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1.
Globalizzazione:
è
nata
adesso
o
è
sempre
esistita?
In
un
articolo
di
Alessandro
Baricco
“Parole
per
dire
mondo”,
apparso
su
La Repubblica, il 20 Ottobre 2001, l’autore si poneva le seguenti
domande:
perché
10
lettori
che
comprano
libri
per
posta
non
sono
niente
rispetto
a1
lettore
che
compra
un
libro
on-line?
Perché
le
abitudini
della
maggior
parte
della
gente
non
creano
una
tendenza,
mentre
il
gesto
innovativo
di
una
sparuta
minoranza
consolida
un
atteggiamento
mentale
stereotipato
e
conforme
ad
un
modello
di
vita
orientato
al
pensiero
unico?
Verrebbe
da
rispondere:
Forse
perché
la
vera
essenza
dell’epoca
postmoderna
non
viene
decodificata
attraverso
l’interpretazione
dei
fatti,
ma
più
semplicemente
-
e
nello
stesso
tempo
più
sofisticatamente
-
dalla
ricontestualizzazione
dei
concetti:
una
ricontestualizzazione
che
non
cambia
la
realtà
delle
cose,
ma
solo
la
percezione
di
esse.
Globalizzazione
è
un
termine
di
per
sé
neutro
che
si
riferisce
all’interdipendenza
di
tutte
le
società
presenti
nel
mondo.
Tuttavia
il
suo
significato
letterale,
la
sua
accezione
denotativa,
sembra
non
avere
importanza
nel
dibattito
politico,
mediale
e
culturale
della
società
odierna.
L’unica
cosa
che
conta
è
la
contrapposizione
tra
diversi
significati
connotativi.
Lo
scontro
tra
“apocalittici
globali”
e
“integrati
globali”
è
oramai
in
atto,
teatralizzato
e
confezionato
–
come
una
soap
opera
-
per
il
pubblico
occidentale.
Tuttavia
si
tratta
di
uno
scontro
puramente
fittizio
poiché
in
termini
reali,
non
produce
assolutamente
nulla:
non
sposta
gli
investimenti,
non
determina
innovazione
e
sviluppo,
non
espande
l’emancipazione
sociale
ai
paesi
che
ne
sono
privi.
Il
dibattito
mediale
alimenta
una
serie
di
atteggiamenti
“critici”
e/o
“ludici”
di
fronte
ad
un
fenomeno
le
cui
origini
risalgono
all’epoca
moderna.
Leggendo
attentamente
la
storia
si
nota
che
il
primo
processo
di
globalizzazione
è
riconducibile
al
1400
e
alle
sue
prime
forme
di
capitalismo
commerciale,
in
concomitanza
con
la
scoperta
dell'America:
quindi
al
commercio
triangolare.
Un
secondo
episodio
di
globalizzazione
è
rintracciabile
nell’epoca
del
capitalismo
industriale,
con
l'ascesa
della
Gran
Bretagna
e
la
sua
conquista
dei
mercati
mondiali.
La
Prima
e
la
Seconda
Guerra
mondiale
sono
stati
altrettanti
importanti
episodi
di
globalizzazione
territoriale.
Infine
la
Rivoluzione
informatica
ha
determinato
la
strutturazione
dell’odierna
globalizzazione
dei
capitali:
attraverso
l’utilizzo
delle
tecnologie
si
sono
creati
dei
mercati
il
cui
sviluppo
dipende
esclusivamente
da
un'informazione
simultanea
e
dalla
possibilità
di
comprare
e
vendere
in
tempo
reale.
Se
si
volesse
tentare
di
rintracciare
un’origine
storico/concettuale
del
neologismo
“Globalizzazione”
si
scoprirebbe
che
il
termine
è
sempre
esistito,
ma
è
stato
filtrato
da
“significanti”
diversi
secondo
le
epoche
e
le
scuole
di
pensiero.
Nel
1600
la
parola
era
codificata
da
espressioni
quasi
tutte
ottimistiche:
“Scoperta di nuovi mondi”; “Secolo delle esplorazioni”;
“Secolo
d’Oro”;
“Evangelizzazione
dei
popoli
della
terra”.
Durante
la
rivoluzione
industriale
la
globalizzazione
si
chiamava:
“Età
coloniale”;
durante
i
moti
del
1848
“Internazionalismo”
era
la
parola
d’ordine
e
aveva
accezioni
diverse
secondo
l’orientamento
ideologico.
