La
prima guerra balcanica, nel 1912, vide
Grecia, Serbia e Bulgaria far fronte comune
contro la Turchia. L'anno successivo, con la
seconda guerra balcanica, Grecia e Serbia
estromisero la Bulgaria spartendosi fra loro
la Macedonia. Tale umiliante esito indusse
però l'ORIM a continuare la sua battaglia,
ora contro la Serbia monarchica; la risposta
del governo in quel periodo insediato a
Belgrado fu la messa al bando della lingua
macedone e dello stesso nome di Macedonia.
Durante la seconda guerra mondiale una
componente dell'ORIM si schierò a favore
dell'occupazione bulgara della Macedonia, ma
la maggior parte si unì ai partigiani di
Tito, il quale nel 1943 si impegnò a
riconoscere alla Macedonia post-bellica
pieno statuto di repubblica all'interno
della futura Iugoslavia.
La prima
grammatica della lingua macedone fu
pubblicata nel 1952, e nello stesso periodo
venne ammessa la formazione di una Chiesa
ortodossa macedone indipendente. Le autorità
di Belgrado infatti, attraverso il
riconoscimento del popolo macedone come
gruppo etnico a sé, intendevano indebolire
le rivendicazioni della Bulgaria sul
territorio macedone. L'8 settembre 1991 si
tenne in Macedonia un referendum per
l'indipendenza, con il 74% dei voti a
favore; così, nel gennaio del 1992 il paese
dichiarò la propria piena indipendenza
dall'ex-Iugoslavia.
Per una volta Belgrado
cooperò ordinando a tutte le forze federali
presenti sul territorio di ritirarsi, e
grazie alla separazione pacifica nessun
collegamento stradale o ferroviario venne
interrotto. Ciononostante nel 1993 fu
inviato in Macedonia un contingente di circa
un migliaio di truppe ONU, con il compito di
sorvegliare il confine con la Iugoslavia, in
particolare nella zona adiacente la
turbolenta regione del Kosovo.
La Grecia
si riservò di riconoscere ufficialmente il
nuovo stato a condizione che quest'ultimo
assumesse un diverso nome, con la
motivazione che il nome Macedonia potesse
implicare rivendicazioni territoriali sulla
Grecia settentrionale. La preoccupazione
della Grecia è che l'ufficializzazione di
tale nome possa fornire alla Macedonia
un'effettiva legittimazione ad annettersi i
territori della Macedonia antica, oggi
comprendenti una vasta porzione della
Grecia.
Le pressioni della diplomazia greca
costrinsero la Macedonia ad assegnarsi
l'assurdo titolo 'provvisorio' di Repubblica
ex Iugoslava di Macedonia (Former Yugoslav
Republic of Macedonia, abbreviato
nell'acronimo FYROM) in cambio della sua
ammissione alle Nazioni Unite, formalizzata
nell'aprile del 1993. Dopo due anni di
esitazioni, e nonostante le forti obiezioni
della Grecia, nel dicembre 1993 sei stati
membri dell'Unione Europea stabilirono
relazioni diplomatiche con la FYROM,
riconosciuta nel febbraio 1994 anche dagli
Stati Uniti. A questo punto la Grecia
dichiarò un embargo economico nei confronti
della Macedonia e chiuse il porto di
Salonicco ai suoi traffici
commerciali.
L'embargo
fu revocato nel novembre 1995, dopo che la
Macedonia ebbe sostituito la sua bandiera e
accettato di entrare in trattative con la
Grecia in merito alla questione del nome.
All'indomani dei negoziati, il presidente
macedone Kiro Gligorov fu quasi ucciso da
un'autobomba. Da allora, a tutt'oggi non si
è raggiunta una soluzione definitiva alla
spinosa controversia. Nonostante la relativa
stabilità della Macedonia dopo lo sfascio
della Iugoslavia, forti tensioni si sono
accese nel marzo 2001, quando i ribelli
albanesi del sedicente Esercito di
Liberazione Nazionale (UCK) si sono
scontrati violentemente con le forze armate
macedoni. L'UCK ha proclamato di combattere
a favore dei diritti dei quattrocentomila
albanesi che vivono nel paese, ma secondo il
governo macedone gli estremisti sarebbero
giunti solo di recente dal Kosovo, e con un
disegno ben diverso: quello di raccogliere
sostegno per una 'Grande Albania'.
Sebbene la
maggior parte dei combattimenti si sia
concentrata nell'area settentrionale a
ridosso del confine macedone con il Kosovo,
si è temuto che le ostilità potessero
estendersi alla vicina capitale, Skopje, e
scatenare le tensioni etniche in tutto il
territorio nazionale. Dopo sei mesi di
scontri e di violenze, il 13 agosto 2001 è
stata firmata la pace. L'UCK ha accettato di
sciogliersi e disarmarsi, a patto che la
popolazione albanese (che forma un terzo
della popolazione del paese) potesse
decidere in materia di lingua, polizia,
istruzione e riconoscimento della religione
islamica nella Costituzione, insieme alla
separazione tra religioni e stato.
L’invio
di un contingente di 3500 uomini della NATO,
nell’ambito della missione Essential
harvest (Raccolto essenziale), per
sorvegliare l’effettivo disarmo dei
guerriglieri albanesi e il mantenimento
della pace, ha reso possibili le elezioni
politiche del settembre 2002, vinte dal
socialdemocratico Branko Crvenkovski. Il
nuovo governo, che è composto da una
maggioranza mista macedone-albanese, ha
avviato una decisiva battaglia contro il
crimine e la corruzione, senza alcun
tentativo di vendetta politica per far sì
che la Macedonia sia una vera società
civile. Dal 14 dicembre 2002 al 31 marzo
2003 si è svolta la missione della NATO in
Macedonia, denominata Allied Harmony, che ha
garantito la sicurezza nel paese,
partecipando anche all'addestramento delle
nuove forze armate macedoni. Da aprile in
avanti la responsabilità della sicurezza e
della difesa nell'area balcanica è passata
nelle mani dell'Unione Europea.
La NATO
continua comunque a garantire una propria
rappresentanza civile e militare nel paese.
Con la firma della «Carta di partenariato
dell'Adriatico», siglata dal segretario di
stato americano Colin Powell a Tirana il 2
maggio 2003, si è concluso il negoziato tra
Washington e le tre nazioni balcaniche
rimaste escluse dall’allargamento della
NATO, definito a Praga il 21 novembre 2002.
La «Carta» accompagnerà Albania,
Macedonia e Croazia verso l’ammissione a
pieno titolo nell'Alleanza Atlantica.
Mancano ancora all’appello Serbia, Bosnia
e Montenegro ma gli USA hanno già espresso
la loro disponibilità ad accoglierli nel
partenariato. Attualmente sono proprio i
paesi dell’Est quelli più solidali
nell’appoggiare gli Stati Uniti nella
lotta al terrorismo globale. Dopo la
Romania, infatti, l’Albania ha
sottoscritto un’intesa bilaterale che
esenta il personale militare americano dalla
nuova Corte Penale Internazionale.