
Rivista dell'Istituto
affari internazionali (IAI)
e dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI),
pubblicata dall'editrice La
Stampa. Le
idee, il mondo, il futuro: Global FP approfondisce l’attualità
internazionale al di là dell’inevitabile fretta dei quotidiani e della
televisione, combinando i contributi delle migliori firme del giornalismo
con quelle degli specialisti di politica estera, di economia, di
strategia. Punti di vista italiani e europei saranno messi a confronto con
quelli americani e internazionali di Foreign Policy.
Vivere in rete
Civis globalis sum?
Qualcuno si chiede se, durante questo secolo appena cominciato, finiremo per
definirci cittadini di un qualcosa di più grande delle nostre cittadinanze
anagrafiche, come duemila anni fa gente di diverse etnie e religioni grazie al
processo di romanizzazione, lungo le coste del Mediterraneo e in estesi dintorni, potevano
dire: civis romanus sum. Ma cosa sarebbe questo "qualcosa", un
territorio tendenzialmente esteso all'intero pianeta? E dov'è l'equivalente di
Roma?
Quello dell'impero romano era un territorio a
geometria variabile, ma soprattutto, benché fossero state fatte mirabilia in
materia di strade, ponti, acquedotti e rotte navali (ci vorrà più di un
millennio, dopo la caduta dell'impero, per tornare allo stesso livello), quei
collegamenti appaiono ai nostri occhi lenti e difficoltosi, soprattutto se si
prescinde da quelli con il caput mundi.
Nel 2000 sembriamo essere legati ai nostri
simili, più che da un territorio, proprio da una rete di comunicazioni, di
informazioni e di appartenenze differenziate e interconnesse, rete che solo
marginalmente ha a che fare con la geografia o ha bisogno di una capitale.
La rete, il net al posto del territorio. Non
serve sapere dov'è la Corea o la Nuova Zelanda. È tutto lì davanti al mio
naso, in tempo reale. La distanza non c'è più e la collocazione sul mappamondo
si traduce in fuso orario. Lo spazio si è fatto tempo.
Ma le comunicazioni configurano un'appartenenza?
Che cosa significa civis, cioè membro di una civitas, nella rete?
La rivoluzione francese trasformò i sudditi in cittadini, ma ci volle ancora un
secolo prima che questo status si traducesse in gestione del Paese, in soggetto
di democrazia; e prima che lo Stato divenisse dimensione economico-produttiva e
dispensatrice di servizi pubblici e sociali (a costo delle tasse), oltre che
politica e dispensatrice di difesa (a costo anche della vita). Entrambe le
dimensioni, soprattutto quella economica, superano ormai crescentemente i
confini degli Stati; l'economia delle telecomunicazioni prescinde semplicemente
da essi. Le imprese si aggregano come gocce di mercurio. Anche l'America
comincia a stare stretta.
di Cesare Merlini
Gli
hamburger e le nostre radici
Il concetto di "identità culturale" è assai pericoloso. Da un
punto di vista sociologico, ha fondamenti assai dubbi; peggio, da un punto di
vista politico minaccia la conquista più preziosa del genere umano: la libertà.
Nessuno nega che le persone che parlano la stessa lingua, sono nate e vivono
nello stesso territorio, si confrontano con gli stessi problemi e magari
professano la stessa religione abbiano molte caratteristiche in comune. Ma quel
comune denominatore collettivo non può mai definire fino in fondo ciascun
individuo; rischia di respingere in secondo piano quella somma di attributi
unici che distingue ogni membro del gruppo da tutti gli altri. Il concetto di
identità, quando non è impiegato su scelta esclusivamente individuale, è di
per sé riduttivo e disumanizzante: è una brutale astrazione ideologica che
cancella tutto ciò che è originale e creativo nell'essere umano, tutto quanto
non è stato imposto dalla tradizione, dalla geografia, dal condizionamento
sociale: in questo caso la cultura globale diventa la cultura dei valori
prodotti in serie che, per dirla con una espressione cara a George Ritzer, ha come conseguenza inquietanti processi di
omogeneizzazione. Al contrario, l'identità vera nasce dalla capacità che uomini e donne
hanno di resistere a queste influenze e contrastarle con la propria libera
inventiva per produrre un'identità globale, collettiva libera e spontanea.
