ISLAM: DIZIONARIO RAGIONATO (DI IGOR MAN) |
Fonte:
"La Stampa"
(ha
collaborato Giacomo Galeazzi)
L’islàm,
secondo Braudel, è una lunga strada che, dall’Atlantico al Pacifico, passa
attraverso la rigida massa possente del Vecchio Mondo. L’islàm è una
religione (anche) ascetica ma dura, per uomini abituati al sole. L’islàm è
le mille conseguenze dell’immenso vuoto umano chiamato deserto che un uomo(Mohammed)toccato
dalla Grazia, colma col Verbo, al Qur’an, il Corano.
La
storia dei rapporti fra islàm e cristianesimo è una storia di malintesi, ma
come scrive bene Louis Gardet, noi siamo disinvolti nello scordare i nostri
errori passati, i nostri giudizi a priori sull’islàm, le nostre
interpretazioni così poco esatte delle credenze, delle attitudini spirituali
dei musulmani. In quale misura, però, abbiamo il diritto di aspettarci il
medesimo sereno oblio da parte dei nostri interlocutori? Cerchiamo piuttosto di
ricordare quanti esseri umani vi sono tuttora nel Medio Oriente, in Asia, in
Africa che soffrono per le ferite che la Storia degli ultimi secoli ha inferto
alla loro coscienza di credenti, alla loro dignità di popoli. Ma -si obietterà-
i musulmani uccidono, massacrano: vedi l’Algeria, vedi lo stesso mite Egitto,
vedi la Bosnia, vedi le stragi provocate dai kamikaze.
Nel
Corano è scritto che uccidere una persona è come uccidere tutta l’umanità,
sicché colpevole dell’attentato, del massacro è chi lo compie, non l’islàm.
E questo non è un dizionario, è soltanto il tentativo di aiutare chi legge il
giornale, ascolta la radio, vede la tv e si imbatte in continuazione con parole
arabe, con sigle spesso indecifrabili o,peggio, tradotte tanto ambiguamente da
confondere le idee. Aiutare il grande pubblico che consuma informazione a
districarsi meglio nel labirinto quotidiano della notizia; aiutarlo a farsi
un’idea un po’ più precisa anche se (necessariamente) sommaria, dell’islàm
giustappunto. Un tentativo onesto di mondare, per quanto possibile,
dall’equivoco l’informazione quotidiana.
Un
tentativo che nasce da una carovana di persone e pensieri, incontrati, studiati
durante cinquanta anni di reportages in terra d’islàm. Una sorta di
sussidiario, ecco: per capire meglio fatti, misfatti, personaggi (di ieri, di
oggi) direttamente o non legati a quell’assemblaggio poderoso (e pauroso per
molti versi) che chiamiamo islàm. Un miliardo e duecentomila persone, dalla
Bosnia all’Iran, all’Indonesia passando per il Nordafrica, il Sudan e il Bangladesh. Una poderosa armata di popoli: ricchi e poveri, in via di sviluppo o
senza speranza ma tutti, proprio tutti, percossi dal cosiddetto Risveglio
islamico. Una mistura di fede, violenza e spontaneismo, uno spasmodico Jihad
(sforzo)di riappropriazione d’identità. Vastissima, immensa.
ABU Nidal.
Una
conchiglia vuota, via via riempita da orrendi attentati. Ne ricorderemo uno per
i tanti, la strage di Fiumicino (1985). Fondatore e boss di questa anonima
assassini senza anonimato è il palestinese Sabri al-Banna, espulso da Arafat e
rifugiatosi a Damasco con tanto di targhetta d’ottone dell’ufficio nel cuore
della città. Dopo Lockerbie, Assad lo prega di sgomberare il campo ed egli si
rifugia in Iraq. Nel 1986, a Taurgia, nella tenda (vera) di Gheddafi domandai al
Colonnello come giudicasse al-Banna (nome di battaglia Abu Nidal), e Gheddafi
rispose: "E’ un combattente valoroso per la liberazione della
Palestina". "Mi dispiace, Colonnello,-lo interruppi- ma io le dico che
è uno sporco assassino". Gheddafi impallidì, fece allontanare Mustafa,
l’interprete, parlammo in inglese. Due giorni dopo Abu Nidal scomparve da
Tripoli. Dicono che sia "in sonno", altri vuole che sia malato di
cancro.
ABU Sayyaf.
