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A SEATTLE LIBERISMO CONTRO LIBERTA' (DI SUSAN GEORGE)

da Le Monde Diplomatique, novembre 1999

I paesi membri dell'Unione europea si sono accordati su un mandato di negoziato al commissario Pascal Lamy in occasione della conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Il mandato si può così riassumere: siamo favorevoli a una liberalizzazione a 360 gradi degli scambi, ma con alcune clausole restrittive sul rispetto della diversità culturale e del principio di precauzione, e siamo aperti a un dialogo con l'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) su regole sociali minime. Vale a dire: il libero scambio deve restare la regola e le deroghe un'eccezione. Il bilancio nefasto di cinque anni di deregolamentazione del commercio, dagli accordi di Marrakech del 1994, dovrebbe indurre a contestare gli stessi principi che reggono l'Omc. Questo processo critico, che l'Europa rifiuta, è voluto da milioni di cittadini del pianeta, che si stanno mobilitando in vista del vertice di Seattle.

di Susan GEORGE*
La conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del Commercio (Omc), che si aprirà il 30 novembre a Seattle, ci viene benevolmente presentata come un semplice negoziato sugli scambi internazionali di beni e servizi, nel quale ciascuno come è d'uso dovrà evidentemente fare qualche concessione.
Proprio come, poco tempo fa, si affermava che l'Accordo multilaterale sugli investimenti (Ami) era solo un semplice dispositivo tecnico-giuridico che non avrebbe avuto alcuna importante conseguenza. Ma questo messaggio non passa, e gigantesche manifestazioni accoglieranno i delegati di 134 paesi e i lobbisti delle multinazionali. In Europa, i casi delle banane o del manzo agli ormoni, le esportazioni di organismi geneticamente modificati (Ogm) hanno contribuito alla mobilitazione di vasti settori dell'opinione pubblica contro la tirannia di un'organizzazione internazionale che si vuole al di sopra di tutto. Come siamo arrivati fino a questo punto?
In principio era l'Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (Gatt). Dal 1947 gli ambasciatori dei paesi membri (o "parti contraenti") di questa istituzione essenzialmente una tavola rotonda di negoziati lavorano con discrezione per far diminuire i diritti doganali sulle merci. Al termine dell'ottavo ciclo di negoziati l'Uruguay Round, che si è prolungato dal 1986 al 1993 questi lunghi anni di sforzi ottengono finalmente un esito positivo: nel marzo 1994 i ministri riuniti a Marrakech firmano l'atto di nascita dell'Omc, le cui 800 pagine (che con gli allegati arrivano a diverse migliaia) danno al commercio mondiale una cornice ben più vincolante di quella del fragile Gatt.
I lobbisti delle imprese multinazionali, da tempo al fianco dei negoziatori ufficiali, si fregano le mani nell'ombra: con l'Omc essi hanno a disposizione lo strumento ideale per portare a compimento la globalizzazione e imporre nuove regole le loro a tutte le attività umane che ormai vengono definite oggetto di "commercio".
L'Omc, che a differenza del Gatt ha lo statuto di organizzazione internazionale, conta 134 stati membri, ai quali si aggiungono una trentina di osservatori. A confronto con quelli della Banca Mondiale o del Fondo monetario internazionale (Fmi) gli effettivi del suo segretariato circa 650 persone sono modesti; l'Omc occupa a Ginevra gli stessi locali del vecchio Gatt. Il suo nuovo direttore generale, designato al termine di scontri tanto aspri quanto disdicevoli, si chiama Mike Moore. Fra tre anni, questo neoliberista neozelandese sarà sostituito dal candidato sconfitto, il thailandese Supachai Panitchpakdi, che porterà a termine il resto del mandato di sei anni.
La vasta dimora dell'Omc sulle sponde del lago Lemano accoglie ormai non solo il Gatt, sempre incaricato della liberalizzazione del commercio delle merci, ma anche una buona dozzina di altri accordi. Fra i più importanti, quello sull'agricoltura e l'Accordo generale sul commercio dei servizi, detto Gats, che copre da solo più di 160 settori e sottosettori, fra i quali l'educazione, la sanità e l'ambiente (1). Il Trips disciplina la proprietà intellettuale, comprese la biotecnologia e il brevetto di microrganismi e di processi microbiologici. Quanto al Trims, si occupa degli investimenti "in relazione al commercio".
Una delle principali missioni dell'Omc, l'eliminazione delle "barriere non tariffarie" al commercio, viene compiuta in parte grazie a due altri accordi che di tecnico hanno solo l'apparenza: quello sulle barriere tecniche al commercio (Tbt) e quello sulle misure sanitarie e fitosanitarie (Sps), che pretendono entrambi di armonizzare le norme e le regole in materia di protezione dell'ambiente, della salute pubblica e dei consumatori. In pratica, questa "armonizzazione" impone dei plafond che, al termine, avranno per effetto quello di allineare tutte le legislazioni nazionali, soprattutto le più efficaci, al minimo comune denominatore, mettendo così fuori legge il principio di precauzione. Chi rifiuta di importare il tale o il tal altro prodotto, perché suscettibile di essere pericoloso per la salute o distruttivo per l'ambiente, deve produrre la prova scientifica di queste asserzioni. Non sta più al produttore dimostrare l'innocuità di quanto pretende di vendere. Una delle battaglie di fondo fra i paesi membri dell'Omc verterà su questo principio: su chi incombe l'onere della prova? Quali sono la posizione e i limiti della scienza quando sussistono dei dubbi?
Il temibile Organo di regolamento del contenzioso (Ord), che corona l'edificio dell'Omc, costituisce la fonte del suo potere esecutivo e legislativo. Una volta, quando il Gatt voleva sanzionare un paese che non rispettava le sue regole del gioco, tutti i membri dovevano essere d'accordo compreso quello che doveva subire le sanzioni. Come a dire che il Gatt mancava un po' d'autorità! L'Omc, dal canto suo, impone una disciplina inversa e implacabile: quando il suo Ord impone sanzioni, i membri, compreso il ricorrente, devono essere unanimi nel decidere di non applicarle. Da qui, ad esempio, il diritto incontestabile degli Stati uniti di penalizzare il roquefort, il foie gras e la mostarda di Digione imponendo loro diritti di dogana proibitivi. Gli europei rifiutano di importare manzo agli ormoni, nonostante l'ingiunzione dell'Omc? Non fa niente, purché paghino ogni anno il lucro cessante agli Stati uniti e al Canada.