Il concetto di "identità collettiva" è una finzione ideologica, è
la base del nazionalismo. Secondo molti etnologi e antropologi, non è
applicabile nemmeno alle comunità più arcaiche. Abitudini e pratiche
collettive possono essere essenziali all'autodifesa di un gruppo, ma il margine
di iniziativa lasciato ai suoi membri per emanciparsi risulta invariabilmente
ampio; le differenza tra individui prevalgono sui tratti collettivi ogni volta
che gli individui vengono esaminati uno per uno, e non guardati solo come
elementi periferici di una collettività. La globalizzazione estende per la prima
volta a tutti i cittadini del pianeta la facoltà di costruire una propria
individuale identità culturale attraverso il libero arbitrio, secondo le loro
preferenze e i loro desideri. Oggi gli esseri umani non sono inevitabilmente
obbligati, come era nel passato ed è ancora in molti luoghi del mondo, a
rispettare una "identità" che li intrappola in un campo di
concentramento senza uscita: l'identità
imposta ad essi attraverso il linguaggio, la nazionalità, la chiesa, gli usi e
i costumi del luogo dove sono nati. In questo senso, la globalizzazione è
benvenuta, perché allarga gli orizzonti della libertà.
di Mario Vargas Llosa
Cittadini
del mondo, uniti in Stati-nazione
In molte regioni del mondo, le frontiere nazionali costituiscono ancora le linee
di faglia su cui si producono i conflitti: israeliani e palestinesi si
combattono a proposito delle linee di demarcazione da tracciare dentro
Gerusalemme, indiani e pachistani si contendono aree del Kashmir con rischio di
scontro armato, etiopi ed eritrei hanno guerreggiato a causa di territori
contesi. Eppure gli esperti di politica internazionale sembrano oggi soprattutto
preoccupati dall'erosione dei confini nazionali causata dalla globalizzazione.
Sia alcuni governi, sia gli attivisti anti-globalizzazione, accusano le
organizzazioni
internazionali, come
l'Onu, la Wto e il Fondo monetario
internazionale, di travalicare le proprie competenze, promuovendo regole
universali su tutto, dai diritti umani all'ambiente, dalla politica monetaria
all'immigrazione. Ma l'effetto più rilevante della globalizzazione economica e
dell'emanazione di norme transnazionali sarà il cambiamento di estensione
dell'autorità statale, piuttosto che la creazione di modelli organizzativi
della politica totalmente nuovi.
di Stephen D. Krasner
Do
you speak english? Non c'è bisogno
Che una gran quantità di ragazzi e ragazze nel mondo sia capace di canticchiare
una canzone di Madonna non significa che tutti tra loro possano tenere una
conversazione anche rudimentale in inglese, o addirittura che capiscano davvero
le parole della canzone. Nonostante tutti gli entusiasmi e tutti i timori
suscitati dalla globalizzazione su scala mondiale, è la crescita delle
interazioni
regionali a coinvolgere di più la larga massa delle popolazioni.
Per questo motivo si diffondono i linguaggi regionali.
Prendiamo il caso dell'Africa, dove si parlano circa duemila delle seimila
lingue oggi esistenti nel mondo, e dove vive il 13% della popolazione del
pianeta. Lì l'inglese non è il solo, e neppure il migliore, strumento per
oltrepassare queste barriere. In tutta l'Africa orientale, quando due persone di
lingue diverse si incontrano il primo tentativo di intendersi è in swahili; è
questa lingua con cui la gente si trova ad avere principalmente a che fare, al
mercato, nelle scuole elementari, nei manuali di istruzione sussidiati dai
governi, alla radio, al cinema. In Kenia, in Tanzania, in Uganda i nuovi film,
provenienti per lo più dall'India, vengono doppiati in swahili.
di Joshua Fishman
Sempre più globale, sempre più etnica: è la
musica
La "nazionalità" non è mai stata, nella storia della musica, un
orizzonte davvero vincolante, o appagante. Da sempre le note musicali, scritte o
soltanto cantate e suonate, vanno alla deriva nella rete universale formata
dalle bocche e dalle orecchie e dalla memoria degli uomini, ed è appassionante
provare a seguire alcune delle loro rotte, sopratutto quelle capaci di
oltrepassare non solo i confini geografici, ma anche le porte stagne che spesso
si frappongono tra espressione popolare e rielaborazione colta. Un esempio
mirabile è fornito da un racconto sull'infanzia di Cristo tratto dal Vangelo
apocrifo detto lo Pseudo-Matteo. Scritto a Roma, probabilmente nell'ottavo
secolo, origina una serie di canti natalizi che invadono l'Europa dalla Gran
Bretagna alle regioni alpine, dove acquista una melodia, anonima, che poi
ritroviamo, tale e quale, nel secentesco "Capriccio pastorale" per
organo di Girolamo Frescobaldi e che ancora oggi sopravvive perfettamente
riconoscibile in uno dei primi balbettii musicali insegnati ai bambini italiani:
"Piva - piva - l'olio di oliva".
