Ricerca personalizzata

Pagina iniziale
Preferiti

Contatti

Forum

GLOBALIZZAZIONE
Cos'è Storia 
cerca nel sito

Il Papa e la globalizzazione

VANTAGGI DELLA GLOBALIZZAZIONE

Mercato mondiale 
Possibilità di sviluppo
Libertà culturale
Politiche responsabili 
Progressi tecnologici
Istruzione
Flessibilità nel lavoro
Aziende
Competitività
I pro global 

www.dittatori.it

 

 

Viaggi nel mondo

 

Segnala questo sito ai tuoi amici!
clicca qui

 

 

 


LIBERTA', PACE E RICCHEZZA PER L'UOMO PLANETARIO

global16.jpg (1405 byte)

Rivista dell'Istituto affari internazionali (IAI) e dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), pubblicata dall'editrice La Stampa. Le idee, il mondo, il futuro: Global FP approfondisce l’attualità internazionale al di là dell’inevitabile fretta dei quotidiani e della televisione, combinando i contributi delle migliori firme del giornalismo con quelle degli specialisti di politica estera, di economia, di strategia. Punti di vista italiani e europei saranno messi a confronto con quelli americani e internazionali di Foreign Policy.

Vivere in rete

Civis globalis sum? Qualcuno si chiede se, durante questo secolo appena cominciato, finiremo per definirci cittadini di un qualcosa di più grande delle nostre cittadinanze anagrafiche, come duemila anni fa gente di diverse etnie e religioni grazie al processo di romanizzazione, lungo le coste del Mediterraneo e in estesi dintorni, potevano dire: civis romanus sum. Ma cosa sarebbe questo "qualcosa", un territorio tendenzialmente esteso all'intero pianeta? E dov'è l'equivalente di Roma?

Quello dell'impero romano era un territorio a geometria variabile, ma soprattutto, benché fossero state fatte mirabilia in materia di strade, ponti, acquedotti e rotte navali (ci vorrà più di un millennio, dopo la caduta dell'impero, per tornare allo stesso livello), quei collegamenti appaiono ai nostri occhi lenti e difficoltosi, soprattutto se si prescinde da quelli con il caput mundi.

Nel 2000 sembriamo essere legati ai nostri simili, più che da un territorio, proprio da una rete di comunicazioni, di informazioni e di appartenenze differenziate e interconnesse, rete che solo marginalmente ha a che fare con la geografia o ha bisogno di una capitale.

La rete, il net al posto del territorio. Non serve sapere dov'è la Corea o la Nuova Zelanda. È tutto lì davanti al mio naso, in tempo reale. La distanza non c'è più e la collocazione sul mappamondo si traduce in fuso orario. Lo spazio si è fatto tempo.

Ma le comunicazioni configurano un'appartenenza? Che cosa significa civis, cioè membro di una civitas, nella rete? La rivoluzione francese trasformò i sudditi in cittadini, ma ci volle ancora un secolo prima che questo status si traducesse in gestione del Paese, in soggetto di democrazia; e prima che lo Stato divenisse dimensione economico-produttiva e dispensatrice di servizi pubblici e sociali (a costo delle tasse), oltre che politica e dispensatrice di difesa (a costo anche della vita). Entrambe le dimensioni, soprattutto quella economica, superano ormai crescentemente i confini degli Stati; l'economia delle telecomunicazioni prescinde semplicemente da essi. Le imprese si aggregano come gocce di mercurio. Anche l'America comincia a stare stretta.

di Cesare Merlini

Gli hamburger e le nostre radici

Il concetto di "identità culturale" è assai pericoloso. Da un punto di vista sociologico, ha fondamenti assai dubbi; peggio, da un punto di vista politico minaccia la conquista più preziosa del genere umano: la libertà. Nessuno nega che le persone che parlano la stessa lingua, sono nate e vivono nello stesso territorio, si confrontano con gli stessi problemi e magari professano la stessa religione abbiano molte caratteristiche in comune. Ma quel comune denominatore collettivo non può mai definire fino in fondo ciascun individuo; rischia di respingere in secondo piano quella somma di attributi unici che distingue ogni membro del gruppo da tutti gli altri. Il concetto di identità, quando non è impiegato su scelta esclusivamente individuale, è di per sé riduttivo e disumanizzante: è una brutale astrazione ideologica che cancella tutto ciò che è originale e creativo nell'essere umano, tutto quanto non è stato imposto dalla tradizione, dalla geografia, dal condizionamento sociale: in questo caso la cultura globale diventa la cultura dei valori prodotti in serie che, per dirla con una espressione cara a George Ritzer, ha come conseguenza inquietanti processi di omogeneizzazione. Al contrario, l'identità vera nasce dalla capacità che uomini e donne hanno di resistere a queste influenze e contrastarle con la propria libera inventiva per produrre un'identità globale, collettiva libera e spontanea.