In virtù del gioco delle "rappresaglie incrociate", questi paesi scelgono i prodotti da tartassare: c'è di che indurre alla riflessione anche gli avversari più recalcitranti.
I gruppi speciali (panels) dell'Omc, che hanno risolto più di 170 controversie a tutt'oggi, sono designati in condizioni poco chiare. I nomi degli "esperti" che li compongono e che si riuniscono a porte chiuse, senza ammettere a deporre alcuna persona esterna non sono resi pubblici. Di questa procedura impenetrabile non si sa nulla, se non che è estremamente celere: nella maggior parte dei casi un conflitto viene regolato in dodici, massimo diciotto mesi. Il Canada, primo produttore mondiale di amianto, sperava di beneficiare di questa rapidità per costringere gli europei a importare di nuovo questa sostanza cancerogena: la decisione del gruppo speciale doveva essere annunciata all'inizio di dicembre, proprio al momento dell'apertura della conferenza ministeriale di Seattle.
Stranamente, è stata rinviata al marzo del 2000 Far saltare tutte le protezioni Senza far rumore, l'Omc ha così creato una vera corte internazionale di giustizia che detta legge e stabilisce una giurisprudenza nella quale le leggi nazionali diventano "ostacoli" al commercio, e che scarta sistematicamente qualsiasi considerazione ambientalista, sociale o di salute pubblica.
Operando così, non fa altro che rispettare i grandi principi che reggono tutta la sua attività. Per esempio, la clausola della nazione più favorita esige una uguaglianza di trattamento fra prodotti simili provenienti da diversi paesi membri. Su questa base, con la decisione presa sul caso delle banane, l'Omc ha potuto negare all'Unione europea il diritto di avere una politica estera. Per l'Omc una banana è solo una banana, che provenga dall'Ecuador o dalle antiche colonie europee i paesi detti Acp (Africa, Caraibi, Pacifico). A morte la Convenzione di Lomé! La causa "banana" è stata intentata dagli Stati uniti, che agivano per conto di Chiquita Brands, già United Fruit. Poco importa che gli operai della Chiquita siano notoriamente maltrattati o che gli agricoltori dei Caraibi non abbiano alcuna soluzione in alternativa alla produzione di banane. L'importante è che l'amministratore delegato della Chiquita versi grosse somme ai due partiti politici americani. Il rum e lo zucchero, ugualmente coperti dalla convenzione di Lomé, rischiano di subire un'identica sorte.
La clausola del trattamento nazionale vieta qualsiasi discriminazione verso i prodotti di origine straniera, in particolare sulla base delle condizioni umane o ecologiche nelle quali avviene la loro produzione. In altre parole, i "processi e metodi di produzione" (Pmp) non vanno assolutamente presi in considerazione. A questa regola fanno eccezione solo le merci prodotte da detenuti. Ma non si possono invocare né lo sviluppo sostenibile né i diritti umani, e quindi non si devono né ricompensare né punire i partner commerciali in funzione della loro aderenza a questi concetti. L'articolo che riguarda "l'eliminazione delle restrizioni quantitative" punisce l'imposizione di contingenti e il rifiuto di importare o di esportare. Questa norma potrebbe rendere nulli numerosi accordi multilaterali sull'ambiente e diversi patti sociali.
In effetti, come sarà possibile impedire il commercio di specie animali in pericolo di estinzione o quello di rifiuti tossici?
