Il
Sole
24
Ore,
21
gennaio
2002
«I
poveri
del
mondo
non
sono
poveri
perché
i
ricchi
li
sfruttano,
sono
poveri
invece
perché
non
hanno
abbastanza
istruzione
per
produrre
ricchezza.
La
scuola
è
la
chiave
dello
sviluppo».
Piero
Gheddo
è
nato
nella
campagna
vicino
Vercelli
e
da
quasi
50
anni
è
un
prete
missionario.
È
anche
un
fiero
critico
delle
tesi
No-Global.
Ha
scritto
libri;
l'ultimo,
«David
e
Golia»,
scritto
con
Roberto
Beretta,
giornalista
dell'Avvenire,
è
uscito
da
poco.
«La
mia
era
una
famiglia
di
forti
radici
religiose.
Ho
perso
i
genitori
presto,
mia
madre
se
n'è
andata
che
avevo
cinque
anni,
mio
padre
è
morto
in
guerra,
nella
campagna
di
Russia.
Sono
diventato
prete
nel
'53.
l'Italia
di
allora
era
uno
spazio
stretto,
divisa
in
due
dallo
scontro
tra
comunismo
e
anticomunismo.
Volevo
partire,
troppi
popoli
a
miei
occhi
non
conoscevano
Cristo,
bisognava
andare.
Ero
stato
destinato
all'india,
avevo
i
bagagli,
pochi,
pronti
ai
piedi
del
letto.
Si
ammalò
il
padre
che
mandava
avanti
la
nostra
rivista,
i
superiori
sapevano
che
scrivevo
volentieri,
mi
chiesero
di
sostituirlo.
L'Olivetti
prese
il
posto
dell'India,
e
la
mia
missione
diventò
quella
di
raccontare
le
missioni
degli
altri.
Da
allora
ho
perso
il
conto
dei
viaggi;
ho
conosciuto
uomini
e
donne
buoni
e
generosi,
ho
visto
la
miseria
e
il
dolore,
le
opere
e
la
speranza.
Ho
visto
Paesi
poveri
uscire
con
pena
dalla
loro
maledizione,
e
altrettanti
poveri
diventarlo
sempre
di
più.
Ne
ho
ricavato
l'idea
che
a
salvarli
o
a
perderli
sia
la
capacità
di
aprirsi
agli
altri,
di
stare
nei
commerci
del
mondo,
di
imparare
a
fare
e
a
produrre.
E
che
la
chiave
di
questo
sia
l'educazione,
la
scuola,
la
lotta
alla
piaga
dell'analfabetismo,
il
rispetto
del
ruolo
delle
donne
nella
società.
È
il
dramma
di
tanta
parte
dell'Africa,
la
sua
tragedia
non
dipende
dalla
voglia
di
sfruttamento
dell'Occidente
ricco,
ma
dal
rinserrarsi
della
trappola
orribile
dell'ignoranza
che
classi
dirigenti
corrotte
o
inette
mantengono
come
un
sudario
sulla
pelle
dei
loro
popoli.
Per
questo
le
tesi
dei
No-Global
mi
paiono
astratte
e
viziate
dalla
lettura
troppo
ideologica
della
realtà.
Dirò
di
più:
a
volte
mi
pare
che
si
bari
con
le
parole.
Si
sente
spesso
la
storia:
il
20
per
cento
degli
uomini
possiede
l'80
per
cento
delle
ricchezze
del
mondo.
Ma
raccontiamola
anche
in
un
altro
modo:
il
20
per
cento
produce
l'80
per
cento
delle
ricchezze,
mentre
l'80
per
cento
produce
solo
il
20.
queste
sono
le
cose
ed
è
sbagliato
ignorarle.
La
ricchezza
non
è
una
torta
che
uno
passa
dal
forno,
la
prende
e
la
divide
secondo
giustizia;
è
anzitutto
una
torta
da
produrre:
e
i
poveri
sono
appunto
poveri
perché
non
sanno
produrre,
non
hanno
l'istruzione
per
farlo,
non
ne
hanno
l'addestramento.
Un
missionario
della
Consolata
in
Tanzania
mi
ha
detto:
"I
quattro
pilastri
del
sottosviluppo
africano
sono
il
fatalismo,
i
militari,
la
corruzione
dell'amministrazione
statale
e
soprattutto
l'ignoranza".
Potrei
fare
esempi
infiniti.
Mi
ha
raccontato
il
vescovo
di
Bissau
Settimio
Ferrazzetta,
un
francescano
veronese:
"Le
maggiori
risorse
della
Guinea
sono
i
diritti
di
pesca
del
suo
mare.