Nel
ventesimo
secolo
parole
come:
“Imperialismo”,
“Neocolonialismo
di
ritorno”
“Pensiero
Unico”
e
“Villaggio
Globale”
hanno
tracciato
i
confini
culturali,
geopolitici
e
ideologici
di
un
processo
complicato
e
ambiguo
che
oggi
prende
il
nome
sfacciato
e
totalizzante
di:
Globalizzazione.
Gli
intellettuali,
gli
economisti
e
i
filosofi
contemporanei
hanno
ulteriormente
incrementato
l’ambiguità
di
questa
parola.
Secondo
A.
Giddens,
la
Globalizzazione
è
una
fittissima
rete
di
relazioni
sociali,
politiche,
economiche
e
culturali
che
attraversa
le
frontiere
di
tutti
i
paesi
del
mondo,
provocando
un
processo
di
condizionamento
e
di
interdipendenza,
in
virtù
del
quale
il
mondo
si
configurerebbe
come
un
unico
sistema
sociale.
Tuttavia,
sempre
secondo
Giddens,
le
interrelazioni
reciproche
fra
differenti
parti
del
pianeta,
sviluppate
da
processi
vari
e
di
natura
diseguale
e
frammentata,
non
hanno
portato
e
non
porteranno
a
una
integrazione
politica
né
a
una
riduzione
delle
disuguaglianze
internazionali
rispetto
alla
ricchezza
e
al
potere.
R.
Robertson
ritiene
che
la
globalizzazione
sia
un
processo
avviatosi
secoli
or
sono
e
proseguito
fino
ai
nostri
giorni.
I.
Wallerstein
in
Le
origini
dell’economia
mondiale
nel
XVI
secolo
del
1974
afferma
che
a
partire
dal
XVI
secolo
in
poi
il
sistema
mondiale
può
essere
considerato
come
la
storia
complessiva
del
processo
di
globalizzazione.
2.
Globalizzazione:
omologazione
o
internazionalizzazione?
Alla
luce
della
precedente
ricostruzione
diventa
allora
comprensibile
la
decostruzione
valoriale
applicata
da
Baricco
alla
parola
globalizzazione.
Una
parola
continuamente
sottoposta
a
derive
semantiche.
Da
una
parte
(quella
del
ceto
medio
occidentale)
essere
globalizzati
significa
che
in
tutto
il
mondo
si
usano
Nyke,
che
dovunque
esiste
il
MacDonald,
che
dal
Tibet
al
Canada
si
naviga
su
Internet.
Dall’altra
(quella
degli
economisti
e
degli
intelletuali)
essere
globalizzati
significa
che
in
tutto
il
mondo
si
è
gradualmente
costretti
ad
adottare:
un
unico
modello
economico;
un’unica
moneta
di
riferimento;
un
unico
modo
di
vedere
il
profitto,
la
sua
produzione
e
la
sua
comunicazione;
un
unico
e
omologante
sistema
culturale;
un
unico
e
alienante
modus
vivendi.
In
tutti
i
casi
si
assiste
ad
un
gioco
delle
parti
(tra
esperti
e
gente
comune)
dove
la
realtà
è
assente.
Assente
perché
in
Mongolia
solo
una
persona
su
100.000
potrebbe
mangiare
al
Mac;
assente
perché
in
Africa
solo
una
persona
su
1.000.000
sarebbe
in
grado
di
utilizzare
internet;
assente
perché
un
secolo
di
omologazione
culturale
non
ha
spostato
di
una
virgola
l’organizzazione
delle
caste
in
India.
Allora
la
globalizzazione
in
quanto
oggetto
del
contendere
non
esiste?
Sicuramente
esiste
una
sua
percezione
che
ovviamente
alla
lunga
potrebbe
comunque
determinare
conseguenze
effettive
in
termini
reali.
La
parola
globalizzazione
è
sottoposta
a
infiniti
rimaneggiamenti
“interpretativi”:
a
infinite
decostruzioni.
Ciò
che
è
avvenuto
in
termini
mediatici
e
ideologici
sulla
globalizzazione
non
è
che
la
punta
parossistica
di
un
fenomeno
che
oramai
convive
da
oltre
quarant’anni
con
la
cultura
occidentale: il fenomeno de “la profezia autoavverantesi”.
Il
termine
è
molto
conosciuto
tra
gli
speculatori
di
borsa,
ma
anche
dai
professionisti
della
comunicazione.