La
canzone di Manu Chao "Me gustas tu" è diventata l'inno
delle manifestazioni anti-G8. Ma la vendita del cd si regge proprio sul
mercato globale. (...) Me gustas tu, mi piaci tu. Lo canta Manu
Chao, che è l'uomo simbolo
dell'anti-Seattle. (…) Alcune frasi sono in
spagnolo, altre in francese, c'è qualche ammiccamento all'inglese. (…)
Una canzonetta, dunque, divenuta massima espressione del popolo di Seattle
che si ribella al conformismo dei potenti. Ma non è forse proprio questa
mescolanza, dove ogni ingrediente viene frullato, il peggio della
globalizzazione? (…) Un'uguaglianza senza padri e senza madri, senza
terra: anzi si regge proprio sul mercato globale che vorrebbe combattere.
di Sandro Cappelletto
Nel
mercato mondiale l'Italia se la cava
L'indice della globalizzazione
Foreign Policy/A.T. Kearney sfata molti
luoghi comuni. I Paesi più aperti si trovano quasi tutti in Europa. Alle spalle
di Singapore, che occupa la prima posizione, ci sono nell'ordine Olanda, Svezia,
Svizzera, Finlandia, Irlanda, Austria, Gran Bretagna, Norvegia. Gli Usa vengono
solo al dodicesimo posto; l'Italia al tredicesimo, prima di Germania,
Portogallo, Francia, Ungheria e Spagna.
Il
benessere abita in riva al mare
Da cinquant'anni a questa parte, l'obiettivo dichiarato della comunità
internazionale è ridurre il divario di reddito tra paesi ricchi e poveri. Ma,
anziché ridursi, il divario si è allargato. Nel 1997, il 20% più ricco della
popolazione mondiale aveva un reddito di 74 volte superiore a quello del 20% più
povero, mentre nel 1960 la differenza era di 30 volte. I paesi poveri presentano
caratteristiche geografiche tipiche: o sono situati in regioni tropicali, o a
causa della loro posizione devono affrontare consistenti costi di trasporto per
accedere ai mercati mondiali. Nel 1995, il reddito medio dei paesi tropicali era
pari a un terzo circa di quello dei paesi delle zone temperate. Dei 24 paesi di
industrializzazione avanzata, non uno comprende aree situate tra i tropici del
Cancro e del Capricorno, se si fa eccezione per la regione settentrionale
dell'Australia e le isole Hawaii. Tra le 30 economie più ricche del mondo,
soltanto tre sono nelle zone tropicali: il Brunei, Hong Kong e Singapore, le cui
collocazioni geografiche sono ideali per una crescita trainata dal commercio. I
tassi annuali di sviluppo economico dei paesi tropicali sono inferiori a quelli
dei paesi temperati di un mezzo punto o di un punto percentuale. Perché?
di Ricardo Hausmann
Diamo
potere al G20
Abbiamo di fronte problemi che non si arrestano ai confini nazionali e che, in
assenza di una soluzione, minacciano concretamente la stabilità politica ed
economica di tutti i paesi - ricchi o poveri - e, addirittura, la pace
internazionale. Come l'"effetto serra", essi ci riguardano tutti,
raggiungono le città del mondo industrializzato attraverso i media e
l'immigrazione di milioni di disperati che fuggono dai loro paesi, cacciati
dalla fame, dalla guerra e dalle malattie. Siamo consapevoli che l'inerzia
coniugata con l'incapacità di dar vita ad un governo del mondo più efficiente
potrebbero tradursi in una intifada permanente e generalizzata?
Dobbiamo puntare senza indugi ad una leadership allargata, che rispecchi la
realtà di un mondo multipolare e, soprattutto, la crescente influenza dei paesi
in via di sviluppo. Ciò non significa che il G-7 o il G-8 abbiano perso in
qualche modo d'importanza, ma più semplicemente che le economie avanzate da
sole non sono più in grado di garantire una leadership internazionale. Il nuovo
G-20 - che riguarda solo i ministri finanziari - dà un'idea del tipo di
guida allargata di cui abbiamo bisogno. E' possibile ipotizzare, almeno come
primo passo, che il G-20 venga esteso una volta all'anno anche ai Capi di stato
e di governo? A mio avviso dovremmo farlo, e presto.
di Renato Ruggiero
Perchè
le buone notizie non fanno notizia?
Sui disordini in Medio Oriente sappiamo tutto. In Spagna i terroristi baschi
hanno ripreso gli attentati. La lista delle carneficine e delle crudeltà nel
mondo sembra non avere fine. Conflitti di natura etnica, di natura economica, o
anche difficili da definire, fanno la parte del leone nei notiziari dall'estero;
ne risulta l'immagine vividissima di un mondo che va a pezzi. Eppure non è così.
Oggi le forze che tengono il mondo insieme sono
robuste quanto in passato, se non di più. I media
dovrebbero sforzarsi
di alimentare non il cinismo, ma una speranza razionale, fondata sui fatti. Le
prove a favore della speranza sono convincenti. Basta guardare ai luoghi
ignorati dalla Cnn.
di G. Paschal Zachary