dire che la rete è vista come un operatore spazio-temporale, (in quanto salta a piedi pari le lentezze e le attese dell'informazione e della
transazione, che ancora recentemente ponevano qualche problema). E oltre tutto, è esente da gerarchie, con una forte sottolineatura dell'interazione cibernetica; flessibile, collega campi eterogenei; le entrate degli attori sulla rete non dipendono da una situazione prestabilita, ma soltanto dalla loro azione al momento presente. Come dice Jean-Marc Offner, la rete è "un coordinatore decentrato". Tutte caratteristiche che vanno naturalmente annoverate al suo attivo.
Per spingerci oltre nell'analisi, (poiché non si tratta qui di dubitare dell'utilità di Internet, bensì di contestare i discorsi che ci vengono ammanniti al riguardo), cerchiamo di comprendere lo status di Internet rispetto alle pratiche della comunicazione tradizionale. E' uno status di intermediario.
Internet viene in effetti decantato dai suoi zelatori come oggetto-soggetto, responsabile di un'intermediazione essenziale (9).
Generalmente, si attribuisce un gran peso alla contrapposizione tra scritto e orale, che secondo la dottrina tradizionale si ripartirebbero cronologicamente: lo scritto è venuto ad occupare il posto dell'orale, e le società razionali quello delle società tradizionali. Società che risentono incessantemente delle evoluzioni tecniche, e in particolare di quelle della comunicazione. La rivoluzione sociale avviata dall'invenzione della stampa è seguita oggi da un'altra rivoluzione, dovuta all'arrivo del digitale. In quest'ottica, la tappa attuale è il seguito rivoluzionario e logico di questo meccanismo di trasformazione, che lega le diverse forme della società ai cambiamenti tecnici, nell'ambito della
comunicazione vista come trasmissione del sapere. Da tempo abbiamo lasciato la civiltà dell'orale, e oggi staremmo lasciando quella del testo scritto.
O semplicemente della scrittura.
Ma il modo in cui Internet viene utilizzato smentisce quest'interpretazione. Se la scrittura ha un suo posto nell'invio e nella ricezione di messaggi elettronici sullo schermo, le condizioni che rendono possibili questi invii sono dell'ordine dell'oralità. In effetti, la prassi è orale, nella misura in cui il messaggio (richiesta di ragguagli o trasmissione di informazioni in interattività) assomiglia più a una conversazione tra due interlocutori che hanno un loro proprio codice di scambio, che non a un testo destinato a essere letto da tutti, e le cui caratteristiche (grammatica, sintassi e semantica) siano state stabilite istituzionalmente in maniera anonima e imperativa, come regole di linguaggio. E'
quindi a un tempo scritta, perché questa conversazione "privata" si trova inserita nella memoria dell'intermediario, il computer, e vi sussiste sotto forma di stock, virtualmente disponibile per chiunque.
Questa prima contrapposizione tra scritto e orale, che dà luogo a una forma intermedia, conduce alla seconda contrapposizione tra privato e pubblico, che si ritrova in forma composita nell'uso di Internet.
Descritto come possibilità per ciascuno di "parlare" (e non di scrivere) a tutti, di contattare qualsiasi internauta a qualsiasi distanza, Internet può porre in relazione vari interlocutori uno per uno, stabilendo così un contatto privato, ma può anche far transitare i messaggi di un abbonato verso una fonte di informazione, la quale da quel momento è considerata come un luogo pubblico, al quale ciascuno (degli internauti) può avere accesso.
Questi due aspetti sono esaltati di volta in volta come la caratteristica fondamentale, secondo il punto di vista sostenuto dagli zelatori. Da un lato la convivialità (contatto tra più individui) e dall'altro l'accesso (universale) al sapere (universale). Di fatto, l'una e l'altro si trovano in stretta interdipendenza, inestricabilmente commisti.
Internet è oltre tutto anche un intermediario tra generalità e universalità (10). Ciò va inteso come il passaggio incessante tra l'individuale e l'universale. La generalità in effetti non è l'universalità, bensì la somma di un numero x di individui siano essi oggetti, astrazioni o umani. La generalità non ha pretese di totalità, ma di gran numero. E' una nozione empirica, relativa, contingente, che rientra nel calcolo delle probabilità e nella statistica ed è volta a un fine: si tratta sempre di dimostrare che per una data e precisa finalità, la generalità avrà funzione di prova. Aristotele illustrò bene questa contingenza dicendo di un atteggiamento, di una credenza, di un
giudizio, di una strategia che essi sono giusti "per quanto sono possibili".
