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QUINTA PARTE -
L’emergenza
acqua divide i grandi della Terra
JOHANNESBURG
- La crisi globale dell'acqua e l'obiettivo di ridurre della metà
il numero delle persone che ancora non hanno accesso a questa
risorsa (un miliardo e mezzo di uomini, donne e bambini) è
stato il tema dominante della terza giornata dei lavori del
Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, ieri a Johannesburg.
Un tema di grande rilevanza per i Paesi del Terzo mondo, dove
2,2 milioni di persone, soprattutto bambini, muoiono ogni anno
per malattie associate all'impossibilità di bere acqua pulita,
a scarsa igiene e a mancanza di sicurezza sanitaria. I Paesi del
Terzo mondo hanno compattato un fronte comune, capeggiato dal
Sud Africa, per esercitare pressioni affinché siano concordati
provvedimenti di bonifica idrica atti a dimezzare entro l'anno
2015 il numero di persone prive della disponibilità di acqua
potabile. Esiste tuttavia anche un fronte contrario ad un
impegno di questo genere per provvedimenti massicci di
potabilizzazione dell'acqua, che vede in prima fila Stati Uniti
ed Australia. Fra i Paesi industrializzati, si è pronunciato
energicamente a favore il governo britannico. Il Sud Africa, dal
canto suo, può vantare di avere già raggiunto l'obiettivo.
Gli Usa hanno ribadito la loro contrarietà a fissare target
sulla sanità di base. «I target non salvano i bambini», ha
detto il delegato John Turner. Gli Usa pongono piuttosto
l'accento sugli investimenti per finanziare progetti concreti e
sulle partnership da creare. Gli Usa hanno presentato a
Johannesburg progetti per l'Africa un valore di 4,5 miliardi di
dollari. Per l'acqua, hanno annunciato una disponibilità di
investimento di 970 milioni di dollari nei prossimi tre anni.
Sull’emergenza idrica è intervenuto ieri anche Nelson mandela.
«Quando torno nel villaggio della mia gioventù, la povertà
della popolazione e la devastazione dell'ambiente naturale mi
colpiscono in modo molto doloroso. È soprattutto la mancanza di
acqua pulita a preoccuparmi di più», ha detto l'ex presidente
parlando ai delegati del vertice.
Ai lavori sull'acqua, che si tengono in assemblea plenaria, si
aggiungono quelli sul commercio e la finanza che si svolgono
parallelamente nelle stanze del “Vienna setting" e del
“gruppo di contatto", dove sono riuniti
diplomatici ed esperti delle delegazioni dei 190 Paesi presenti
a Johannesburg, per tentare di avvicinare le posizioni.
«L'atmosfera dei colloqui è abbastanza buona», ha riferito ai
giornalisti John Ashe, ambasciatore di Antigua, che conduce i
negoziati per conto dell'Onu su questo dossier molto
“caldo". Ashe ha aggiunto che restano da risolvere due
importanti questioni: i sussidi considerati distorsivi per il
commercio (come quelli, secondo i Paesi in via di sviluppo, che
i Paesi ricchi, sopratutto l’Ue, destinano all'agricoltura) e
la globalizzazione, sulla quale si confrontano filosofie
diverse. I Paesi del G-77 puntano di più l'accento sulle sfide
di questo processo e i timori che possa ampliare anziché
ridurre le disuguaglianze, i Paesi ricchi sulle opportunità.
Ashe non ha escluso che le due questioni vengano rinviate.
Gli Usa mettono i bastoni sulle ruote anche per la questione
delle energie rinnovabili. Il tema del contendere è la
definizione di un obiettivo preciso di incremento della
produzione di energia derivante da fonti rinnovabili. L'Unione
europea lo vuole fissare al 15% entro il 2010. Gli Stati Uniti
rifiutano qualsiasi target vincolante.
Continua intanto a creare polemiche lo scottante tema dei
pesticidi. Il dossier è tornato in alto mare per le forti
divisioni tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati. Il
G-77 ha chiesto infatti ai Paesi più ricchi di tenere in «stretto
conto» le diverse esigenze di crescita dell'agricoltura dei
Paesi in via di sviluppo, opponendosi a che vengano stabilite
scadenze uguali per tutti per l'eliminazione delle sostanze
chimiche più dannose. Unione europea e Usa condividono la
necessità di stabilire una data (il 2020) per l'eliminazione di
queste sostanze, ma altri Paesi preferiscono parlare solo di «riduzione».
