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I LIMITI CULTURALI DELL'ECOLOGISMO (DI CARLO LOTTIERI)

Il Giornale, 19 ottobre 2000

L’ideologia “verde” rappresenta il punto d’incontro di culture tra loro anche molto diverse e talora perfino inconciliabili. Porto d’attracco di quanti per decenni hanno guardato a Marx come al vate dell’anticapitalismo e anche di coloro che (a destra) celebrano il sacro legame “sangue e suolo”, l’ecologismo radicale è in primo luogo una concezione anti-liberale.
Per gli ambientalisti, se la natura rischia la distruzione, la colpa sarebbe da attribuirsi al mercato e in particolare a quella cosiddetta “ideologia del libero scambio” che viene costantemente accusata di fare dell’universo una sorta di grande supermarket.

Le cose non stanno così, e da decenni vi sono autori che si richiamano perfino ad Aristotele per mostrare come soltanto la rinascita dei diritti di proprietà sull’ambiente potrà impedire quella dissipazione dei beni naturali che è tanto maggiore quanto più è consolidato lo statalismo. In questo senso, il disastro ecologico dei paesi ex-comunisti è sotto gli occhi di tutti; e pochi tra di noi hanno mai visto un giardino o un parco privati andare in fumo. Sono le foreste demaniali, di solito, che d’estate prendono fuoco.

Ma la fragilità della prospettiva ecologista è anche e soprattutto culturale.

I nuovi economisti dell’anticapitalismo ecologista, infatti, propongono ricette sbagliate perché sono incapaci di comprendere la realtà e perché dispongono di strumenti concettuali inadeguati. Essi identificano il mercato con le sue rappresentazioni neoclassiche e con la logica unidimensionale dell’homo oeconomicus, ignorando i fondamentali contributi teorici della scuola austriaca (si pensi, in particolare, a Ludwig von Mises). Per questo motivo, come ha scritto Marta Ceroni, i teorici dell’ecologismo radicale “non demoliscono l’intera architettura concettuale dell’economia neoclassica, ma la piegano nel verso dello sviluppo sostenibile, individuando strumenti nuovi nella gestione e nella valutazione dell’ambiente”. Sulle orme di Nicholas Georgescu-Roegen, tali ambientalisti pretendono di salvare gli schemi della macroeconomia classica, integrandoli con i cosiddetti “valori” ambientali.

Ignari delle critiche “austriache” verso l’economicismo e verso quanti ritengono sia possibile oggettivare e misurare il benessere di una società (grazie a strumenti sempre più contestati come, ad esempio, il prodotto interno lordo), questi nuovi tecnocrati dell’ambiente sono incapaci di sfuggire alla presunzione dello scientismo contemporaneo e continuano a guardare all’economia come ad una fisica delle relazioni tra gli uomini, rimanendo prigionieri di modelli mutuati dal meccanicismo di talune scienze “esatte”. Ma molto più di quanto non avvenga nei liberi e puntuali scambi di mercato, è proprio negli schemi econometrici di questo ecologismo statalista che il mondo appare “globalizzato”: e quindi misurato e pesato al fine di essere politicamente programmato.

Lo stesso concetto di risorse appare quanto mai inadeguato. Per gli ambientalisti, in effetti, avremmo bisogno di politiche ispirate allo sviluppo sostenibile in quanto le risorse sarebbero scarse. Sommergendoci di dati, essi ci dicono che l’umanità avrebbe solo tot barili di petrolio, tot tonnellate di rame, e così via; e che per questo motivo sarebbe necessario limitare la libertà individuale.

Niente di più falso. Come Mises spiegò ne “L’azione umana”, le risorse esistono soltanto quando alcuni uomini le fanno emergere dal nulla. Il petrolio fu un liquido nero che sporcava il deserto fino a quando l’ingegno di alcuni individui non mostrò che poteva essere utile per far funzionare motori o scaldare abitazioni. Tutto ciò significa, però, che non conosciamo la dimensione dei beni potenzialmente a nostra disposizione e che essi saranno tanto maggiori, ad ogni modo, quanto più gli uomini saranno liberi di scoprirle e valorizzarle.

Il piatto materialismo degli ecologisti ignora il ruolo della creatività individuale, ed in questo modo pone la premessa a politiche autoritarie.

D’altra parte, gli esiti ideologici dell’ambientalismo sono tutti nel solco delle peggiori filosofie della modernità politica. I discorsi e la pratica dell’ecologismo radicale sono costantemente ossessionati del più funesto mito che ha dominato il Novecento: quello della “pianificazione”. E questo giustifica pure come la retorica verde pretenda sempre nuovi piani: territoriali, paesaggistici ed urbanistici.

Proprio da qui proviene la vocazione globalista dell’ecologismo. Il refrain lo conosciamo tutti molto bene: dal momento che i problemi ambientali sarebbero di dimensione cosmica, gli esponenti dell’ideologia verde ci chiedono in continuazione di accettare la prospettiva di un governo unico mondiale - al più con qualche concessione retorica per il cosiddetto “glocale” (ovvero un globale che lasci qualche spazio a dimensioni localistiche) - posto a tutela delle foche monache e incaricato di perseguire manu militari ogni profanatore della biosfera. Dietro ai meeting di Rio e di Kyoto è facile scorgere l’ombra inquietante di una simile prospettiva orwelliana.

La critica all’homo oeconomicus (considerato, a torto, protagonista assoluto di un mercato necessariamente dominato da egoismo e solitudine), conduce quindi gli ecologisti radicali ad allinearsi alle tesi di Habermas e Beck, autori tra i più cari ai grandi della terra e convinti assertori dei loro progetti “unificazionisti”. Tutto ciò ha una logica, d’accordo, ma almeno non ci si dica che l’ecologia sarebbe un granello di sabbia introdotto nell’ingranaggio di quel Leviatano impersonale che amministrerebbe la nostra esistenza.

Carlo Lottieri,  Il Giornale, 19 ottobre 2000

 

 

 

 

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