PORTO ALEGRE - Pentole,
pentolini, padelle, casseruole. Come tamburi suonati dai cucchiai di legno. Un
ritmo potente, che assomiglia a un samba, il ritmo della disperazione e della
rabbia che dall'Argentina risale fin qui al Forum sociale di Porto Alegre, e
colora questa grande e variopinta Marcia della pace. Pace sì, grida l'anima del
Sudamerica, ma prima di tutto pane, dignità, lavoro. La gigantesca macchina di
idee del Forum parte dalla piazza davanti al municipio, dalla folla solcata da
uomini della Brigada Militar a cavallo, dai suoni e dai colori del sud
sbrindellato e orgoglioso di avere oggi ascolto. E dal parco Harmonia arriva il
popolo dei ragazzi, quelli che oggi hanno dedicato a Carlo Giuliani, ascoltando
le parole di sua madre, il loro campeggio. Lei li ha ringraziati: "Io non
sono nessuno, ma ritrovo qui mio figlio in mezzo a voi".
Piove oggi su Porto Alegre, una pioggia calda che riempie di fango il campeggio,
allaga le strade, batte a tratti sulla folla della manifestazione. Gli italiani
sono almeno un migliaio, dietro allo striscione che dice: "Da Genova a
Porto Alegre contro la guerra sociale e militare". Fausto Bertinotti in
maglietta blu gongola come se fosse a piazza San Giovanni: "Mi sembra molto
rilevante...". Nel grande pentolone del Forum ribollono anche piccole
polemiche italiane, forse al Forum dei parlamentari di domani il movimento
contesterà qualche presenza poco antiliberista e poco pacifista. Come quella,
forse, di Cesare Salvi dei Ds, che è appena arrivato e si guarda intorno
pipando un cigarillo. Pecoraro Scanio abbraccia festante dei compatrioti. E
Bertinotti dà la linea: "Contestazioni? Non mi pare un grande problema. È
importante ciò che il movimento produce su di sé. E finché il movimento va,
tutto va bene".
E il movimento va, moltiplica se stesso, diventa polo di attrazione per tante
sinistre del mondo che hanno mandato esploratori a guardare e ad ascoltare. Lo
spettacolo di piazza è notevole, di suoni e colori. Un minestrone sudamericano
sudato e danzante, che contagia di allegria e di ritmo anche compassati
professori europei, pallide signore francesi in bermuda, rigidi intellettuali
tedeschi. Le sale universitarie dei primi workshop si svuotano, e legioni di
delegati con regolamentare cartellino al collo sciamano nelle strade del centro.
Poco alla volta, sudando sotto i Kways di plastica e muovendo a ritmo ombrellini
pieghevoli, si fanno coinvolgere dai tamburi e dai cacerolazos argentini. I
pentolanti gridano "povo da rua e a solucion, viva Argentina e a revolucion".
"Vogliamo che questa musica rimbombi nelle orecchie di quelli del Fondo
monetario, che ci hanno trascinati alla rovina", grida un ragazzo
sospendendo per un attimo lo spentolio. Sfilano operai con la maglietta blu del
sindacato Fasubra. Balla lo striscione neroblù del sindacato bancari di
Pernambuco. E' giallo e verde quello con la scritta "Fora Eua da
Amazonia,
Colombia e Guantanamo". Via gli americani da Amazzonia, Colombia e
Guantanamo. Dall'Argentina sono arrivati trotzkijsti del Partito
Obrero. Un
gruppo ritma: "Viemo, viemo, viemo pa lutar", e il ritmo è quello di
"Funiculì funiculà". Quattro ragazzi belgi reggono lo striscione di
11.11.11, un'organizzazione che invita alla lotta contro l'incesto.
In mezzo a questa sarabanda Adelaide Giuliani detta Haidi sembra ancora più
piccolina. Capelli legati, camicetta bianca, occhiali di metallo, proprio da
exmaestra elementare. Ha accettato di venire fin qua perché ormai, dopo che
hanno ammazzato Carlo in piazza Alimonda, lei e suo marito Giuliano hanno
praticamente adottato qualche migliaio di ragazzi come Carlo, e ne sono stati
adottati. Lei ha gli occhi chiari lucidi di emozione, quando la fanno parlare
sotto un tendone del campeggio: "Mi è stato detto di parlare di Carlo.
Dicevo a un mio collega professore: non chiedete mai a una madre di parlare del
figlio, dirà sempre che è meraviglioso. E io ve lo dico: Carlo era
meraviglioso".
Racconta della sua infanzia, leggendo da un foglio bene ordinato, e mette
insieme ricordi familiari: "Siamo sempre stati una famiglia austera, che
concedeva poco ai consumi: libri, musica, qualche viaggio d'estate, sempre in
tenda. Ai campeggi sono legati i ricordi più sereni della nostra vita
familiare. E in un campeggio molto speciale ritrovo oggi il nome e il ricordo di
mio figlio. Di questo vi sono enormemente grata". La sommergono di applausi
affettuosi. Sotto il tendone circolano anche ragazzi in cappuccio nero e
fazzoletto sul viso, che distribuiscono volantini firmati "Rebeldes
perdidos em Porto Alegre". Sono una specie di black bloc locali, che qui
non sembrano così pericolosi. Vogliono farsi un pezzo di corteo per conto loro,
"a ritmo di tango", e magari occupare un edificio da trasformare in
centro sociale.
Adelaide Giuliani legge un foglio che ha trovato nel cassetto di Carlo: "Il
tuo Cristo è giudeo, la tua automobile giapponese, la tua pizza italiana, la
tua democrazia greca, le tue vacanze turche, i tuoi numeri arabi, la tua
scrittura latina, e tu rimproveri al tuo vicino di essere straniero?".
Sembra un bel manifesto per questo popolo di Porto Alegre, queste migliaia di
ragazzi infradiciati che lasciano il campeggio Carlo Giuliani per andare alla
marcia della pace. Pino e Andrea, due amici di Carlo arrivati da Genova, dicono
che qui al campeggio gli vogliono fare addirittura un monumento.
FABRIZIO RAVELLI
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1/02/2002 La Repubblica