Come limitare le esportazioni di cereali, anche in periodo di penuria alimentare a livello nazionale, o quelle di tronchi d'albero, anche in presenza di foreste devastate? Gli accordi sulle barriere tecniche e sulle misure sanitarie e fitosanitarie vengono a rinforzare questo arsenale legale. Misurate con questo metro, un numero incalcolabile di norme, regolamenti o leggi nazionali potranno facilmente essere qualificate come "ostacoli al commercio".
Ecco quindi alcune delle trappole disseminate sulla strada del vertice dell'istanza suprema dell'Omc, la conferenza ministeriale di Seattle. Le precedenti (Marrakech nel 1994, Singapore nel 1996, Ginevra nel 1998) ne hanno stabilito l'ordine del giorno: si tratterà di rivedere gli accordi sull'agricoltura, sui servizi e, in linea di massima, sulla proprietà intellettuale. Seattle deve decidere il contenuto preciso di quello che viene pomposamente definito, seguendo Sir Leon Brittan, il Ciclo del millennio (Millennium Round).
Il progetto è quello di concludere questo ciclo con un accordo globale nei tre anni venturi. Il negoziato deve far progredire la liberalizzazione e impedire qualsiasi sorta di retromarcia: è la regola dell'Omc. Di conseguenza gli Stati uniti esitano a far riaprire l'accordo Trips e la questione controversa degli Ogm, tanto più che i paesi africani, con un passo senza precedenti presso il segretariato dell'Omc, hanno dichiarato la loro opposizione al brevetto di organismi viventi.
Si annuncia una battaglia senza esclusione di colpi fra il Gruppo di Cairns che raccoglie i paesi grandi esportatori agricoli, Stati uniti in testa e l'Europa e il Giappone, che si presume proteggano "troppo" i propri agricoltori. Per il Gruppo di Cairns i prodotti agricoli devono essere posti in concorrenza al pari di qualsiasi altra merce. L'Unione europea, sotto la pressione della Francia, fa valere la "multifunzionalità" dell'agricoltura, che protegge la diversità, l'ambiente e la vita rurale (2). I produttori americani, da parte loro, incoraggiano il loro governo a "resistere energicamente a ogni tentativo di introdurre il concetto di multifunzionalità (3)".
Non si sa ancora in quale ordine saranno affrontati i numerosi ambiti coperti dall'accordo sui servizi. Tuttavia, se si intende bene il senso dato al termine "orizzontale" viene immediatamente da sfoderare gli artigli, perché nel gergo dell'Omc questo significa che una misura di liberalizzazione accettata in un ambito deve essere estesa a tutti gli altri. Una norma di liberalizzazione applicata, per esempio, alle banche o alle compagnie assicurative dovrebbe esserlo anche all'istruzione o alla sanità.
Se gli Stati hanno le loro priorità, anche il mondo degli affari ha le proprie. La Coalizione americana delle industrie di servizi (Uscsi) pone l'accento sulla distribuzione, la finanza, le tecnologie dell'informazione, le telecomunicazioni, il turismo e la sanità. Dall'altra parte, sotto la presidenza dell'amministratore delegato della Barclays Bank, il Gruppo europeo dei leader dei servizi (Eslg) si occupa di 21 settori.
Per aiutarli, la Commissione di Bruxelles ha messo in opera un sistema elettronico che permette ai "negoziatori europei di consultare rapidamente l'industria" (4).
La Coalizione americana dei servizi dell'energia ingiunge a Charlene Barshevsky, rappresentante speciale del presidente per il commercio e quindi capo della delegazione americana di far aggiungere le proprie attività all'accordo sui servizi, nel quale ancora non figurano. Con i suoi 27 membri, rappresentanti centinaia di miliardi di dollari, per non parlare dei kilowatts e delle termie, questa coalizione rischia di averla vinta. Il Brasile, la Francia e la Norvegia, ancora adepte del servizio pubblico in questi campi, sono stati identificati come "possibili oppositori" (5).