Sul tavolo resta ora una formula di compromesso che annacqua di
molto la formulazione originaria del testo.
L’energia
divide Usa e Ue
JOHANNESBURG
- Una giornata senza grandi sussulti quella di ieri al Vertice
sulla Terra di Johannesburg. Si gira intorno alle parole e si
procede a fatica. Difficile attendersi qualcosa di importante al
termine - il 4 settembre - dei dieci giorni di lavoro durante i
quali nel frattempo la Terra avrà perduto 305 mila bambini,
stroncati da banali malattie, mentre 60 mila saranno finiti
nell’inferno dell’Aids.
L’Unione Europea continua a ripetere che dal Vertice devono
uscire «obiettivi e tempi di attuazione» chiari e definiti. E
Gli Stati Uniti continuano a non essere d’accordo con questa
filosofia sottolineando che loro non si perdono in chiacchiere
ma puntano al sodo attraverso la via degli accordi bilaterali.
Quanto sia difficile il cammino verso un mondo più pulito e più
sano lo si capisce dando un’occhiata a quanto partorito ieri
in merito all’uso delle sostanze chimiche pericolose. Tre
giorni fa si era prospettato un accordo per la loro eliminazione
entro il 2020. Poi gli Usa avevano ribadito, dopo aver
coaugulato intorno alla loro posizione anche molti Paesi in via
di sviluppo, che di date non si parla. A meno che... A meno che,
come è stato deciso ieri, non ci si impegni genericamente,
appunto entro il 2020, a «minimizzare» gli effetti negativi
dell’uso delle sostanze chimiche sulla salute e
sull’ambiente. Anche sulla «minimizzazione» manca ancora
l’intesa in quanto le parti contrapposte stanno discutendo
sull’«approccio di precauzione», nebuloso suggerimento per
manifestare la buona volontà di fare qualcosa.
Sul fronte di un’energia meno inquinante la posizione degli
Stati Uniti non si è spostata di una virgola. «L’energia
rinnovabile è troppo cara, molto più cara delle altre fonti
energetiche» ha detto David Garman del Dipartimento di energia
del governo statunitense. «Per noi la priorità è aumentare il
più possibile l’acceso alle fonti energetiche, da parte di
chie ne è escluso. Per questo - ha concluso Garman - noi
lavoriamo sul territorio, con progetti concreti, ora».
«Azioni concrete, perché solo le azioni concrete possono
salvare i bambini»: così Paula Dobrianski, capo della
delegazione Usa a Johannesburg ha poi confermato la linea
americana che punta alle iniziative di partnership (cosiddette
di “tipo 2", quelle di “tipo 1" sono le iniziative
politiche) per attuare l'Agenda 21 sullo sviluppo sostenibile
concordata al vertice di Rio de Janeiro.
Gli organizzatori del Vertice hanno reso noto di aver ricevuto
finora la notifica di 218 proposte di accordi separati. Passi
concreti, certo ma che lasciano al palo la ratifica
dell’accordo sulla riduzione dell’emissione dei gas a
effetto serra siglato a Kyoto - senza gli Usa - nel 1997 in
occasione del Vertice sul Clima. Affinché entri in vigore serve
l’adesione di un numero di Paesi che siano responsabile
dell’emissione del 55% per gas. Si è a quota 70 nazioni per
un totale di 40% di emissioni. Basterebbe l’adesione della
Russia (17,4%) per farlo diventare operativo. La Cina dovrebbe
dare l’annuncio dell’adesione al termine del Vertice di
Johannesburg. L’Unione Europea, paladina del protocollo di
Kyoto sperava di arrivare a Johannesburg con l’accordo già in
vigore.
In attesa di questo traguardo, la UE, nell’ambito di un
obiettivo mondiale di incrementare del 15% l’energia pulita
entro il 2010, destinerà 700 milioni di euro l’anno ai Paesi
in via di sviluppo in cambio di un rinnovo energetico pro-paese
del 2%.
