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Johannesburg Summi 2002

- QUINTA PARTE -

L’emergenza acqua divide i grandi della Terra

JOHANNESBURG - La crisi globale dell'acqua e l'obiettivo di ridurre della metà il numero delle persone che ancora non hanno accesso a questa risorsa (un miliardo e mezzo di uomini, donne e bambini) è stato il tema dominante della terza giornata dei lavori del Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, ieri a Johannesburg. Un tema di grande rilevanza per i Paesi del Terzo mondo, dove 2,2 milioni di persone, soprattutto bambini, muoiono ogni anno per malattie associate all'impossibilità di bere acqua pulita, a scarsa igiene e a mancanza di sicurezza sanitaria. I Paesi del Terzo mondo hanno compattato un fronte comune, capeggiato dal Sud Africa, per esercitare pressioni affinché siano concordati provvedimenti di bonifica idrica atti a dimezzare entro l'anno 2015 il numero di persone prive della disponibilità di acqua potabile. Esiste tuttavia anche un fronte contrario ad un impegno di questo genere per provvedimenti massicci di potabilizzazione dell'acqua, che vede in prima fila Stati Uniti ed Australia. Fra i Paesi industrializzati, si è pronunciato energicamente a favore il governo britannico. Il Sud Africa, dal canto suo, può vantare di avere già raggiunto l'obiettivo.


Gli Usa hanno ribadito la loro contrarietà a fissare target sulla sanità di base. «I target non salvano i bambini», ha detto il delegato John Turner. Gli Usa pongono piuttosto l'accento sugli investimenti per finanziare progetti concreti e sulle partnership da creare. Gli Usa hanno presentato a Johannesburg progetti per l'Africa un valore di 4,5 miliardi di dollari. Per l'acqua, hanno annunciato una disponibilità di investimento di 970 milioni di dollari nei prossimi tre anni. Sull’emergenza idrica è intervenuto ieri anche Nelson mandela. «Quando torno nel villaggio della mia gioventù, la povertà della popolazione e la devastazione dell'ambiente naturale mi colpiscono in modo molto doloroso. È soprattutto la mancanza di acqua pulita a preoccuparmi di più», ha detto l'ex presidente parlando ai delegati del vertice.


Ai lavori sull'acqua, che si tengono in assemblea plenaria, si aggiungono quelli sul commercio e la finanza che si svolgono parallelamente nelle stanze del “Vienna setting" e del “gruppo di contatto", dove sono riuniti diplomatici ed esperti delle delegazioni dei 190 Paesi presenti a Johannesburg, per tentare di avvicinare le posizioni. «L'atmosfera dei colloqui è abbastanza buona», ha riferito ai giornalisti John Ashe, ambasciatore di Antigua, che conduce i negoziati per conto dell'Onu su questo dossier molto “caldo". Ashe ha aggiunto che restano da risolvere due importanti questioni: i sussidi considerati distorsivi per il commercio (come quelli, secondo i Paesi in via di sviluppo, che i Paesi ricchi, sopratutto l’Ue, destinano all'agricoltura) e la globalizzazione, sulla quale si confrontano filosofie diverse. I Paesi del G-77 puntano di più l'accento sulle sfide di questo processo e i timori che possa ampliare anziché ridurre le disuguaglianze, i Paesi ricchi sulle opportunità. Ashe non ha escluso che le due questioni vengano rinviate.


Gli Usa mettono i bastoni sulle ruote anche per la questione delle energie rinnovabili. Il tema del contendere è la definizione di un obiettivo preciso di incremento della produzione di energia derivante da fonti rinnovabili. L'Unione europea lo vuole fissare al 15% entro il 2010. Gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi target vincolante. Continua intanto a creare polemiche lo scottante tema dei pesticidi. Il dossier è tornato in alto mare per le forti divisioni tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati. Il G-77 ha chiesto infatti ai Paesi più ricchi di tenere in «stretto conto» le diverse esigenze di crescita dell'agricoltura dei Paesi in via di sviluppo, opponendosi a che vengano stabilite scadenze uguali per tutti per l'eliminazione delle sostanze chimiche più dannose. Unione europea e Usa condividono la necessità di stabilire una data (il 2020) per l'eliminazione di queste sostanze, ma altri Paesi preferiscono parlare solo di «riduzione». Sul tavolo resta ora una formula di compromesso che annacqua di molto la formulazione originaria del testo.

