da
"La Repubblica", 28 settembre 2001
GENTILE presidente
Berlusconi, l'ho
appena sentito al telegiornale parlare della superiorità della nostra civiltà
su quella islamica, e della singolare coincidenza fra mobilitazione antiglobale
e assalto terrorista. Commento queste frasi. È scontato che sia in disaccordo
con lei. Sono anche un po' d'accordo: mi stia a sentire.
Cominciamo dalla seconda frase, che lei
non può pensare sul serio. La stessa espressione "singolare
coincidenza" non andrebbe usata, fa temere una sospettosità un po' tetra.
Immagino che lei sia stato colpito, e questo è senz'altro comprensibile, dalla
notizia sul progetto di attentato contro Bush (e dunque gli altri, e lei) a
Genova: a ripensarci dopo Manhattan, c'è da rabbrividire.
MA c'è da rabbrividire anche per i
manifestanti neo-global. Minaccia fisica a parte -per modo di dire - il loro
movimento sarebbe stato schiacciato dall'assalto.
L'aggettivo "singolare"
suggerisce una corresponsabilità dei manifestanti coi Grandi Terroristi,
semplicemente assurda. Lei non deve cedere a un pensiero simile, per un'altra
ragione: che alla "nostra civiltà" -veniamo così all'altro concetto
piccante da lei espresso - appartiene decisivamente l'esistenza libera di un
dissenso come quello degli obiettori alle istituzioni globali. Questa critica
(indebita solo quando eccede gli articoli del codice penale, e in proporzione
rigorosa con la violazione) non può essere riguardata come una fattispecie,
subdola o "oggettiva", comunque "singolare", di intelligenza
col nemico. Dunque, veniamo alla "superiorità della nostra civiltà".
C'è anche qui un aggettivo indifendibile nella sua formulazione, quel confronto
con la civiltà "islamica".
Che non esiste. Non in questo senso,
almeno. Se uno lo dice, in questo contesto, contraddice il connotato più saggio
e meno ipocrita della risposta finora data dallo stesso governo americano: non
è un confronto di civiltà, il nemico non è l'Islam. Meglio abbandonare presto
quell'aggettivo: anche per passare alla ben più coinvolgente questione della
"superiorità". Qui l'ipocrisia entra molto. Infatti la persuasione di
una "superiorità" -uso per ora la sua parola - della propria civiltà
è pressoché universale: ma una delle differenze essenziali sta proprio nella
scelta di dichiararla o di rinunciare a quel nome. La verità è che noi per lo
più pensiamo, come lei -anch'io lo penso, passando sopra a certi dettagli - che
il modo della nostra vita associata sia incomparabilmente preferibile a quello
del resto del mondo: islamico o no, anche africano non musulmano, anche cinese,
anche indiano. Però noi tradiamo questa convinzione (non la prenda per una
capziosità fatua) quando proclamiamo una nostra "superiorità".
Gliene suggerisco due ragioni principali, che non hanno a che fare con
l'ipocrisia. La prima. Noi possiamo essere più laici, cioè, precisamente, più
consapevoli dei nostri errori e delle nostre colpe. Meno giovani, anche: meno
avventati ed eccitati. Non abbiamo voglia di guerre di religione, per sazietà:
ci siamo sterminati nelle nostre intestine guerre di religione fino all'altro
ieri. Non abbiamo neanche tanta voglia di guerre: ci siamo sterminati nelle
nostre guerre totalitarie fino a ieri.