Il
meccanismo
è
semplice:
si
tratta
di
lanciare
attraverso
i
media
un
nuovo
modo
di
pensare
(o
vestire
o
investire)
dicendo
che
si
tratta
di
una
tendenza
oramai
consolidata.
Nel
breve
periodo
altri
giornali
riporteranno
la
notizia.
Nel
medio
periodo
molti
lettori
si
convinceranno
dell’esistenza
effettiva
della
tendenza
e
cominceranno
a
imitarla.
Nel
lungo
periodo
la
tendenza
diventerà
concreta:
la
profezia
si
sarà
autoavverata.
A
questo
punto
però
diventa
difficile
stabilire
in
modo
scientifico
che
si
tratta
di
una
profezia,
poiché
se
è
diventata
reale
ci
saranno
sempre
persone
capaci
di
dimostrare
che
essa
è
avvenuta
perché
comunque
doveva
avvenire
a
prescindere
dal
meccanismo
che
l’ha
stimolata.
Tutti,
dopo
un
po’
di
tempo
si
chiederanno
se
esiste
davvero
l’inventore
della
tendenza.
Questo
accade
nel
campo
della
moda,
nel
campo
enogastronomico,
nel
campo
politico
e
in
quello
dei
mercati
azionari:
è
la
diceria
che
fa
crollare
la
borsa
o
è
la
borsa
che
crea
la
diceria
perché
comunque
sarebbe
stata
destinata
a
crollare?
All’aumentare
dei
mezzi
di
comunicazione
a
nostra
disposizione
diminuisce
la
chiarezza
delle
medesime
informazioni,
mentre
si
incrementa
la
ridondanza.
La
globalizzazione
non
è
altro
che
la
vittima
più
recente
di
questo
processo.
Parafrasando
Bateson,
è
possibile
affermare
che
in
epoca
postmoderna,
in
concomitanza
con
l’era
mediatica
e
la
crisi
dei
partiti
di
massa,
si
sta
manifestando
un
virus
che
intacca
la
semiosfera
degli
uomini:
il
virus
del
riposizionamento
infinito.
“Il
riposizionamento
concettuale
delle
parole
determina
le
tendenze
culturali
e
i
miti,
sia
euforici
(“il
mito
dell’autorealizzazione”;
“il
mito
del
successo”;
“il
mito
dell’uomo
imprenditore”;
“il
mito
della
società
del
benessere”;
“il
mito
della
democrazia
come
unica
forma
di
governo
positivo
possibile”;
“il
mito
del
nuovo
e
del
progresso
tecnologico”)
sia
disforici
(es.
“il
mito
della
schizofrenia
della
società
occidentale”,
“il
mito
della
meccanizzazione
esasperata
dei
rapporti
umani”;
“i
miti
della
solitudine,
della
depressione
e
della
paranoia
quali
mali
endemici
del
nuovo
millennio”).
Questi miti a loro volta determinano gli atteggiamenti degli
uomini
che
a
loro
volta
determinano
le
conseguenze
reali.
Un
altro
fenomeno,
tipico
della
posmodernità,
che
ha
totalmente
pervaso
il
senso
e
il
significato
della
parola
globalizzazione
è:
l’enfatizzazione
e
la
tutela
di
esigenze
elitarie,
minoritarie
e
secondarie
versus
la
dequalificazione
delle
esigenze
comuni,
maggioritarie
e
basilari.
Esiste
nel
mondo
occidentale
una
potente
tendenza
a
comunicare
i
gusti
e
la
volontà
di
pochi
rispetto
alla
eterogeneità
di
molti.
Questa
tendenza
è
legata
alla
volontà
di
uniformare
le
culture
attraverso
i
mezzi
di
informazione.
Ovviamente
la
realtà
dei
media
è
ben
diversa
da
quella
delle
pratiche
sociali,
ma
questo
i
destinatari
della
comunicazione
non
lo
sanno.
Chiunque
nel
mondo
vedendo
la
tv
è
convinto
che
alcuni
fenomeni
come
il
fast
food,
internet,
la
coca
cola,
la
solitudine
e
il
relativismo
valoriale,
siano
concetti
comuni
per
tutti
i
popoli.
Questo
accade
per
un
profondo
paradosso
tipico
dell’era
globale:
lo
scambio
commerciale
e
informativo
tra
nazioni
e
stati
non
determina,
ma
al
contrario
eclissa,
lo
scambio
comunicativo
e
relazionale
tra
le
diverse
culture.
In
realtà
la
globalizzazione
culturale
non
esiste,
anzi
proprio
in
epoca
globalizzata
sembra
aumentare
l’orgoglio
delle
diversità.
