|
LE
ISTITUZIONI
DELLA
GLOBALIZZAZIONE
(FERRARESE - INTERSEZIONI) |
|
|
Ne Le
istituzioni della globalizzazione, Maria Rosaria
Ferrarese si interroga sulle trasformazioni che la
globalizzazione induce nella sfera istituzionale. Allo
stesso tempo, però, l'autrice fornisce una descrizione
del processo di globalizzazione. Se la definizione più
completa di "globalizzazione" è infatti, per
Ferrarese, quella data da Susan Strange, che la definisce
come il passaggio di consegne di sempre maggiori poteri
dagli Stati ai mercati, descrivere le istituzioni della
globalizzazione equivale a descrivere questo passaggio e
quindi la globalizzazione stessa. La definizione di
Strange viene preferita ad altre (quella di Giddens, ad
esempio) perché mette in luce l'aspetto rivoluzionario
del processo di globalizzazione. Infatti, se intesa solo
come "intensificazione delle relazioni sociali
mondiali che collegano tra loro località distanti facendo
sì che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi
che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e
viceversa" (Giddens, Le conseguenze della modernità),
la globalizzazione appare come una semplice evoluzione del
capitalismo. I tratti rivoluzionari di questo processo
emergono solo da un'analisi dei mutamenti che esso induce
nella sfera istituzionale, intendendo con questo termine
sia la sfera statale che quella della giuridicità.
Nella
sfera statale è in atto un processo di frantumazione e di
opacizzazione della sovranità statale. Nella sfera della
giuridicità si assiste a una vera e propria mutazione
genetica del diritto: mutano gli attori del processo
giuridico, mutano le modalità di produzione e di
funzionamento delle regole giuridiche. La giuridicità si
trasforma radicalmente. Il linguaggio universale degli
interessi sembra prevalere definitivamente sul diritto: la
logica della negoziazione, propria della ratio
oeconomica, sembra sostituire quella
dell'argomentazione, tipica del diritto. Il superamento
della dimensione statale, provocato dall'espansione
dell'economia finanziaria e della tecnologia, tende a fare
del diritto uno dei mondi esperti acquisibili sul mercato.
Il diritto perde così la sua valenza normativa. I
giuristi non sono più il ceto detentore del sapere
giuridico al servizio del potere normativo dello Stato:
sono dei professionisti del diritto (law firms) che
offrono prestazioni sul mercato. Le loro prestazioni
consistono in strategie di mobilitazione di capacità
legittimanti proprie del diritto a favore degli interessi
di impresa. Il diritto globale diviene così strumento per
gli scambi, assimilabile al denaro. Si assiste alla
nascita di una nuova civiltà giuridica nella quale ha
luogo una vera e propria riorganizzazione territoriale e
temporale della giuridicità. Il diritto globale si
svincola dal territorio (Ferrarese lo definisce un diritto
"à la carte"). Esso assume, da un lato, una
valenza universale e transnazionale, dall'altro, si
frantuma in molteplici dialetti giuridici. Il diritto
globale è un diritto glocale, un millepiedi che poggia le
sue gambe in tanti luoghi per collegare gli estremi del
globo. Esso è una lingua internazionale che ha tanti
dialetti giuridici locali. Questa sua natura lo rende
particolarmente permeabile agli elementi informali che
influenzano sia i comportamenti individuali che quelli
collettivi. Il diritto si rivela una costruzione sociale
particolarmente permeabile alle interferenze esterne. La
giuridicità presenta così degli spazi vuoti, essa è
descrivibile come un arcipelago le cui isole sono
collegate da ponti. E' al contempo specifica e universale
e presenta un carattere adattivo e teleologico. Non è più
prodotta solo dagli Stati (si assiste a una sorta di
legittimazione liberale di ciò che viene fatto dalle
imprese). Il diritto americano si presta a fare da modello
al diritto globale. Il processo giuridico sembra
assomigliare sempre più a un "gioco giuridico":
esso dipende sempre più dai soggetti in gioco. Nuovi
soggetti emergono sul piano globale: le Organizzazioni Non
Governative e le Corporations Transnazionali.
Entrambe sono istituzioni fattuali private che hanno
carattere pubblico. La distinzione fra le istituzioni a
livello globale non è più fra istituzioni pubbliche e
private ma fra istituzioni che perseguono il profitto e
istituzioni non- profit. Manca, però, secondo Ferrarese,
un confronto fra questi due tipi di istituzioni che sono
spesso portatrici di interessi opposti. Non c'è ancora
una sfera giuridica pubblica globale né un discorso
pubblico globale. Il diritto della globalizzazione è un
ordine aperto a nuovi soggetti, a nuove modalità e a
nuovi iter di produzione. Non è più un monopolio,
non è più attivo, non è identificabile con le norme
scritte, non è più un procedimento ma un processo.
Rinuncia all'invarianza e anche alla decisione come base
della sua esistenza: non è diritto positivo. E' un
insieme di regole-cornice o di "regole del
gioco". Esso diviene cioè un "diritto delle
possibilità" di cui i soggetti - giocatori possono
avvalersi secondo la loro "razionalità
strategica", ignorandone la valenza normativa.
A questo
"diritto delle possibilità", che ha
necessariamente un carattere pluralista, si contrappone
nell'ambito del diritto globale un "diritto della
necessità" che tende invece ad essere unitario. Al
"diritto della necessità" appartengono i
diritti umani, il diritto processuale, costituzionale,
penale, il diritto delle giurisdizioni transnazionali.