 

L’energia divide Usa e Ue

JOHANNESBURG - Una giornata senza grandi sussulti quella di ieri al Vertice sulla Terra di Johannesburg. Si gira intorno alle parole e si procede a fatica. Difficile attendersi qualcosa di importante al termine - il 4 settembre - dei dieci giorni di lavoro durante i quali nel frattempo la Terra avrà perduto 305 mila bambini, stroncati da banali malattie, mentre 60 mila saranno finiti nell’inferno dell’Aids.


L’Unione Europea continua a ripetere che dal Vertice devono uscire «obiettivi e tempi di attuazione» chiari e definiti. E Gli Stati Uniti continuano a non essere d’accordo con questa filosofia sottolineando che loro non si perdono in chiacchiere ma puntano al sodo attraverso la via degli accordi bilaterali.
Quanto sia difficile il cammino verso un mondo più pulito e più sano lo si capisce dando un’occhiata a quanto partorito ieri in merito all’uso delle sostanze chimiche pericolose. Tre giorni fa si era prospettato un accordo per la loro eliminazione entro il 2020. Poi gli Usa avevano ribadito, dopo aver coaugulato intorno alla loro posizione anche molti Paesi in via di sviluppo, che di date non si parla. A meno che... A meno che, come è stato deciso ieri, non ci si impegni genericamente, appunto entro il 2020, a «minimizzare» gli effetti negativi dell’uso delle sostanze chimiche sulla salute e sull’ambiente. Anche sulla «minimizzazione» manca ancora l’intesa in quanto le parti contrapposte stanno discutendo sull’«approccio di precauzione», nebuloso suggerimento per manifestare la buona volontà di fare qualcosa.

Sul fronte di un’energia meno inquinante la posizione degli Stati Uniti non si è spostata di una virgola. «L’energia rinnovabile è troppo cara, molto più cara delle altre fonti energetiche» ha detto David Garman del Dipartimento di energia del governo statunitense. «Per noi la priorità è aumentare il più possibile l’acceso alle fonti energetiche, da parte di chie ne è escluso. Per questo - ha concluso Garman - noi lavoriamo sul territorio, con progetti concreti, ora». «Azioni concrete, perché solo le azioni concrete possono salvare i bambini»: così Paula Dobrianski, capo della delegazione Usa a Johannesburg ha poi confermato la linea americana che punta alle iniziative di partnership (cosiddette di “tipo 2", quelle di “tipo 1" sono le iniziative politiche) per attuare l'Agenda 21 sullo sviluppo sostenibile concordata al vertice di Rio de Janeiro.
Gli organizzatori del Vertice hanno reso noto di aver ricevuto finora la notifica di 218 proposte di accordi separati. Passi concreti, certo ma che lasciano al palo la ratifica dell’accordo sulla riduzione dell’emissione dei gas a effetto serra siglato a Kyoto - senza gli Usa - nel 1997 in occasione del Vertice sul Clima. Affinché entri in vigore serve l’adesione di un numero di Paesi che siano responsabile dell’emissione del 55% per gas. Si è a quota 70 nazioni per un totale di 40% di emissioni. Basterebbe l’adesione della Russia (17,4%) per farlo diventare operativo. La Cina dovrebbe dare l’annuncio dell’adesione al termine del Vertice di Johannesburg. L’Unione Europea, paladina del protocollo di Kyoto sperava di arrivare a Johannesburg con l’accordo già in vigore.
In attesa di questo traguardo, la UE, nell’ambito di un obiettivo mondiale di incrementare del 15% l’energia pulita entro il 2010, destinerà 700 milioni di euro l’anno ai Paesi in via di sviluppo in cambio di un rinnovo energetico pro-paese del 2%.