Quando
ci
riferiamo
alla
globalizzazione
culturale
è
facile
pensare
al
mondo
alla
McDonald,
in
cui
le
catene
di
negozi
e
servizi
americani
si
diffondono
in
tutto
il
mondo,
portando
con
sé
il
concetto
di
sviluppo
di
tipo
occidentale.
Ritzer
nel
1993
con
il
saggio
"The
McDonaldization
of
Society"
ha
chiarito
questa
visione
del
mondo.
Tuttavia
non
sembra
che
la
monocultura
occidentale
riesca
ad
attecchire
dappertutto,
anzi
il
riemergere
di
nazionalismi
e
fondamentalismi
da
molti
è
letto
come
risposta
all'imperialismo
culturale,
che
per
molti
è
solo
un
sostituto
del
colonialismo.
Globalizzati
o
No
Global
la
realtà
è
che
sia
i
primi
che
i
secondi
sono
la
faccia
della
stessa
medaglia:
le
loro
stesse
opinioni
sono
determinate
da
poteri
posti
al
di
sopra
di
essi.
Gelminello
Alvi
sostiene
che
l’integrazione
e
interdipendenza
delle
società
nel
mondo
“si
sviluppa
ancora
una
volta
sotto
l'egemonia
delle
potenze
anglofone,
che
plasmano
gli
equilibri
del
mondo
sulla
base
delle
proprie
convenienze.
C'è
una
sproporzione
talmente
palese
tra
quanto
di
impressionante
sta
accadendo
e
i
proclami
di
progresso
conditi
di
quotidiani
numeretti
sul
Pil
e
le
Borse.”.
(Geminello
Alvi,
"Il
secolo
americano",
Adelphi,
Milano,
1996).
Ancora
una
volta
ciò
che
è
percepito,
costruito
e
decostruito
non
ha
nulla
a
che
vedere
con
la
realtà.
Tutti
gli
uomini
che
pronunciano
la
parola
globalizzazione
sembrano
scivolare
in
un
fiume
asettico
di
rivoluzioni
tecnologiche,
Borse,
mercati
da
rendere
flessibili,
senza
mai
scombinare
questi
schemi.
P.
Huntington
(in
P.
Hungtington,
"Lo
scontro
delle
civilizzazioni
e
il
nuovo
ordine
mondiale",
Garzanti,
Milano,
1997)
scrive:
"L'Occidente
sta
sviluppando
l'equivalente
di
un
Impero
Universale
sotto
forma
di
un
complesso
sistema
di
confederazioni,
federazioni,
regimi
e
altre
istituzioni
cooperative".
L'Impero
universale
ormai
esiste
e
parla
inglese:
forse
questa
è
l’unica
realtà
globalizzata
finora
provata
tuttavia
anch’essa
è
una
realtà
positiva
o
negativa
secondo
il
grado
di
consapevolezza
che
ognuno
di
noi
ha
nei
confronti
della
propria
cultura.
3.
Globalizzazione
e
Istituzioni
Pubbliche:
scenari
aperti
Visti
i
dubbi
circa
le
incidenze
del
pensiero
omologante
dal
punto
di
vista
culturale;
viste,
al
contrario,
le
certezze
di
una
presenza
del
fenomeno
globalizzazione
nell’economia
delle
nazioni,
viene
da
chiedersi
che
relazione
esiste
tra
globalizzazione
e
istituzioni
pubbliche.
Sicuramente,
sia
da
un
punto
di
vista
virtuale
che
da
un
punto
di
vista
reale,
la
globalizzazione
ha
aperto
nuovi
scenari
e
conseguentemente
nuovi
nodi
problematici
ancora
aperti.
3.1.
Globalizzazione
e
Istituzioni
Pubbliche:
cooperazione
internazionale
e/o
interdipendenza
locale?
I
Sistemi
Istituzionali
(Stati
nazionali,
enti
pubblici
locali,
aziende
pubbliche)
hanno
sempre
operato,
assieme
o
separatamente,
in
un
contesto
di
amministrazione,
organizzazione
e
gestione
delle
regole
della
vita
associata
all’interno
dei
territori
che
rappresentano.
Prima
degli
anni
’70
la
maggior
parte
delle
amministrazioni
pubbliche
di
un
qualsiasi
stato
nazionale
hanno
operato
nel
pieno
rispetto,
a
volte
eccessivo,
delle
competenze
reciproche.