L'universale, all'opposto, è un'affermazione che comprende una totalità, valida in ogni luogo e in ogni momento, per ogni oggetto che ricada sotto l'universalità del giudizio. La proposizione "Tutti gli uomini sono mortali" non significa che si debbano contare tutti gli uomini uno per uno, fino all'esaurimento del numero delle unità, bensì che l'asserzione si applica a una globalità avvolgente.
Ora, la possibilità di parlare a tutti e di avere accesso a tutto lo scibile, come affermano gli internauti, può essere compresa solo come una generalità miticamente trasformata in universale. E', insomma, una metafora. A questo punto della nostra descrizione incomincia a coglierci un dubbio circa la capacità di Internet di servire la democrazia, vale a dire la libertà e l'uguaglianza che ne definiscono i contorni.
La rete sarebbe un essere con una sua vita propria crescita, saturazione e morte che come gli angeli si situerebbe tra il mondo sensibile, piattamente e poveramente fisico e terreno, e il cielo, universo aereo infinito e sottile. E farebbe la spola tra questi due regni, nello stesso tempo realmente materiale e realmente divina. Il confronto tra internauti del web e astronauti è qui determinante, non meno del rapporto con il figlio di Dio, in cui si confondono due nature. Certo, si tratta soltanto di un aspetto, anche un po' spinto, della figura della rete contemporanea. Il quale però sostiene, come in sottofondo, quell'intermediazione che sembra essere l'attributo principale del Net. Se l'intermediazione
assicura una funzione di collegamento, questa funzione, senz'altro utile e vicina alle funzioni tradizionali dei sistemi reticolati, è divenuta sostanza. Una sostanza impalpabile, che si manifesta solo nell'azione. Così come la generalità è virtualmente universalità, lo scritto è virtualmente orale, il privato virtualmente pubblico e viceversa. Il virtuale, tanto vantato, è un termine sempre più utilizzato, che ha tendenza a sostituire quello di rete nel linguaggio corrente, e subisce le stesse variazioni e spostamenti. Di fatto, esattamente come il concetto di rete, è una nozione-passerella, che serve a congiungere i contrari, a farne una sola entità, in una formula che è la vera cifra della rete
contemporanea sotto la forma di Internet.
E' questo l'ultimo passaggio, che da vari sistemi in relazione reticolare formanti un tutto porta alla feticizzazione di una parte staccata di questo insieme. La rete Internet è distaccata in seno ad un insieme dalle ramificazioni complesse, sottilmente equilibrato, per prodursi come vetrina, in quanto oggetto feticcio. Dell'oggetto feticcio ha in effetti le seguenti caratteristiche: è una parte che vale per il tutto, del quale riassume e "compatta" le caratteristiche; è piccolo, e dunque maneggevole e manipolabile, e in quanto tale può essere incessantemente toccato e modificato; è portatile, lo si può avere dovunque al proprio seguito. E quindi fa parte dell'individuo, che lo considera come un
secondo sé (11).
L'oggetto feticcio vale per l'insieme del corpo al quale appartiene; e l'individuo dotato di un secondo sé vale a sua volta per tutto l'insieme dei portatori di feticci, o in altri termini, per tutti.
Così la rete è presentata come dispensatrice a tutti di quelle virtù cardinali che sono, nella nostra epoca, la convivialità, la trasparenza, l'uguaglianza (di accesso) e la libertà (di parola), lo spazio pubblico generalizzato e, come si usa dire, universale. Si tratterebbe allora di una nuova democrazia, dato che alla fratellanza si è sostituita la convivialità, all'uguaglianza la trasparenza e alla libertà l'accesso alla rete?
Tuttavia, la convivialità spesso non è altro che disordine sbracato una critica peraltro minore; ma andate un po' a guardare da vicino la maggior parte dei testi sul Net, e più ancora gli scambi tra internauti Soprattutto, la disuguaglianza del sapere non può essere rovesciata grazie alle virtù di Internet, per diventare generale uguaglianza. Lo studioso indonesiano o nigeriano, che non dispone di biblioteche, né di assistenti specializzati e di attrezzature tecniche, non diverrà uguale ai ricercatori del Mit, malgrado la possibilità di accedere a Internet. Il fatto è che l'informazione non è il sapere. Per trovare l'informazione adeguata bisogna disporre del sapere preventivo, che consente di porre
le domande giuste per essere informati (12).