Non siamo più così virili: ci siamo
effeminati, compimento (ancora parzialissimo) e svolta insieme dell'intera
nostra storia culturale. Abbiamo "dato" il voto alle donne per la
prima volta, se non sbaglio, in Norvegia nel 1905, e in Italia nel 1946. Appena
ieri. Ancora di più abbiamo aspettato a rassegnarci a che le donne decidessero
del proprio abbigliamento, della libera uscita da casa, del controllo sul
proprio corpo e sulla propria maternità: le gerarchie cattoliche vi si
oppongono ancora, le leggi vacillano ancora, e ancora vacilliamo noi
personalmente. Queste recentissime novità sono il cuore della nostra
sperimentale e azzardata "superiorità" rispetto ad altri luoghi del
mondo, nei quali principii e costumi opposti non "sopravvivono" come
prosecuzioni di culture tradizionali, ma emergono di bel nuovo come reazioni
alla modernità, e allo spettacolo del nostro proprio modo di vita. In questo
sta un connotato determinante della loro "inferiorità" (uso ancora
queste parole, per buttarle via subito): in quei luoghi infatti la continuità
di culture tradizionali è drasticamente ridotta, e soverchiata da una forma
peculiare e triste di modernità. Una modernità guardata, per così dire,
dall'altra parte: dal lato opposto al senso unico impresso da qualche secolo
alla storia del mondo dal mirabile slancio della scienza e della tecnica
occidentali, dal lato dei consumi proposti e negati, dal lato capovolto del
progresso. Lungo questa strada c'è, inevitabile, lo scontro frontale. Anche le
rispettive tentazioni delle nostre inimicizie sono diverse. Noi siamo insidiati
dal disprezzo e dalla paura: per un mondo di folle anonime, esaltate, maschili.
Loro dall'odio e dalla vendetta. Disprezzo e paura rendono imbelli; odio e
vendetta rendono intrepidi. La nostra vita costa cara, la loro è senza valore,
salvo quando venga scagliata contro di noi. Ci assaltano con una cintura di
dinamite o con un nostro aereo e un loro temperino. Noi per reagire mobilitiamo
la più immane potenza dei cieli della terra e delle acque. Stiamo gli uni agli
altri in proporzione inversa di numero, di potenza e di impotenza. Della nostra
lenta e drammatica maturazione fa parte l'idea di una relatività delle culture.
Che non ce ne sia una sola, ma molte, e mutuamente degne di rispetto: non solo
per principio, ma per effettivo merito, per autentica ricchezza delle diversità.
Com'è cresciuta questa idea di tolleranza e di curiosità rispettosa? Sulla
scia della sopraffazione di altre culture, di altre genti, di altri mondi.
L'antropologia, l'etnologia hanno accompagnato l'espansione della nostra cultura
come l'impresario funebre segue il reggimento. Nello stesso giorno in cui lei
nominava la superiorità, un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere se la
prendeva senz'altro con la relatività culturale. Questione più complicata,
purtroppo, perché non si tratta di un aut aut, ma di una misura. Anche la
considerazione della relatività culturale è relativa: non è un gioco di
parole. Esemplifico subito, con esempi collaudati. Se non riconosco la misura,
il limite, arrivo (ingenuamente, o ottusamente) a proporre che infibulazioni,
clitoridectomie eccetera, pratiche preislamiche assai diffuse e anzi anch'esse
riattizzate, vengano eseguite presso le nostre Asl, con vantaggio
dell'accuratezza, dell'igiene e dell'anestesia.