Le
navi
che
vengono
a
pescare
sono
almeno
un
centinaio
all'anno
e
pagano
dai
150
ai
300mila
dollari
l'una,
a
seconda
del
tonnellaggio.
Ebbene
di
quelle
somme
non
c'è
traccia
nel
bilancio
dello
Stato.
L'Africa
è
quasi
tutta
così,
c'è
una
corruzione
tremenda
perché
la
mentalità
diffusa
è
questa,
chi
va
al
potere
deve
guadagnare
tanto
e
in
fretta,
perché
può
cadere
da
un
momento
all'altro"».
«A
metà
degli
anni
settanta,
il
Governo
svedese
fece
costruire
l'unica
strada
lastricata
in
un'isola.
Ogni
hanno
poi
ha
mandato
il
denaro
per
la
manutenzione.
Quella
strada
è
in
rovina.
Gli
svedesi
si
sono
offerti
di
rifarla;
il
Governo
locale
si
oppone,
dice
dateci
i
soldi,
che
ai
lavori
ci
pensiamo
noi.
Da
Stoccolma
scottati
dall'esperienza,
si
replica:
niente
quattrini,
solo
opere
di
bene.
Nella
controversia
la
strada
resta
là,
diroccata.
La
stessa
cosa
è
successa
per
le
tante
fabbriche
"donate"
dai
paesi
ricchi.
Le
capitali
africane
sono
cimiteri
di
impianti
in
rovina,
li
ho
visti
con
i
miei
occhi,
saccheggiati,
chiusi,
distrutti.
Oppure,
fermi:
a
volte
manca
l'elettricità,
o
sono
finite
le
materie
prime;
oppure:
non
si
è
capaci
di
riparare
le
macchine
che
si
rompono,
gli
operai
non
hanno
disciplina
e,
quando
riscuotono
lo
stipendio,
per
un
po'
di
giorni
non
si
fanno
vedere
al
lavoro.
Tutti
vedono
spiriti
dappertutto.
Ci
sono
contadini
che
rifiutano
l'uso
dell'aratro
lungo
perché
hanno
paura
di
fare
male
alla
terra.
Padre
Fumagalli,
nella
missione
di
Su
zana
tra
i
Felpe,
mi
ha
raccontato:
"C'è
sempre
la
paura
di
offendere
gli
spiriti,
se
si
fa
qualcosa
di
diverso
dalla
tradizione.
È
l'elemento
culturale
che
blocca
o
favorisce
lo
sviluppo"».
«Per
aiutare
davvero
i
poveri
non
esiste
una
soluzione
semplice.
Se
la
soluzione
fosse
davvero
quella
di
mandare
più
soldi
e
più
macchine
si
potrebbe
anche
fare.
Quel
che
serve
è
invece
il
ponte
su
un
abisso
storico
e
culturale:
una
parte
dei
popoli
africani
sono
appena
usciti
dalla
preistoria.
Dobbiamo
aiutarli
ad
imparare.
Sono
capitato
in
Burkina
Faso
nell'anno
della
grande
siccità
del
Shael.
Nel
Nord
del
Paese
ho
visto
villaggi
invasi
dalla
sabbia
del
deserto,
tutti
gli
abitanti
erano
scappati,
di
notte
-
per
sfuggire
alla
calura
-
torme
di
gente
cenciosa
migravano
traversando
campagne
bruciate,
fiumi
secchi.
Sono
andato
verso
Sud,
ho
trovato
campi
verdi,
coltivati,
e
laghetti
e
canali
pieni
d'acqua
e
villaggi
abitati.
Da
50
anni
i
fratelli
della
Sacra
Famiglia
(di
Chieri,
Torino)
hanno
fondato
lì
due
fattorie,
hanno
insegnato
ai
giovani
le
tecniche
per
conservare
l'acqua,
a
scavare
canali
e
pozzi,
a
coltivare
la
terra.
Mi
è
capitato
anche
di
trovarmi
una
sera
nel
deserto
sul
fiume
Eufrate,
quasi
al
confine
tra
la
Siria
e
l'Iraq.
La
notte
era
fredda
e
piena
di
stelle,
passeggiavo
per
le
strade
di
un
villaggio
insieme
al
prete
ortodosso,
e
sentiamo
molta
gente
cantare,
in
italiano:
dentro
un
cortile,
assiepati
intorno
a
un
televisore,
un
centinaio
di
ragazzi
arabi
accompagnavano
il
coro
delle
ballerine
di
un
varietà
trasmesso
da
Rai1.
Alcuni
di
loro,
lo
verificai
più
tardi,
avevano
imparato
anche
a
biascicare
qualcuna
delle
nostre
parole».