Il
Sole
24
Ore
Di
fronte
all'emergere
di
sentimenti
,
di
promesse
di
paure
connesse
alla
globalizzazione,
che
si
manifestano
in
vista
del
G8
di
Genova,
è
bene
riflettere
su
cosa
sia
davvero
questo
fenomeno
e
come
si
possa
combinare
con
i
valori
della
solidarietà
nello
sviluppo.
Altrimenti
potremmo
finire
con
l'apprezzare,
magari
inavvertitamente,
la
rivoluzione
culturale
cinese
o
il
modello
castrista
o
il
nazional-statalismo-protezionista
o
un
ritorno
alle
origini
silvo-pastorali.
La
globalizzazione
non
è
nuova
nella
storia
degli
ultimi
500
anni:
tracce
v'erano
nella
rivoluzione
geo-mercantile
della
fine
del
'400
e
nella
rivoluzione
industriale
della
fine
del
'700.
In
entrambi
i
casi
il
campo
d'azione
e
di
contesa
degli
imperi
e
degli
stati
nazionali
divenne
il
mondo.
Le
attività
economiche
andarono
oltre
i
confini
nazionali,
ma
quasi
sempre
esse
furono
prive
di
un'autonomia
in
quanto
intrecciate
alle
dinamiche
politico-militari
che
alla
fine
eliminarono
i
tentativi
di
liberismi
commerciali.
La
globalizzazione
che
si
è
delineata
negli
ultimi
50
anni,
con
una
netta
accelerazione
negli
ultimi
20,
è
democratica
invece
che
autocratica
e
quindi
del
tutto
diversa
per
almeno
tre
ragioni.
La
prima
ragione
è
tecnologica:
l'innovazione
infotelematica
ha
rivoluzionato
la
raccolta
e
la
trasmissione
delle
informazioni
creando
la
possibilità,
tra
l'altro,
di
avere
mercati
e
relazioni
mondiali
con
enormi
riduzioni
di
costi.
Cambia
anche
l'elemento
centrale
dei
processi
produttivi:
dal
capitale
tecnologico
(macchine
ad
energia)
della
rivoluzione
industriale
si
e
sempre
più
passati
alla
risorsa
umana
(conoscenza)
della
rivoluzione
infotelematica.
Alle
enormi
potenzialità
si
affianca
anche
una
nuova
forma
di
possibile
divario:
quello
dell'informazione.
La
seconda
ragiona
è
economica
e
finanziaria:
le
imprese
e
le
banche
si
sono
sempre
più
internazionalizzate,
sia
attraverso
le
esportazioni
sia
attraverso
le
localizzazioni,
in
una
molteplicità
di
Paesi
diversi
da
quello
di
origine
storica.
Ciò
è
accaduto
in
via
autonoma
e
senza
il
sostegno
di
Stati
nazionali
e
ciò
ha
diffuso
lo
sviluppo
economico
in
particolare
nei
nuovi
Paesi
industrializzati
verso
i
cui
"modelli"
vi
sono
segni
tenui
di
movimento
di
giganti
come
la
Cina
e
l'India.
Il
risparmio
viene
investito
dovunque
e
questo
è
bene,
anche
se
talvolta
la
rapidità
dei
movimenti
di
breve
periodo
crea
instabilità.
La
terza
ragione
è
istituzionale,
sono
nati
e
cresciuti
organismi
sopranazionali
e
internazionali
che
da
un
lato
hanno
cercato
di
stabilire
accordi
pattizi
tra
Stati
per
fronteggiare
necessità
politiche
mondiali,
dall'altro
hanno
fissato
regole
per
le
relazioni
economiche
e
finanziare
mondiali,
dall'altro
ancora
hanno
messo
in
agenda
e
affrontato
i
problemi
del
sottosviluppo.
Il
tutto
nella
crescente
consapevolezza
che
la
cooperazione
sopranazionale
era
indispensabile
e
fronte
della
declinante
sovranità
degli
Stati.
Nel
contempo
si
è
diffusa
la
democrazia
(oggi
riguarda
il
68
%
dei
paesi
contro
il
28%
del
1974
quando
l'impero
sovietico
era
ancora
intatto)
e
l'adesione
ai
sei
principali
trattati
internazionali
per
la
tutela
dei
diritti
umani
(oggi
firmati
in
media
da
152
Paesi
contro
gli
88
del
1990).
Un
continente
intero
però
rimane
più
arretrato:
l'Africa.
Di
fronte
a
queste
dinamiche
politiche,
economiche
e
sociali
possiamo
porci
quesiti
razionali
tra
cui
come
sia
possibile
ridurre
i
costi
e
aumentare
i
benefici?
Oppure
in
modo
ideale
come
possiamo
superare
subito
il
sottosviluppo
e
la
povertà?
Oppure
in
modo
radicale
come
possiamo
bloccare
le
dinamiche
citate
per
ritornare
a
Stati
e
sistemi
economici
nazionali
dove
la
sovranità
si
esercita
in
modo
penetrante
su
ogni
soggetto
magari
per
andare
per
legge
verso
una
social-eguaglianza?