L'unificazione del diritto della necessità risponde sia
ad una ratio giusnaturalistica che ad una ratio
tecnica e corrisponde all'emergere di uno sguardo unitario
sul mondo. La tendenza al pluralismo e la tendenza
all'unità si combinano. La tendenza all'unità non è
infatti fondata su un concetto astratto di individualità
riconducibile all'universalismo liberale, né il
pluralismo giuridico è fatto di tanti rapporti definiti
di diversità, quanto di una trama di accomodamenti.
Dimensione universale e particolare si fanno anche
concorrenza. Il diritto globale esprime sia
l'individualismo astratto che quello delle differenze.
In questo
scenario acquistano significativa importanza le valenze
comunicative del diritto. Il diritto deve rispondere alle
esigenze di efficienza imposte dalla concorrenza, deve
essere comunicato in modo efficiente. In questo quadro,
diritto scritto e diritto orale entrano in concorrenza. Il
sistema giuridico di civil law, fondato sulla
scrittura, presenta caratteri di eccessiva chiusura e di
autoreferenzialità. Muta l'epistemologia del diritto in
generale, ma in particolare cambia episteme il diritto
forgiato dalla tradizione giuspositivista. Migliore appare
l'endiadi oralità - scrittura. Il diritto globale si
avvale di una doppia tecnologia della parola: scritta e
orale. I diversi dialetti giuridici operano come
grafoletti: incrocio di scrittura e oralità. Nascono su
base scritta, ma si prestano a costituire un circuito di
tipo orale. Il contratto è lo strumento che meglio
concilia diritto scritto e diritto orale. Non però il
contratto tipico della tradizione liberale, ancorata
all'assetto proprietario della società, ma il contratto
che ha subito una forte evoluzione, passando dal
formalismo all'intertestualità, fino a divenire
produttore di rischio e distributore del rischio prodotto.
Il contratto perde completamente il carattere di strumento
di cooperazione sociale, ma si allontana anche dalla
logica dei diritti soggettivi. Diventa l'archetipo delle
relazioni di mercato. La contrattualizzazione spinge verso
un vero e proprio mercato delle regole. Il diritto si fa
gregario di un'economia del rischio e si trasforma da
garante di un assetto a produttore di rischio. Questo
rischio diffuso non è il rischio globale (Beck) ma un
rischio che passa inosservato, inoculato a piccole dosi
dalle negoziazioni che hanno luogo sul mercato, sfugge
alla decisione politica. La distribuzione del rischio
diviene così una questione puramente privata da questione
politica per eccellenza: è la fine del welfare state,
ma anche la fine della nozione di responsabilità che era
alla base delle azioni umane nella concezione liberale. Al
centro del dibattito contemporaneo, emerge il tema
dell'accettabilità del rischio, che può essere trattato
tecnicamente, ma con un'ulteriore diminuzione della
sovranità statale. La modernità si presenta sempre più
come un'"istituzionalizzazione del dubbio".
La
ricostruzione di Maria Rosaria Ferrarese ha il merito di
fornire un quadro unitario del processo di globalizzazione
e di mettere in luce alcuni aspetti fondamentali di tale
processo, che fino ad ora erano rimasti in ombra.
Ferrarese collega fra loro fenomeni apparentemente lontani
e li spiega alla luce di una lettura coerente del mondo
contemporaneo. Lo sforzo di sintesi fatto per dare una
spiegazione chiara delle trasformazioni in atto rischia
tuttavia di semplificare in modo eccessivo la complessità
dei fenomeni e di dare una visione troppo compatta di
processi estremamente parziali e frammentari. La
definizione di "globalizzazione" data da Susan
Strange, dalla quale prende le mosse l'analisi di Maria
Rosaria Ferrarese, sembra mettere al centro del discorso
la dimensione giuridica e politica e non volersi ridurre a
dare della globalizzazione una definizione troppo
incentrata sui mutamenti di tipo economico. Sennonché,
Ferrarese rinviene l'origine del passaggio di sempre
maggiori poteri dagli Stati ai mercati
nell'intensificazione degli scambi, nell'emergere
dell'economia finanziaria e nell'affermarsi della
tecnologia, ovvero, in quella globalizzazione economica
che costituisce il risultato dell'evoluzione del
capitalismo. L'economia torna così al centro del discorso
e si fa dimensione forgiante tutte le altre dimensioni. Il
politico, in particolare, viene completamente assorbito
dalla dimensione economica ed esautorato delle sue
prerogative. In questo mondo globalizzato scompare la polis.
O meglio, il mercato, come luogo di socializzazione, si fa
polis e il cittadino diventa consumatore. L'analisi
di Ferrarese pretende di avere una valenza soltanto
descrittiva, tuttavia, essa tende a riproporre una reductio
ad unum, che, lungi dall'essere meramente descrittiva,
ha effetti fortemente prescrittivi. Il rischio è quello
di presentare la globalizzazione come un processo
eccessivamente unitario e deterministicamente orientato,
non indirizzabile. Al "mondo leggero", descritto
da Ferrarese, si contrappone in realtà un "mondo
pesante" nel quale le dimensioni della normatività e
della territorialità sono ancora estremamente presenti.
La descrizione di Maria Rosaria Ferrarese appare inoltre
discutibile laddove esclude l'emergere di una sfera
pubblica: il mondo contemporaneo non appare così vuoto di
politica.
Lucia Re