Alla vigilia dei negoziati di Seattle si ignorava ancora quali altri settori avrebbero potuto essere aggiunti a questo ordine del giorno detto "fisso" (agricoltura, servizi, proprietà intellettuale). Gli europei vogliono allungare la lista al massimo: investimenti, settore pubblico, "facilitazioni" al commercio, politica della concorrenza, ambiente, diritto del lavoro, trattamento speciale per i paesi del Sud. Tutto fa brodo per stabilire, così credono, un miglior rapporto di forze con Washington e ridurre in proporzione le temute pressioni sull'agricoltura.
I negoziatori americani, prudenti, preferiscono per adesso non includere l'investimento, temendo di risvegliare il movimento di cittadini che ha fatto saltare l'Accordo multilaterale sull'investimento (Ami) nell'ottobre del 1998. In ogni caso, attraverso un buon accordo sui servizi che preveda il diritto di presenza commerciale si possono già ottenere sensibili vantaggi per gli investitori. Gli americani non vogliono nemmeno affrontare il tema del commercio elettronico: questo settore, ancora vergine di qualsiasi regolamentazione, deve rimanere una giungla governata dalla regola della tariffa zero. Il settore pubblico circa il 15% del prodotto nazionale lordo (Pnl) della maggior parte dei paesi è evidentemente un ghiotto bersaglio.
Gli Stati uniti, che vorrebbero farlo figurare all'ordine del giorno, dovranno forse accontentarsi per ora di un gruppo di lavoro, salvo poi liberalizzare il settore in un secondo momento.
In compenso, non transigeranno sull'iscrizione all'ordine del giorno dell'iniziativa detta Atl ("Liberalizzazione accelerata delle tariffe") che definisce otto campi alquanto disparati nei quali l'annullamento delle tariffe doganali deve rapidamente diventare la regola. A fianco dei gioielli, dei giocattoli e delle attrezzature medicali troviamo cosa molto più inquietante i prodotti forestali o quelli della pesca, settori nei quali le tariffe zero potrebbero accelerare la distruzione di risorse non rinnovabili. In questa pratica Washington viene sostenuta dall'insieme dei paesi membri dell'Apec (Cooperazione economica Asia-Pacifico) i quali, riuniti, rappresentano il 60% del commercio mondiale. E non c'è da stupirsi se questa iniziativa Atl ha fatto nascere una ulteriore coalizione di imprese, fra le quali Dow, Dupont, Kodak, General Electric e l'American Forest and Paper Association (6).
Milioni di oppositori E in tutto ciò i paesi del Sud? L'Unione europea va ripetendo che devono essere oggetto di attenzioni particolari. Aspettando di vedere se queste buone parole saranno seguite da effetti, un buon numero di essi non dispone ancora di ambasciatori presso l'Omc, e lamenta di aver spesso fatto concessioni senza ottenere nulla in cambio, in particolare nel settore tessile e dell'abbigliamento. La loro priorità è quella che si proceda fin da ora all'applicazione degli impegni presi in loro favore dall'Uruguay Round. Ci sarà poi tempo per accennare ad altri argomenti. Questi paesi diffidano inoltre della velleità europea e nordamericana di discutere direttamente o indirettamente clausole ecologiche o sociali (in particolare, il rispetto delle convenzioni basilari dell'Organizzazione internazionale del lavoro). Secondo loro questi tentativi sanno di protezionismo camuffato e potrebbero annullare i soli veri vantaggi di cui dispongono i paesi poveri.
