CRISI
LIBANESE: INTERVISTA CON PADRE SAMIR (10/08/2006) |
Ascolta
l'intervista con padre Samir
IL
LIBANO DIVISO ORMAI IN UNA DECINA DI PICCOLI PAESI
CONTINUA AD ESSERE STRETTO TRA LA MORSA DI ISRAELE E DEGLI
HEZBOLLAH
-
Intervista con padre Samir Khalil
Samir -
Sulla
drammatica situazione umanitaria che si è venuta a creare
in tutto il Medio Oriente, ascoltiamo, al microfono di
Amedeo Lomonaco, il padre gesuita Samir
Khalil Samir,
docente di Storia della cultura araba e Islamologia
all’Università Saint-Joseph
di Beirut:
R.
– Ormai il Libano, che è già piccolissimo, uno dei più
piccoli Paesi del mondo, è diviso in una decina di
paesini. Non si riesce a passare da un villaggio
all’altro, perchè tutte le strade sono tagliate, oltre
al fatto che la benzina è aumentata dieci volte di più e
in certe zone 50 volte di più o non ce n’è più.
D.
– Un Paese, dunque, isolato dove la distruzione è
causata non solo dagli attacchi israeliani, ma anche dalle
pretese degli Hezbollah?
R.
– Materialmente la distruzione è unicamente
d’Israele. Hezbollah può
essere considerato come quello che ha provocato la
reazione israeliana. E’ la reazione israeliana, però,
che ha causato distruzione. Hezbollah
ha un’immensa responsabilità, perchè in realtà sta
usando il Libano per raggiungere i suoi scopi, che non
sono quelli del Libano. Israele ha approfittato di questo
pretesto per dire: “Dobbiamo sradicare definitivamente Hezbollah,
come Hamas”. Questa è la visione discutibile, la
tattica, secondo me, d’Israele. Perché - per utilizzare
il linguaggio israeliano e nordamericano - pensa di
combattere il terrorismo, in questo caso islamico, con la
guerra. I fatti hanno dimostrato sia in Afghanistan, sia
in Iraq, sia altrove nel mondo, che il terrorismo non si
distrugge con un esercito, ma che, essendo un’ideologia,
vanno sradicate le idee che stanno sotto, la mentalità
che sta sotto. Questa è la vera lotta contro il
terrorismo.
D.
– Come interpretare storicamente, io direi soprattutto
umanamente, la durissima reazione d’Israele, il cui
popolo ha già conosciuto purtroppo la sofferenza, la vera
sofferenza?
R.
– Israele è come se fosse ossessionato dall’idea di
essere la vittima del mondo e, in questo momento, del
mondo arabo e del mondo musulmano. In realtà, ciò è
sbagliato. Entrambi sono vittime. I palestinesi sono
storicamente, certamente, le prime vittime nella regione,
ma non è questo il problema. Hanno pensato di poter
sradicare con un bombardamento ben mirato tutte le forze
degli Hezbollah, il che non è
accaduto e non potrà mai accadere, perché si sa che,
tecnicamente, non si può sradicare il terrorismo in
questo modo. Gli Stati Uniti non sono riusciti a prendere Bin
Laden con tutta la loro
tecnica, la più avanzata nel mondo. Lo stesso accadrà
qui. Una cosa mi colpisce sempre: Israele non ha
accettato, ed anche in questi giorni, la presenza di una
forza internazionale. Quando si dice che deve essere
creata una forza internazionale robusta per separare le
parti, si dice sempre che deve essere alla frontiera
dell’altro Paese, cioè quella libanese. Perché non
mettere, invece, cinque chilometri in Israele e cinque
chilometri in Libano, per fare una zona tampone di dieci
chilometri? L’idea di decidere per gli altri, del bene e
del male, pare purtroppo la caratteristica dei capi
attuali d’Israele. C’è la psicosi della guerra, del
“noi siamo vittime e non c’è altro metodo che la
guerra”. Io penso, invece, che dobbiamo fare un lavoro
su di noi, interiore: noi arabi, come gli israeliani, noi
libanesi, come i palestinesi, come i siriani, per
liberarci da tutte queste psicosi e dire “vogliamo sì o
no creare una zona di pace, una
regione che potrebbe essere una delle più belle della
terra, la regione mediorientale?” Dobbiamo e possiamo
fare l’unione mediorientale.
D.
– Un’unione che includa anche Israele?
R.
– Ma certo. Che includa l’Iran, la Turchia, l’Iraq.
Tutti vogliono il loro spazio e non lo trovano.
Giustamente lo vogliono. Concluderei con San Paolo, quando
dice: “Del resto noi sappiamo che tutto concorre al bene
di coloro che amano Dio”. E Sant’Agostino
aggiungeva come commento:
“Anche il peccato”. Da questa guerra può germogliare
un fiore meraviglioso, come può germogliare la morte.
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Per la Radio Vaticana, Amedeo
Lomonaco, 10 agosto 2006

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