Il Messaggero, 30/08/2002

 

In gioco il destino di tutti

Povertà ed ambiente, le posizioni dei paesi restano molto distanti. Appare difficile, a questo punto, arrivare ad un risultato positivo, che non sia di pura facciata. Ed ancora una volta il confronto, o meglio lo scontro, tra Stati Uniti ed Europa si profila decisivo per l'esito finale.
Il confronto di Johannesburg è rilevante non solo per le risposte da poter dare ai grandi problemi affrontati al summit, ma perché il suo risultato è destinato ad influenzare altri importanti negoziati economici multilaterali in programma nei prossimi mesi, a partire dal nuovo Round sul commercio mondiale avviato a Doha lo scorso novembre. Sono dunque prove di “governance" mondiale quelle che si stanno svolgendo in questi giorni in Sud Africa.


Dopo i tragici attentati dello scorso settembre si è rafforzata in molti paesi la convinzione che la globalizzazione dell'economia, per funzionare al meglio, richieda nuove forme di governo internazionale, a partire dai suoi meccanismi distributivi. Questo per far sì che non solo pochi paesi privilegiati, com'è avvenuto in questi anni, possano beneficiare dei suoi frutti, potenzialmente assai ricchi, ma il più ampio numero possibile di economie, sviluppate e non. E povertà ed ambiente, due temi strettamente intrecciati ed al centro del vertice di Johannesburg, sono due classici esempi di problemi che non possono essere affrontati, e tantomeno risolti, in un'ottica puramente nazionale, dal momento che richiedono forme di cooperazione tra paesi. Pur in presenza di un tale ampio consenso sulla dimensione, natura ed urgenza dei problemi esistenti, la dinamica del vertice di Johannesburg sta riproponendo con forza la grande difficoltà di arrivare ad accordi e concertazioni tra paesi sulle politiche ed i meccanismi di intervento da adottare. Forti contrasti sono emersi a vari livelli, tagliando in alcuni casi attraverso le distinzioni tra paesi ricchi e poveri. Ma le differenze più inquietanti per l'esito finale del summit sono quelle emerse, all'interno dell'area avanzata, tra Stati Uniti ed Europa.


Gli Stati Uniti hanno riproposto con forza una gestione dei processi della globalizzazione affidata ai rapporti bilaterali e agli accordi con le imprese, nel rifiuto più netto di vincoli prefissati a livello multilaterale. L'Europa punta viceversa sulle politiche ed i rapporti multilaterali con gli altri paesi per introdurre accordi e meccanismi di governo internazionale della globalizzazione. E cosi', importanti problemi quali l'energia rinnovabile e l'acqua potabile sono rimasti sul tavolo irrisolti ed un accordo appare lontano.
Si potrebbe obiettare che il confronto-scontro tra questi due diversi approcci non è certo nuovo ed ha già caratterizzato altri negoziati internazionali in passato. Vanno comunque sottolineate l'inusitata asprezza ed intransigenza delle posizioni americane, rispetto ad altre esperienze, su molti dei dossier ancora aperti.


Esistono tuttavia ancora margini per un compromesso accettabile. E' così importante che si continui a lavorare per un accordo positivo finale che preveda scadenze e risultati controllabili su alcuni rilevanti temi, quali l'energia rinnovabile, l'acqua potabile, il surriscaldamento, le barriere protezionistiche. In questa prospettiva il ruolo dell'Ue resta decisivo ed ancor più la coesione tra i suoi membri sulla piattaforma negoziale e sulle proposte finali da avanzare. Anche il contributo dell'Italia sarà a questo riguardo assai rilevante ed è importante che il Presidente del Consiglio lo ribadisca domani nel suo intervento al summit. La posta in gioco è in effetti molto alta. Un fallimento di Johannesburg, lo si è già osservato, aggraverebbe non solo molti dei problemi affrontati al vertice ma danneggerebbe seriamente anche la prospettiva di far avanzare in futuro altre forme di cooperazione e di “governance" a livello internazionale.

Il Messaggero, 1/09/2002, di PAOLO GUERRIERI

 

 

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