Oggi
continuano
a
sostenere
il
medesimo
ruolo,
ribadendo
sì
l’autonomia
e
l’autorità
di
ogni
singolo
ente,
ma
nello
stesso
tempo
creando
situazioni
sempre
più
numerose
di
scambio
e
cooperazione
reciproca
(regionale,
nazionale
e
sovranazionale).
La
globalizzazione
in
questo
caso
ha
per
certi
verso
accelerato
quel
processo
di
reciprocità
tra
apparati
politico-burocratici
(principio
peraltro
ribadito
nella
maggior
parte
delle
iniziative
dell’Unione
Europea).
Sempre
più
numerose
diventano
le
opportunità
di
scambo-verifica-confronto
tra
amministrazioni
sia
da
un
punto
di
vista
nazionale
che
sovranazionale.
Aumentano
anche
i
progetti
e
le
attività
che
coinvolgono
società
private
e
amministrazioni
pubbliche
europee,
ne
sono
testimonianza
diretta
e
paradigmatica
i
“LIFE
Ambiente”,
i
“LIFE
Paesi
Terzi”
i
“MEDA”
o
gli
“EQUAL”
dove,
Unione
Europea,
Stati
nazionali,
Organismi
di
rilievo
internazionale
e
aziende
private
entrano
in
partnership
sia
da
un
punto
di
vista
finanziario
che
da
un
punto
di
vista
strategico-operativo.
Si
sta
gradualmente
verificando
un
fenomeno
di
cooperazione
istituzionale
globalizzata.
Contemporaneamente
aumentano,
soprattutto
da
un
punto
di
vista
locale,
le
occasioni
di
collaborazione
tra
enti
pubblici
(Regione
e
Provincia,
Provincia
e
Comuni,
Provincia
e
Consorzi
ecc.)
di
uno
stesso
territorio.
In
Italia
aumentano
le
iniziative
di
comunicazione
e
promozione
del
territorio
sponsorizzate
da
più
enti
locali
assieme
a
sponsor
privati.
A
questo
punto
si
tratta
di
programmare
e
legittimare
ufficialmente
questo
fenomeno
oramai
acclarato
di
cooperazione
internazionale
e
di
interdipendenza
funzionale
tra
amministrazioni
pubbliche.
3.2.
Globalizzazione
e
Istituzioni
Pubbliche:
multiculturalismo
e/o
iperlocalismo?
Soprattutto
nel
mondo
occidentalizzato
si
assiste
all’incontro-scontro
tra
pensiero
multietnico
e
difesa
delle
identità
locali.
Da
una
parte
libri,
enogastronomia,
filosofie,
stili
di
vita,
metodi
terapeutici
di
tutto
il
mondo
vengono
assorbiti,
mescolati
e
ricontestualizzati,
sia
in
Europa
che
in
America.
Dall’altra
parte
proprio
in
questi
continenti
si
assiste
ad
un
processo
di
difesa
ad
oltranza
delle
tradizioni,
delle
usanze
e
delle
tipicità
locali.
Sia
che
si
tratti
di
multiculturalismo
sia
che
si
tratti
di
iperlocalismo,
all’ordine
del
giorno
c’è
il
concetto
di
“riscoperta
dell’etnicità”.
Nel
primo
caso
la
riscoperta
si
apre
al
dialogo.
Nel
secondo
caso
rivendica
una
tutela.
In
entrambi
i
casi
l’etnicità
va
recepita
dalle
Istituzioni
Pubbliche
che
debbono
tener
conto
di
differenti
punti
di
vista
etico-valoriali
nella
formulazione
di
nuove
leggi
e
di
nuovi
regolamenti.
3.3.
Globalizzazione
e
Istituzioni
Pubbliche:
sovversione
destatualizzante
e/o
leggittimità
dello
Stato?
Da
un
punto
di
vista
politico-ideologico
il
fenomeno
della
globalizzazione
ha
generato
due
movimenti
di
pensiero
fra
loro
conflittuali:
il
pensiero
unico
consumista
(“Nike-oriented”
o
“Macdonald-oriented”
direbbero
alcuni
intellettuali
americani)
e
il
pensiero
alternativo
“no-global”.
Il
primo
movimento
affonda
le
radici
nell’etica
dell’occidente
produttivo
che
crede
di
poter
sostituire
il
complesso
di
normative
esistenti
nel
consueto
andamento
della
pubblica
amministrazione,
con
pochissime
regole
essenzialmente
orientate
alla
logica
del
mercato
e
delle
multinazionali.