Il Messaggero,
30/08/2002
In
gioco il destino di tutti
Povertà ed ambiente, le posizioni dei paesi restano molto
distanti. Appare difficile, a questo punto, arrivare ad un
risultato positivo, che non sia di pura facciata. Ed ancora una
volta il confronto, o meglio lo scontro, tra Stati Uniti ed
Europa si profila decisivo per l'esito finale.
Il confronto di Johannesburg è rilevante non solo per le
risposte da poter dare ai grandi problemi affrontati al summit,
ma perché il suo risultato è destinato ad influenzare altri
importanti negoziati economici multilaterali in programma nei
prossimi mesi, a partire dal nuovo Round sul commercio mondiale
avviato a Doha lo scorso novembre. Sono dunque prove di
“governance" mondiale quelle che si stanno svolgendo in
questi giorni in Sud Africa.
Dopo i tragici attentati dello scorso settembre si è rafforzata
in molti paesi la convinzione che la globalizzazione
dell'economia, per funzionare al meglio, richieda nuove forme di
governo internazionale, a partire dai suoi meccanismi
distributivi. Questo per far sì che non solo pochi paesi
privilegiati, com'è avvenuto in questi anni, possano
beneficiare dei suoi frutti, potenzialmente assai ricchi, ma il
più ampio numero possibile di economie, sviluppate e non. E
povertà ed ambiente, due temi strettamente intrecciati ed al
centro del vertice di Johannesburg, sono due classici esempi di
problemi che non possono essere affrontati, e tantomeno risolti,
in un'ottica puramente nazionale, dal momento che richiedono
forme di cooperazione tra paesi.
Pur in presenza di un tale ampio consenso sulla dimensione,
natura ed urgenza dei problemi esistenti, la dinamica del
vertice di Johannesburg sta riproponendo con forza la grande
difficoltà di arrivare ad accordi e concertazioni tra paesi
sulle politiche ed i meccanismi di intervento da adottare. Forti
contrasti sono emersi a vari livelli, tagliando in alcuni casi
attraverso le distinzioni tra paesi ricchi e poveri. Ma le
differenze più inquietanti per l'esito finale del summit sono
quelle emerse, all'interno dell'area avanzata, tra Stati Uniti
ed Europa.
Gli Stati Uniti hanno riproposto con forza una gestione dei
processi della globalizzazione affidata ai rapporti bilaterali e
agli accordi con le imprese, nel rifiuto più netto di vincoli
prefissati a livello multilaterale. L'Europa punta viceversa
sulle politiche ed i rapporti multilaterali con gli altri paesi
per introdurre accordi e meccanismi di governo internazionale
della globalizzazione. E cosi', importanti problemi quali
l'energia rinnovabile e l'acqua potabile sono rimasti sul tavolo
irrisolti ed un accordo appare lontano.
Si potrebbe obiettare che il confronto-scontro tra questi due
diversi approcci non è certo nuovo ed ha già caratterizzato
altri negoziati internazionali in passato. Vanno comunque
sottolineate l'inusitata asprezza ed intransigenza delle
posizioni americane, rispetto ad altre esperienze, su molti dei
dossier ancora aperti.
Esistono tuttavia ancora margini per un compromesso accettabile.
E' così importante che si continui a lavorare per un accordo
positivo finale che preveda scadenze e risultati controllabili
su alcuni rilevanti temi, quali l'energia rinnovabile, l'acqua
potabile, il surriscaldamento, le barriere protezionistiche. In
questa prospettiva il ruolo dell'Ue resta decisivo ed ancor più
la coesione tra i suoi membri sulla piattaforma negoziale e
sulle proposte finali da avanzare. Anche il contributo
dell'Italia sarà a questo riguardo assai rilevante ed è
importante che il Presidente del Consiglio lo ribadisca domani
nel suo intervento al summit.
La posta in gioco è in effetti molto alta. Un fallimento di
Johannesburg, lo si è già osservato, aggraverebbe non solo
molti dei problemi affrontati al vertice ma danneggerebbe
seriamente anche la prospettiva di far avanzare in futuro altre
forme di cooperazione e di “governance" a livello
internazionale.
Il
Messaggero, 1/09/2002, di PAOLO
GUERRIERI
