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NEL NOME DI CARLO GIULIANI SI E' APERTA LA MARCIA DI PORTO ALEGRE (31/1/2002)

 

PORTO ALEGRE - Pentole, pentolini, padelle, casseruole. Come tamburi suonati dai cucchiai di legno. Un ritmo potente, che assomiglia a un samba, il ritmo della disperazione e della rabbia che dall'Argentina risale fin qui al Forum sociale di Porto Alegre, e colora questa grande e variopinta Marcia della pace. Pace sì, grida l'anima del Sudamerica, ma prima di tutto pane, dignità, lavoro. La gigantesca macchina di idee del Forum parte dalla piazza davanti al municipio, dalla folla solcata da uomini della Brigada Militar a cavallo, dai suoni e dai colori del sud sbrindellato e orgoglioso di avere oggi ascolto. E dal parco Harmonia arriva il popolo dei ragazzi, quelli che oggi hanno dedicato a Carlo Giuliani, ascoltando le parole di sua madre, il loro campeggio. Lei li ha ringraziati: "Io non sono nessuno, ma ritrovo qui mio figlio in mezzo a voi".

Piove oggi su Porto Alegre, una pioggia calda che riempie di fango il campeggio, allaga le strade, batte a tratti sulla folla della manifestazione. Gli italiani sono almeno un migliaio, dietro allo striscione che dice: "Da Genova a Porto Alegre contro la guerra sociale e militare". Fausto Bertinotti in maglietta blu gongola come se fosse a piazza San Giovanni: "Mi sembra molto rilevante...". Nel grande pentolone del Forum ribollono anche piccole polemiche italiane, forse al Forum dei parlamentari di domani il movimento contesterà qualche presenza poco antiliberista e poco pacifista. Come quella, forse, di Cesare Salvi dei Ds, che è appena arrivato e si guarda intorno pipando un cigarillo. Pecoraro Scanio abbraccia festante dei compatrioti. E Bertinotti dà la linea: "Contestazioni? Non mi pare un grande problema. È importante ciò che il movimento produce su di sé. E finché il movimento va, tutto va bene".

E il movimento va, moltiplica se stesso, diventa polo di attrazione per tante sinistre del mondo che hanno mandato esploratori a guardare e ad ascoltare. Lo spettacolo di piazza è notevole, di suoni e colori. Un minestrone sudamericano sudato e danzante, che contagia di allegria e di ritmo anche compassati professori europei, pallide signore francesi in bermuda, rigidi intellettuali tedeschi. Le sale universitarie dei primi workshop si svuotano, e legioni di delegati con regolamentare cartellino al collo sciamano nelle strade del centro. Poco alla volta, sudando sotto i Kways di plastica e muovendo a ritmo ombrellini pieghevoli, si fanno coinvolgere dai tamburi e dai cacerolazos argentini. I pentolanti gridano "povo da rua e a solucion, viva Argentina e a revolucion". "Vogliamo che questa musica rimbombi nelle orecchie di quelli del Fondo monetario, che ci hanno trascinati alla rovina", grida un ragazzo sospendendo per un attimo lo spentolio. Sfilano operai con la maglietta blu del sindacato Fasubra. Balla lo striscione neroblù del sindacato bancari di Pernambuco. E' giallo e verde quello con la scritta "Fora Eua da Amazonia, Colombia e Guantanamo". Via gli americani da Amazzonia, Colombia e Guantanamo. Dall'Argentina sono arrivati trotzkijsti del Partito Obrero. Un gruppo ritma: "Viemo, viemo, viemo pa lutar", e il ritmo è quello di "Funiculì funiculà". Quattro ragazzi belgi reggono lo striscione di 11.11.11, un'organizzazione che invita alla lotta contro l'incesto.

In mezzo a questa sarabanda Adelaide Giuliani detta Haidi sembra ancora più piccolina. Capelli legati, camicetta bianca, occhiali di metallo, proprio da exmaestra elementare. Ha accettato di venire fin qua perché ormai, dopo che hanno ammazzato Carlo in piazza Alimonda, lei e suo marito Giuliano hanno praticamente adottato qualche migliaio di ragazzi come Carlo, e ne sono stati adottati. Lei ha gli occhi chiari lucidi di emozione, quando la fanno parlare sotto un tendone del campeggio: "Mi è stato detto di parlare di Carlo. Dicevo a un mio collega professore: non chiedete mai a una madre di parlare del figlio, dirà sempre che è meraviglioso. E io ve lo dico: Carlo era meraviglioso".

Racconta della sua infanzia, leggendo da un foglio bene ordinato, e mette insieme ricordi familiari: "Siamo sempre stati una famiglia austera, che concedeva poco ai consumi: libri, musica, qualche viaggio d'estate, sempre in tenda. Ai campeggi sono legati i ricordi più sereni della nostra vita familiare. E in un campeggio molto speciale ritrovo oggi il nome e il ricordo di mio figlio. Di questo vi sono enormemente grata". La sommergono di applausi affettuosi. Sotto il tendone circolano anche ragazzi in cappuccio nero e fazzoletto sul viso, che distribuiscono volantini firmati "Rebeldes perdidos em Porto Alegre". Sono una specie di black bloc locali, che qui non sembrano così pericolosi. Vogliono farsi un pezzo di corteo per conto loro, "a ritmo di tango", e magari occupare un edificio da trasformare in centro sociale.

Adelaide Giuliani legge un foglio che ha trovato nel cassetto di Carlo: "Il tuo Cristo è giudeo, la tua automobile giapponese, la tua pizza italiana, la tua democrazia greca, le tue vacanze turche, i tuoi numeri arabi, la tua scrittura latina, e tu rimproveri al tuo vicino di essere straniero?". Sembra un bel manifesto per questo popolo di Porto Alegre, queste migliaia di ragazzi infradiciati che lasciano il campeggio Carlo Giuliani per andare alla marcia della pace. Pino e Andrea, due amici di Carlo arrivati da Genova, dicono che qui al campeggio gli vogliono fare addirittura un monumento.

FABRIZIO RAVELLI - 1/02/2002 La Repubblica

 

 

 

 

 

 

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