L'assenza di gerarchia è qui soltanto un'illusione: su Internet si può sempre dare del tu al grand maötre dell'Istituto Pasteur, ma come ricercatore si continua a rimanere in terza zona.
L'uguaglianza d'accesso e la trasparenza, già smentite dalla disuguaglianza del sapere, lo sono un'altra volta dai pedaggi imposti e dai molteplici server, che annientano l'immediatezza.
Le rigide divisioni tra discipline provvedono al resto. Solo gli specialisti, limitati a un dato settore di un ambito scientifico, possono cogliere l'interesse di un'informazione in quel preciso micro-settore. E di quale libertà di parola si può mai disporre al di là dell'amenità del chiacchiericcio senza portata strategica di innumerevoli chiacchieroni davanti a un super-specialista che o non ti risponde neppure, per mancanza di interesse, o ti fa sapere una volta per tutte che sei in errore?
La rivoluzione della ragione abituale O ancora, quale libertà d'espressione sarebbe al centro di una rete interattiva, spontanea o magari anche scanzonata? La libertà d'espressione è indissociabile dalla libertà di pensiero: già Kant aveva ingiunto di "pensare da sé" cosa che esige un'educazione. L'atto di pensare non è innato; è qualcosa che si apprende, si porta avanti secondo determinate regole, si affina; e non ha nulla a che vedere con la libertà d'espressione commerciale proposta dall'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), dall'Unione europea o dal G7 (13). La libera espressione commerciale è la libera espressione del consumatore; mentre "pensare da sé"
è la libertà d'espressione del cittadino.
Resta allora quello spazio pubblico universale del quale ci hanno parlato fino alla nausea. Un curioso spazio pubblico, tanto per cominciare, poiché vi si accede soltanto dietro pagamento di un pedaggio e attraverso un server. E curioso è anche lo spazio pubblico delle conversazioni private. Siamo lontani dall'agorà dei greci: non si tratta infatti dell'espressione di un pensiero sottoposto all'approvazione o alla riprovazione del popolo, bensì di uno scambio, metà scritto e metà orale, tra due o più persone, che in nessun caso è costitutivo di uno spazio pubblico. Pubblico è infatti uno spazio universale ove, secondo determinate procedure, si elabora la verità della Polis davanti al popolo riunito
(agorà), o davanti alla totalità dei suoi rappresentanti (Camera dei deputati). Come abbiamo visto, il generale non è l'universale, e la generalità d'accesso, già taglieggiata dal pedaggio e dagli intermediari, oltre che obliterata dalla disuguaglianza dei saperi che riflette le disuguaglianze sociali, non è l'universalità. Universale è, al contrario, ogni procedura di discussione che tenda a una verità opponibile a tutti: verità divina della Legge. Ora, si vorrebbe sostituire questa verità della legge verità politica con una verità tecnica: quella delle tecnologie della mente.
Dobbiamo ora restituire la rete al suo contesto pratico-concettuale. Questa nozione non è l'unica a governare i discorsi e i comportamenti di oggi. E' una delle tecnologie della mente (14). Sarebbe futile credere che per il fatto di rimanere sconosciuti al grosso pubblico, gli sforzi teorici dei ricercatori nel campo della comunicazione rimangano privi di eco, difesi dalla difficoltà del loro approccio e come insediati in un territorio limitato, campo esclusivo degli studiosi nella loro fortezza. I programmi allo studio tendono a diffondersi, a divenire prioritari sul mercato intellettuale, a propagarsi attraverso le scienze sociali, a invadere la letteratura. Mi riferisco qui alle nozioni
messe in campo dalle tecnologie della mente.
Assistiamo a una vera e propria rivoluzione delle tecniche del pensiero. Sono le teorie dell'informazione e della comunicazione, le pratiche esaltate dall'impero della comunicazione a provocare questa rivoluzione della ragione abituale.
Non sono più, in effetti, i piani in due parti delle facoltà di diritto, o quelli in tre parti delle facoltà di lettere a governarci. Questi piani erano le armi dei governanti di ieri, ultima incarnazione della dogmatica medievale così ingiustamente denigrata, che permetteva l'interpretazione, il libero gioco tra le istanze insomma, un po' di libertà (15). Questi procedimenti canonici sono scomparsi, soppiantati, tra i quadri dirigenti, da una "nuova" ragione che può essere enunciata qui in un quadrilatero: rete, paradosso, simulazione, interazione. Si pensa in termini di rete: rete paradossale, simulata, interattiva. Una fraseologia che invade tutti i
discorsi e le pratiche.