Chiamai "modello di sir
Phileas Fogg" il criterio -duttile - da seguire. Si ricorda, è nel Giro
del mondo in ottanta giorni. C'è il rogo tradizionale del defunto maragià, il
suttee, delizia degli studi etnologici, e la giovane vedova stordita per esservi
bruciata viva: al diavolo il relativismo culturale, astuzie, corruzione e botte
da orbi, tutto è benvenuto per rapire la bella Auda alla orrenda catasta,
portarla in salvo a Londra (e, caso mai, sposarla). Un senso appena decente del
confine del relativismo culturale avrebbe imposto al mondo di fare i conti con
l'esperimento Taliban, ben prima dell'assalto alle Torri. Perché l'altra
conferma della natura tradizionalista ma non tradizionale (così come islamista
e non islamica), non tradizionale dunque, né "medievale", ma
perversamente moderna, di barbarie come lo Stato-non Stato afgano, sta nel
grande mondo assaggiato da quegli scolari coranici e dai loro magnati arabi,
foto ricordo di Ben Laden a Stoccolma, ma soprattutto nella violenza estrema
imposta alle donne afgane. Non schiave assuefatte tradizionalmente alla clausura
domiciliare, ma persone già istruite, libere, vive, frequentatrici di scuole e
di luoghi di lavoro, con un viso e delle unghie curate, capaci di ridere e di
cantare, catturate in un agguato improvviso e recluse nel burqa e nelle mura. La
tradizione dei mullah di Kabul è solo questo: la cattura di donne che erano
scappate dal recinto del bestiame, già da tanto tempo. Essendo questo il centro
della questione, una partita strategica si gioca in Iran, il paese in cui più
strenua è la guerra minuta che donne esperte di libertà conducono contro i
loro picchiatori dalla barba regolamentare.
Così. Molti italiani, molti
europei, hanno nostalgia di identità assolute e imputano al relativismo
culturale l'indegnità, ai loro occhi, di dare in affitto a fedeli musulmani un
garage in cui pregare Dio. Non è passato molto tempo da quando in odio al
relativismo culturale a Torino non si affittava a meridionali: di giorno in
fabbrica, di notte chissà -come gli immigrati extraeuropei di oggi. In
compenso, i codici erano così rispettosi della relatività culturale da
contemplare il delitto d'onore, e da fare della mafia un attraente fenomeno
antropologico. E allora, perché vietarsi la parola "superiorità"?
L'ho detto: perché le cose cui più teniamo le abbiamo appena conquistate, e
ancora poco, e ancora a rischio, e l'ombra del nostro passato è ancora così
corta da fare dei migliori di noi dei pellegrini penitenti. E perché dunque non
vogliamo offendere altri. Non possiamo chiamare superiore un nostro modo di
vita, senza chiamare inferiori altri. Possiamo proporre, non forzare. Salva
quella questione di misura: dove intervenga la legittima difesa, e l'obbligo del
soccorso.
Lei,
Berlusconi, ha inasprito dopo Genova il suo ripudio delle
critiche all'andamento del globo. Si capisce, con quella festa guastata, ma è
un peccato. Io penso che un terzomondismo ripescato non sia il futuro di quelle
critiche, e tanto meno una loro "singolare coincidenza" di quinte
colonne. Esse spingono a una riconversione qui del nostro modo di vita, senza la
quale nessun credito sul destino del mondo ci sarà riconosciuto. Una
riconversione che freni la consunzione della terra, e che riduca l'ostentazione
e la venerazione della ricchezza. Di più: molta parte del mondo senza scarpe
freme per scagliarsi a testa bassa contro i grattacieli del mondo ricco non in
nome della povertà, ma per disprezzo dell'economia, per così dire.
Agli occhi
di quelle folle la povertà si trasfigura in idealismo ebbro: ciò che aborrono
come una bestemmia è il sontuoso presepio di manichini e mannequin delle
vetrine di New York o dei canali televisivi. In questo sguardo rabbioso e
frustrato c'è forse un talento che dovremmo fermarci a considerare, per
guardare meglio a noi stessi. Per tenerci cara la nostra libertà, ma diventare
più discreti e attenti, per così dire. Per non dare scandalo. Non voglio
usurpare il senso evangelico, ma lì non si dice di non fare qualcosa, si dice
di non dare scandalo. Non di non essere attaccati al proprio credo civile, ma di
non vantarne la superiorità in faccia al mondo. Il mondo è sensibile e
permaloso. In certi momenti è intrattabile. Ma questo dello scandalo è già un
nuovo argomento, e la saluto.
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
HUNTINGTON S., "Lo
scontro delle civiltà" - Garzanti MI 1997