Il movimento internazionale che ha atterrato l'Ami si è mobilitato molto rapidamente contro una Omc profondamente antidemocratica e distruttrice delle libertà come dell'ambiente. Accusato spesso dai partigiani del libero scambio di voler ricondurre il mondo agli anni '30 e alle guerre commerciali se non addirittura alla guerra tout court questo movimento risponde che il commercio internazionale necessita di regole, ma non di quelle dell'Omc. Esiste un altro diritto internazionale diritti umani, accordi multilaterali sull'ambiente, diritto del lavoro al quale gli scambi dovrebbero essere subordinati.
L'economia deve essere al servizio dei cittadini e del loro ambiente naturale, e non viceversa. Liberalizzando troppo si uccide la libertà.
Più di 1.200 organizzazioni di 85 paesi domandano che nessun nuovo settore ricada sotto la giurisdizione dell'Omc e che una moratoria sui negoziati venga decretata nell'attesa di un riesame e di una valutazione completa dei risultati e del funzionamento di questa organizzazione, da compiere con la partecipazione piena e completa dei cittadini. Un cambiamento storico si sta realizzando in seno al processo di "globalizzazione": milioni di persone si mobilitano, a livello nazionale e internazionale, su un tema in apparenza tecnico, complicato, distante. Diverse decine di migliaia di persone si raduneranno a Seattle dove si prevede la più grande manifestazione mai vista negli Stati uniti dopo quella di Chicago nel 1968, in occasione della convenzione del Partito democratico.
Le consegne degli organizzatori ai manifestanti sono molto severe: nessuna violenza verso le persone né danneggiamenti di beni; niente droghe né alcol; restare sempre in piccoli gruppi, composti da un minimo di cinque a un massimo di venti persone, con responsabilità ben definite in caso di arresto o di provocazioni. Un collegio di avvocati assisterà tutti quelli che verranno fermati dalle forze dell'ordine, che sono letteralmente sul piede di guerra: i servizi segreti, l'Fbi, l'Ufficio dell'alcol, del tabacco e delle armi da fuoco, l'Agenzia federale per la gestione degli stati di emergenza, lo sceriffo della contea e la polizia di Seattle hanno messo in opera un serrato dispositivo contro questa gigantesca sfilata goliardica, le cui armi saranno la scalata di edifici, gli striscioni, i comizi e il teatro di piazza.
Tutti sono uniti attorno a una certezza: bisogna lottare gli uni per gli altri, altrimenti alla fine tutti saranno sconfitti. Il contadino non si interesserà quindi solo di agricoltura, né il cineasta di film o il consumatore della propria salute. Non esiste un problema del manzo, della banana, della diversità culturale o del brevetto di organismi viventi: il vero problema è l'Omc.



note:

* Presidentessa dell'Osservatorio sulla globalizzazione, direttrice associata del Transnational Institute (Amsterdam). Ha appena pubblicato The Lugano Report. On Preserving Capitalism in the Twenty-first Century, Pluto Press, Londra, 211 pagine, ú 9.99.

(1) Si veda la lista dei servizi in Susan George, "Omc, ovvero: come consegnare il mondo alle transnazionali", Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 1999.

(2) Si legga José Bové, "La via contadina all'agricoltura" Le Monde diplomatique/il manifesto, ottobre 1999.

(3) Lettera degli US Wheat Associates all'ambasciatrice Charlene Barshevsky, 23 luglio 1999.

(4) GATS 2000 Opening Markets for Services, documento senza data della Commissione europea (DG1).

(5) Lettera della Coalizione americana dei servizi energetici a Charlene Barshevsky, 11 giugno 1999; "U.S. to press for new energy agenda in services negotiations", Inside US Trade, Washington, 11 giugno 1999
(6) Lettera della Coalizione Atl all'ambasciatrice Barshevsky, 6 agosto 1999.
(Traduzione di A. B.)

 

 

 

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