Il
secondo
movimento
si
inscrive
all’interno
di
un
filone
a
partitico
ed
extra-istituzionale
che
contesta
tutti
i
principi
cardine
della
globalizzazione,
ma
anche
alcuni
principi
basilari
della
convivenza
democratica
poiché
la
sua
contestazione
a
volte
procede
attraverso
mezzi
violenti.
In
entrambi
i
casi
si
assiste
ad
un
processo
di
delegittimazione
intenzionale
dello
Stato,
dei
suoi
vertici
istituzionali
e
dei
suoi
apparati
burocratici.
Sia
la
mentalità
consumista-omologata
che
quella
alternativa-noglobal
hanno
nel
tempo
progressivamente
diffuso
atteggiamenti
e
valori
finalizzati
a
spodestare
l’operato
delle
pubbliche
istituzioni.
Ecco
perché
forse
tutte
le
pubbliche
amministrazioni
dovrebbero
cominciare
a
recuperare
il
dialogo
con
le
controparti
e
aggiornarsi
sui
cambiamenti
dei
contesti
e
sulle
esigenze
dei
“contestatori”
(apocalittici
e
integrati)
i
quali,
nel
bene
e
nel
male
rappresentano
la
società
civile
(cittadini
e
utenti)
nei
confronti
della
quale
le
istituzioni
erogano
servizi.
3.4.
Globalizzazione
e
Istituzioni
Pubbliche:
Standardificazione
e/o
Personalizzazione
delle
norme
e
dei
regolamenti?
La
rivoluzione
tecnologica,
le
grandi
migrazioni,
l’incontro
tra
culture,
il
decentramento
dei
centri
di
produzione
da
uno
Stato
all’altro,
sono
fenomeni
recenti
che
accelerano
quel
processo
di
incrocio
tra
nazioni.
Ciò
porta
con
sé
un
ripensamento
di
tutta
la
struttura
normativa
globale
se
non
altro
per
alcuni
aspetti
strategici
inerenti
il
commercio,
l’immigrazione
clandestina,
lo
spostamento
dei
capitali,
i
diritti
umani
fisici
e
psicologici,
la
criminalità
organizzata.
A
questo
punto
il
dilemma
è:
standardizzare
o
diversificare?
La
risposta
più
ovvia
sarebbe:
“fare
tutte
e
due
le
cose
e
in
fretta!”.
Da
una
parte
la
globalizzazione
porta
con
sé
la
necessita
di
avere
regole
e
norme
comuni
per
tutti
in
modo
da
accelerare
i
processi
di
collaborazione
e
scambio,
rispettando
i
sacrosanti
criteri
di
efficacia,
efficienza
ed
economicità.
Tuttavia
è
anche
vero
che
ogni
stato
ha
le
sue
consuetudini
e
i
suoi
valori
e
quindi
alcune
norme
sovranazionali
vanno
comunque
riadattate
secondo
i
casi
(un
esempio
al
riguardo
può
essere
rappresentato
dallo
scontro
verificatosi
tra
le
norme
europee
e
quelle
italiane
riguardo
alcuni
prodotti
tipici
come
il
formaggio
di
fossa
o
il
parmigiano-reggiano).
Sia
che
si
tratti
di
uniformare
che
di
diversificare
occorre
confrontarsi,
concertare,
discutere
collegialmente
per
arrivare
a
regole
globali
valide
per
tutti,
ma
soprattutto
finalizzate
ad
un
pacifico
equilibrio
geo-politico.
In
questo
caso
non
sarebbe
sbagliato
pensare
a
delle
conferenze
internazionali
allargate
tra
Stati-Regioni
di
tutto
il
mondo.
Momenti
di
dibattito
tra
amministrazioni
pubbliche
diverse
dove
porre
le
basi
concrete
di
un
trasferimento
reciproco
di
saperi
e
prassi.
3.5.
Globalizazzione
e
Istituzioni
Pubbliche:
equilibrio
e/o
conflitto
di
competenze
tra
Regioni,
Stati
e
Sovra-Stati
?
Il
principio
di
sussidiarietà
è
un
altro
fenomeno
partorito
nell’era
della
globalizzazione.
Esso
ha
investito
gran
parte
delle
moderne
burocrazie
occidentali
e
orientali.
Un
principio
che
se
vogliamo
possiamo
banalmente
riassumere
con
la
seguente
espressione:
“dovendo
scegliere
a
quale
soggetto
(pubblico
o
privato)
far
assolvere
un
compito
si