E’
il più piccolo, ma anche il più radicale dei gruppi islamici che operano nel
sud delle Filippine; il suo scopo è quello di creare uno Stato islamico in
quelle province. E’ arrivato a sequestrare trenta turisti occidentali in
un’isola della Malaysia, tenendoli in ostaggio per mesi, fino al rilascio,
ottenuto grazie alla mediazione del leader libico Muammhar Gheddafi. Avrebbe il
Vaticano tra i propri obiettivi e un suo membro ha attentato alla vita di Paolo
VI durante lo storico viaggio nelle Filippine.
AL-GAMAA al-Islamiya.
E’
il più grande dei gruppi estremisti islamici egiziani, nato nei Settanta; nel
marzo 1999 ha proclamato un "cessate il fuoco" con esiti incerti. E’
considerato responsabile dell’attacco a Luxor, nel novembre del 1997, costato
la vita a 58 turisti stranieri. Ha rivendicato anche il fallito attentato contro
il presidente egiziano Hosni Mubarak ad Addis Abeba nel giugno del 1995. E’ la
bestia nera della leadership egiziana.
ALLAH.
Dio.
Assoluto
e unico: per i cristiani, per gli ebrei e per i musulmani. I cristiani pregano
il Signore Iddio e si rimettono alla sua volontà. Gli ebrei onorano Dio,
chiamandolo Yhwh, Yavé, i musulmani si arrendono all’incontestabile volere di
Allah. Nel Corano, al Quran, la Parola, il Libro dei Musulmani dettato da Dio al
Profeta Maometto per il tramite dell’Arcangelo Gabriele, nella settima Sura (o
capitolo), il verso 180 dice: "Ad Allah appartengono i nomi più belli,
invocatelo con quelli". E il Profeta Maometto afferma: "Allah ha
novantanove nomi: cento meno uno; tutti coloro che li terranno a memoria
entreranno in Paradiso". I nomi sempre ricorrenti sono: il Compassionevole
e il Misericordioso. Ma Allah è soprattutto al Muhyi, al Mumit, Colui che dà
la Vita, Colui che dà la Morte. E’ qui il "segreto" (forse)
dell’accettazione paziente della morte da parte dei Musulmani. "Oh uomo
che aneli al tuo Signore, ora lo incontrerai" (Corano, LXXXIV,6). Il Dio
dell’islàm rivela la sua parola, non se stesso. Egli resta mistero
inaccessibile. Non esiste iconografia: né di Dio, né di Maometto. La fede
musulmana è testimonianza che viene resa, non è esperienza direttamente
vissuta. Grande Padre, e insieme dolcissima Madre immensa dell’islàm, è Abul
Quasim ibn Abdallah el Mohammed, vale a dire Maometto, il profeta, l’Inviato
di Dio.
AL Qaeda.
La
Base è l’organizzazione creata da Osama bin Laden nei Novanta con
l’obiettivo di "ristabilire lo Stato islamico nel mondo". Dalla
costola della Base nasce la Rete. Gli Stati Uniti indicano in Osama bin Laden il
mandante dell’inimmaginabile strage di New York dell’11 settembre 2001. E’
lui il "nemico numero uno", responsabile anche degli attentati del 7
agosto del 1998 contro le ambasciate americane in Kenya e Tanzania, costate la
vita a 224 persone e il ferimento di oltre quattromila.
ARMATA
islamica di salvezza (AIS).
Riconosce
l’autorità dei capi storici del FIS (Fronte Islamico di Salvezza) e opera in
Algeria. Il FIS, forte della netta vittoria alle amministrative, si avviava a
stravincere le elezioni politiche del 1991, ma l’esercito con un "golpe
bianco" annullò la consultazione. I capi storici finirono in galera. Fu
l’inizio della tremenda guerra civile tuttora in corso in Algeria.
CASO Rushdie.
In
tutto il Corano, a leggerlo senza prevenzione, non c’è una parola che
consenta la condanna a morte per un "delitto d’opinione". Pochi mesi
fa, invece, i conservatori iraniani hanno confermato la sentenza di morte (fatwa)
emessa nel 1989 contro lo scrittore indiano Salman Rushdie. In un comunicato
diffuso dall’agenzia di informazioni Irna, l’Organizzazione per la
propaganda islamica (Ipo) ha chiesto ai musulmani di portare avanti
"l’editto divino e mondare le parole di questo Satana mercenario".