Il concetto di "identità collettiva" è una finzione ideologica, è la base del nazionalismo. Secondo molti etnologi e antropologi, non è applicabile nemmeno alle comunità più arcaiche. Abitudini e pratiche collettive possono essere essenziali all'autodifesa di un gruppo, ma il margine di iniziativa lasciato ai suoi membri per emanciparsi risulta invariabilmente ampio; le differenza tra individui prevalgono sui tratti collettivi ogni volta che gli individui vengono esaminati uno per uno, e non guardati solo come elementi periferici di una collettività. La globalizzazione estende per la prima volta a tutti i cittadini del pianeta la facoltà di costruire una propria individuale identità culturale attraverso il libero arbitrio, secondo le loro preferenze e i loro desideri. Oggi gli esseri umani non sono inevitabilmente obbligati, come era nel passato ed è ancora in molti luoghi del mondo, a rispettare una "identità" che li intrappola in un campo di concentramento senza uscita:   l'identità imposta ad essi attraverso il linguaggio, la nazionalità, la chiesa, gli usi e i costumi del luogo dove sono nati. In questo senso, la globalizzazione è benvenuta, perché allarga gli orizzonti della libertà.

di Mario Vargas Llosa

Cittadini del mondo, uniti in Stati-nazione


In molte regioni del mondo, le frontiere nazionali costituiscono ancora le linee di faglia su cui si producono i conflitti: israeliani e palestinesi si combattono a proposito delle linee di demarcazione da tracciare dentro Gerusalemme, indiani e pachistani si contendono aree del Kashmir con rischio di scontro armato, etiopi ed eritrei hanno guerreggiato a causa di territori contesi. Eppure gli esperti di politica internazionale sembrano oggi soprattutto preoccupati dall'erosione dei confini nazionali causata dalla globalizzazione. Sia alcuni governi, sia gli attivisti anti-globalizzazione, accusano le organizzazioni internazionali, come l'Onu, la Wto e il Fondo monetario internazionale, di travalicare le proprie competenze, promuovendo regole universali su tutto, dai diritti umani all'ambiente, dalla politica monetaria all'immigrazione. Ma l'effetto più rilevante della globalizzazione economica e dell'emanazione di norme transnazionali sarà il cambiamento di estensione dell'autorità statale, piuttosto che la creazione di modelli organizzativi della politica totalmente nuovi.

di Stephen D. Krasner 

Do you speak english? Non c'è bisogno

Che una gran quantità di ragazzi e ragazze nel mondo sia capace di canticchiare una canzone di Madonna non significa che tutti tra loro possano tenere una conversazione anche rudimentale in inglese, o addirittura che capiscano davvero le parole della canzone. Nonostante tutti gli entusiasmi e tutti i timori suscitati dalla globalizzazione su scala mondiale, è la crescita delle interazioni regionali a coinvolgere di più la larga massa delle popolazioni. Per questo motivo si diffondono i linguaggi regionali. Prendiamo il caso dell'Africa, dove si parlano circa duemila delle seimila lingue oggi esistenti nel mondo, e dove vive il 13% della popolazione del pianeta. Lì l'inglese non è il solo, e neppure il migliore, strumento per oltrepassare queste barriere. In tutta l'Africa orientale, quando due persone di lingue diverse si incontrano il primo tentativo di intendersi è in swahili; è questa lingua con cui la gente si trova ad avere principalmente a che fare, al mercato, nelle scuole elementari, nei manuali di istruzione sussidiati dai governi, alla radio, al cinema. In Kenia, in Tanzania, in Uganda i nuovi film, provenienti per lo più dall'India, vengono doppiati in swahili.

di Joshua Fishman


Sempre più globale, sempre più etnica: è la musica

La "nazionalità" non è mai stata, nella storia della musica, un orizzonte davvero vincolante, o appagante. Da sempre le note musicali, scritte o soltanto cantate e suonate, vanno alla deriva nella rete universale formata dalle bocche e dalle orecchie e dalla memoria degli uomini, ed è appassionante provare a seguire alcune delle loro rotte, sopratutto quelle capaci di oltrepassare non solo i confini geografici, ma anche le porte stagne che spesso si frappongono tra espressione popolare e rielaborazione colta. Un esempio mirabile è fornito da un racconto sull'infanzia di Cristo tratto dal Vangelo apocrifo detto lo Pseudo-Matteo. Scritto a Roma, probabilmente nell'ottavo secolo, origina una serie di canti natalizi che invadono l'Europa dalla Gran Bretagna alle regioni alpine, dove acquista una melodia, anonima, che poi ritroviamo, tale e quale, nel secentesco "Capriccio pastorale" per organo di Girolamo Frescobaldi e che ancora oggi sopravvive perfettamente riconoscibile in uno dei primi balbettii musicali insegnati ai bambini italiani: "Piva - piva - l'olio di oliva". 