L'interattività porta in sé e riassume tutta la seduzione esercitata dalla rete. L'interattività generalizzata è quella delle rete, contenuta nella rete, postulata come ideologia di trasparenza, non gerarchica, egualitaria e libera, ma in una rete paradossalmente simulata e universalmente interattiva.
Tuttavia, come abbiamo visto, l'universalità è soltanto postulata, la trasparenza è opaca e l'uguaglianza d'accesso è molto diseguale.
Queste tecnologie della mente, che emanano direttamente dalla tecnica dei computer, giocano un ruolo eminentemente politico. E questo con il tramite dell'ideologia, che gioca, come ci dice Paul Ricoeur, un triplice gioco di distorsione, legittimazione e integrazione (16). Si possono rimettere le cose al loro giusto posto. Il dominio degli Stati uniti non è dovuto soltanto al fatto che dispongono della proprietà dei grandi gruppi, o di quella di Hollywood dispositivi certo non trascurabili, che consentono di esercitare influenze a vari livelli; ma il vero dominio è quello esercitato dall'"americanismo", che Pierre Musso è andato a ritrovare in Gramsci, e che tende a impregnare di
sé l'insieme dei nostri comportamenti in Europa: il modo di pensare, di dirigere, di sognare propri dell'America. Pierre Musso ha definito l'attuale americanismo della nostra società con il termine di "com-management", un'indissociabile combinazione di comunicazione e management (17). In definitiva, è con il pensiero che l'America esercita il proprio dominio, certamente non meno che con l'economia. Il dominio economico non potrebbe compiersi senza il dominio concettuale. Prova ne sia che queste tecnologie della mente sono tecnologie politiche.
note:
* Professore all'Università Paris I Panthéon- Sorbonne. Autore, fra l'altro, di Critique de la communication, Seuil, Parigi, 1992
(1) Leggere Serge Halimi, Les Nouveaux Chiens de garde, Liber - Raisons d'agir, Parigi, 1997.
(2) Leggere "Internet, l'extase et l'effroi", Manière de voir, fuori serie, ottobre 1996.
(3) Leggere Armand Mattelart, "Une éternelle promesse: le paradis de la communication", le Monde diplomatique, novembre 1995.
(4) Marshall McLuhan, War and Peace in the Global Village, New York, Bantam, 1968.
(5) Yves Stourzé, L'Electronique du pouvoir, pubblicato negli anni 80 ma concepito negli anni 70. Stourzé era allora sostenuto da Jacques Attali.
(6) Leggere Ingrid Carlander, "Le visioni di Media Lab, avamposto del cybermondo", le Monde diplomatique/il manifesto, agosto 1996.
(7) Elizabeth Eisenstein, La rivoluzione del libro. Le invenzioni della stampa e la nascita dell'età moderna, Il Mulino, 1997. Jack Goody, La Raison graphique, Minuit, Parigi, 1979.
(8) Si veda l'articolo di Jean-Marc Offner, "Réseau et large technical system: concepts complémentaires ou concurrents?", in Flux, La Documentation française, Parigi, N&oord 26, dicembre 1996.
(9) Si veda Philippe Quéau, Metaxu, Champ Vallon, Parigi, 1989, e Le Virtuel, Champ Vallon, 1993.
(10) In questo senso, si veda l'analisi di Anne Cauquelin in L'Art du lieu commun. Du bon usage de la doxa, Le Seuil, Parigi, gennaio 1999.
(11) Sherry Turkle, The Second Self, New York, Simon and Schuster, 1984.
(12) Sulla confusione tra informazione e sapere, si veda Philippe Breton, L'Utopie de la communication, La Découverte, 1997, e Lucien Sfez, Information, savoir et communication, Centre Galilée, Parigi, 1994.
(13) Si veda, su questa libertà d'espressione commerciale, Armand Mattelart, La Mondialisation de la communication, Puf, coll, "Que sais-je?", Parigi, 1996, p. 95. Traduzione italiana La comunicazione mondo, Il Saggiatore, 1997.
(14) Lucien Sfez, Critique de la communication, Le Seuil, 1988, 3a edizione, 1992, terza parte, capitolo 1.
(15) E' la dimostrazione di Pierre Legendre, nella sua intera opera.
(16) Leggere Paul Ricoeur, Idéologie et utopie, Le Seuil, 1997.
(17) Si veda Pierre Musso, Télécommunications et philosophie des réseaux, Presses universitaires de France, Parigi, 1997.
(Traduzione di P.M.)
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