Trascuro
invece
l'ultima
"opzione"
e
cioè
quella
rivoluzionaria-spontaneista
di
un
"governo
della
piazza"
da
parte
dei
movimenti
di
protesta
dei
Paesi
sviluppati
che
con
la
solidarietà
e
la
conoscenza
delle
dinamiche
descritte
non
hanno
nulla
a
che
fare
e
che
sfociano
spesso
nella
violenza.
Noi
crediamo
invece
che
l'approccio
razionale
e
quello
ideale
si
possano
ben
combinare
per
dare
luogo
a
uno
sviluppo
solidale
globale
capace
di
unire
crescita
economica
ed
equità
sociale,
mercati
e
regole,
valori
locali
e
aperture
globali.
Basiamo
questa
affermazione
su
due
constatazioni.
Innanzitutto
che
uno
sviluppo
socio-economico-politico
nell'era
della
globalizzazione
c'è
stato.
Nel
1960
nei
paesi
del
nord
si
viveva
in
media
19
anni
più
a
lungo
che
in
quelli
del
sud.
Nel
1997
essendo
cresciuta
la
durata
di
vita
in
entrambi
i
poli,
la
distanza
in
anni
si
è
ridotta
a
13.
Eppure
più
di
400
milioni
di
persone
hanno
una
speranza
di
vita
che
non
supera
i
40
anni.
Nel
1990
1,3
miliardi
di
persone
su
una
popolazione
di
5,3
miliardi
viveva
con
un
dollaro
al
giorno;
nel
1998
si
è
scesi
a
1,2
miliardi
su
una
popolazione
di
5,8
miliardi.
È
dimostrato
infine
che
crescono
più
rapidamente
i
paesi
inseriti
nello
sviluppo
globale
(con
commercio
estero)
e
con
politiche
sociali
(istruzione
e
sanità)
efficaci
che
quelli
protezionisti.
Ma
poiché
1,2
miliardi
di
poveri
(più
almeno
altri
due
miliardi
di
quasi
poveri)
sono
davvero
un'offesa
all'umanità
molte
istituzioni
ed
organizzazioni
(tra
cui
tante
esemplari
Ong
e
attività
missionarie),
che
vanno
nelle
loro
diversità
dalla
Chiesa
cattolica
alle
Nazioni
unite,
si
sono
poste
sul
cammino
della
solidarietà
nello
sviluppo
globale.
Impossibile
renderne
conto
in
dettaglio,
ma
due
accenni
sono
doverosi.
Nella
Centesimus
Annus
Giovanni
Paolo
II
auspica
«una
concertazione
mondiale
per
lo
sviluppo,
che
implica
anche
un
sacrificio
della
posizioni
di
rendita
e
di
potere,
di
cui
le
economie
più
sviluppate
si
avvantaggiano».
Ci
basti
al
proposito
ricordare
allora
concretamente
che
il
protezionismo
agricolo
e
tessile
dei
Paesi
sviluppati
costa,
per
ogni
posto
di
lavoro
da
loro
"salvato"
,
dai
30
mila
ai
200
mila
dollari
annui
e
che
le
perdite
globali
del
protezionismo
agricolo
sono
paria
150
miliardi
di
dollari
annui.
Ben
vengano
allora
il
Wto
a
cui
anche
la
Cina
sta
aderendo,
per
una
riduzione
concordata
delle
barriere
al
commercio,
e
le
trattative
per
il
condono
condizionato
a
opere
economiche
e
sociali
nei
Pvs
del
loro
debito
estero.
Nel
Millenium
Report
di
Kofi
Annan
e
nel
programma
Onu,
Fmi,
Banca
mondiale
("2000,
un
mondo
migliore
per
tutti")
entrambi
pubblicati
nel
2000
si
indicano
vari
grandi
obiettivi
quantificati
di
sviluppo
globale
da
conseguire
entro
il
2015.
tra
questi
la
riduzione
della
povertà,
lo
sviluppo
dell'istruzione
eliminando
la
discriminazione
verso
le
donne,
l'assistenza
sanitaria,
la
tutela
ambientale.
Ma
questi
programmi,
elaborati
anche
attraverso
un'ampia
consultazione
avvenuta
nel
corso
del
2000
prima
delle
Millenium
Assembly
e
Summit
dell'Onu,
vanno
solo
di
pari
passo
con
la
crescita
economica
basata
sui
mercati
e
sulla
iistruzione,
con
la
diffusione
della
democrazia,
con
l'adesione
alle
istituzioni
sovranazionali.
Mentre
nulla
impone
di
adottare
un
unico
modello
culturale
sradicando
i
valori
della
storia
e
delle
identità
"locali"
per
far
posto
ad
una
standardizzazione
"globale"
di
stili
di
vita
e
di
consumo.
La
combinazione
di
ideali
e
programmi
(da
non
confondere
con
slogan)
di
solidarietà
e
sussidiarietà
di
istituzioni
e
mercati,
è
dunque
la
sfida
per
lo
sviluppo
globale
del
XXI
secolo.