La canzone di Manu Chao "Me gustas tu" è diventata l'inno delle manifestazioni anti-G8. Ma la vendita del cd si regge proprio sul mercato globale. (...) Me gustas tu, mi piaci tu. Lo canta Manu Chao, che è l'uomo simbolo dell'anti-Seattle. (…) Alcune frasi sono in spagnolo, altre in francese, c'è qualche ammiccamento all'inglese. (…) Una canzonetta, dunque, divenuta massima espressione del popolo di Seattle che si ribella al conformismo dei potenti. Ma non è forse proprio questa mescolanza, dove ogni ingrediente viene frullato, il peggio della globalizzazione? (…) Un'uguaglianza senza padri e senza madri, senza terra: anzi si regge proprio sul mercato globale che vorrebbe combattere.

di Sandro Cappelletto

Nel mercato mondiale l'Italia se la cava

L'indice della globalizzazione Foreign Policy/A.T. Kearney sfata molti luoghi comuni. I Paesi più aperti si trovano quasi tutti in Europa. Alle spalle di Singapore, che occupa la prima posizione, ci sono nell'ordine Olanda, Svezia, Svizzera, Finlandia, Irlanda, Austria, Gran Bretagna, Norvegia. Gli Usa vengono solo al dodicesimo posto; l'Italia al tredicesimo, prima di Germania, Portogallo, Francia, Ungheria e Spagna. 

Il benessere abita in riva al mare

Da cinquant'anni a questa parte, l'obiettivo dichiarato della comunità internazionale è ridurre il divario di reddito tra paesi ricchi e poveri. Ma, anziché ridursi, il divario si è allargato. Nel 1997, il 20% più ricco della popolazione mondiale aveva un reddito di 74 volte superiore a quello del 20% più povero, mentre nel 1960 la differenza era di 30 volte. I paesi poveri presentano caratteristiche geografiche tipiche: o sono situati in regioni tropicali, o a causa della loro posizione devono affrontare consistenti costi di trasporto per accedere ai mercati mondiali. Nel 1995, il reddito medio dei paesi tropicali era pari a un terzo circa di quello dei paesi delle zone temperate. Dei 24 paesi di industrializzazione avanzata, non uno comprende aree situate tra i tropici del Cancro e del Capricorno, se si fa eccezione per la regione settentrionale dell'Australia e le isole Hawaii. Tra le 30 economie più ricche del mondo, soltanto tre sono nelle zone tropicali: il Brunei, Hong Kong e Singapore, le cui collocazioni geografiche sono ideali per una crescita trainata dal commercio. I tassi annuali di sviluppo economico dei paesi tropicali sono inferiori a quelli dei paesi temperati di un mezzo punto o di un punto percentuale. Perché?

di Ricardo Hausmann

Diamo potere al G20

Abbiamo di fronte problemi che non si arrestano ai confini nazionali e che, in assenza di una soluzione, minacciano concretamente la stabilità politica ed economica di tutti i paesi - ricchi o poveri - e, addirittura, la pace internazionale. Come l'"effetto serra", essi ci riguardano tutti, raggiungono le città del mondo industrializzato attraverso i media e l'immigrazione di milioni di disperati che fuggono dai loro paesi, cacciati dalla fame, dalla guerra e dalle malattie. Siamo consapevoli che l'inerzia coniugata con l'incapacità di dar vita ad un governo del mondo più efficiente potrebbero tradursi in una intifada permanente e generalizzata?


Dobbiamo puntare senza indugi ad una leadership allargata, che rispecchi la realtà di un mondo multipolare e, soprattutto, la crescente influenza dei paesi in via di sviluppo. Ciò non significa che il G-7 o il G-8 abbiano perso in qualche modo d'importanza, ma più semplicemente che le economie avanzate da sole non sono più in grado di garantire una leadership internazionale. Il nuovo G-20 - che riguarda solo i ministri finanziari - dà un'idea del tipo di guida allargata di cui abbiamo bisogno. E' possibile ipotizzare, almeno come primo passo, che il G-20 venga esteso una volta all'anno anche ai Capi di stato e di governo? A mio avviso dovremmo farlo, e presto.

di Renato Ruggiero
 

Perchè le buone notizie non fanno notizia?

Sui disordini in Medio Oriente sappiamo tutto. In Spagna i terroristi baschi hanno ripreso gli attentati. La lista delle carneficine e delle crudeltà nel mondo sembra non avere fine. Conflitti di natura etnica, di natura economica, o anche difficili da definire, fanno la parte del leone nei notiziari dall'estero; ne risulta l'immagine vividissima di un mondo che va a pezzi. Eppure non è così. Oggi le forze che tengono il mondo insieme sono robuste quanto in passato, se non di più. I media dovrebbero sforzarsi di alimentare non il cinismo, ma una speranza razionale, fondata sui fatti. Le prove a favore della speranza sono convincenti. Basta guardare ai luoghi ignorati dalla Cnn.

di G. Paschal Zachary

 

 

 

© www.villaggiomondiale.it - Webmaster: Amedeo Lomonaco