Lo scrittore indiano è ritenuto responsabile di aver fatto dichiarazioni
blasfeme contro l’islàm nel suo libro "I versetti satanici". Da
allora vive in Inghilterra sotto la stretta protezione dei servizi segreti
britannici. In realtà il Corano non c’entra con le regole inquisitorie
introdotte nel mondo islamico nel corso dei secoli da questo o quel Califfo, così
come Gesù non è certamente responsabile delle Crociate o dell’Inquisizione.
Davanti alla fatwa emessa da Khomeini, assurda, aberrante per ogni spirito
libero, volterriano (ma dal suo punto di vista non proprio campata per aria) è
evidente che l’integralismo religioso nuoce all’islàm quanto
l’Inquisizione che stabilì il "delitto d’opinione" nuoce al
cristianesimo. Non si può da parte dei musulmani imporre l’adesione all’islàm.
In analogia a quanto postula il Nuovo Testamento, credere nel Vero Dio è il
risultato di una scelta e di una decisione personale, equivalente alla
conversione. Nel Corano v’è tolleranza verso le altre religioni. "Non si
può pretendere di costringere gli uomini ad essere credenti a loro
dispetto" (X,99). Durante l’Egira, cioè il cammino dalla Mecca a Medina
e viceversa, più volte Maometto dirà agli idolatri: "Venite,
discutiamo...". L’integralismo islamico può essere sconfitto proprio in
nome del Corano.
CINQUE
Pilastri.
Sono
i punti fondamentali dell’islàm, che è oggi in termini numerici la prima
religione del pianeta (la praticano infatti un miliardo e 200 milioni di
fedeli). I cosiddetti "Cinque Pilastri dell’islàm" sono la
professione di fede, la preghiera (salat), l’elemosina (zakat), il digiuno, il
pellegrinaggio (hagg). La professione di fede: testimoniare che non vi è altro
Dio all’infuori di Allah e che Maometto è il suo inviato. La preghiera (salat,
cioè la preghiera rituale) va recitata cinque volte in un giorno. Alba, mezzodì,
metà del pomeriggio, tramonto e sera. Si prega con il capo rivolto verso la
Mecca, dov’è la Kaaba, il santuario che custodisce la "pietra
nera", probabilmente un meteorite. La tradizione vuole che sia stato Abramo
a collocarla là e si vuole ancora che in origine la pietra fosse bianca e mutò
colore per l’assommarsi dei peccati umani. L’elemosina o zakat, una tassa
spontanea. Controllata non dal Fisco bensì da Dio. Serve per educare l’uomo
ad essere guidato dalla propria coscienza. E’ lui stesso che dà l’offerta
ai poveri. Il digiuno: durante il mese di Ramadan (il nono del calendario
lunare) è d’obbligo digiunare, e non fare sesso, dall’alba al tramonto. Il
pellegrinaggio, o hagg, va eseguito almeno una volta nella vita, beninteso per
chi ne abbia la possibilità. Islàm e cristianesimo affermano entrambi
l’Unicità di Dio. Tema, questo, che non figura nel Nuovo Testamento, nei
Vangeli e ciò per una ragione molto semplice: Gesù e i suoi apostoli erano
ebrei e rispettavano il dogma. Al contrario, nel Corano il monoteismo occupa uno
spazio assai ampio.
CORANO.
Nel
Corano è scritto che uccidere una persona è come uccidere tutta l’umanità,
sicché colpevole dell’attentato, del massacro è chi lo compie, non l’islàm.
La Parola (in arabo Qur’an: lettura ad alta voce) fu enunciata da Maometto
oralmente, in versetti che "avevano il ritmo maestoso e il suono della
poesia". Il Corano è composto di 114 capitoli o Sure. Per i musulmani non
va discusso o analizzato come si fa con la Bibbia, coi Vangeli, con la Torah
giacché "è opera di Dio". Allah lo ha infatti dettato a Maometto
affinché questi lo diffondesse sulla Terra. E’ immutabile e riassume tutte le
regole della corretta condotta musulmana (persino il galateo). Per l’Islam gli
inviati di Dio sono quattro: Abramo, "l’amico di Dio". Mosè,
"l’interlocutore di Dio". Gesù "che procede dalla Parola e
dallo Spirito di Dio" e infine Maometto "il sigillo, colui che ha
pefezionato la religione". Col capo poggiato sul grembo della cara sposa
Quadija (alla quale rimase sempre fedele), mentre lei gli accarezzava la fronte
sudata, Maometto parlò per la prima volta della Rivelazione. La sua compagna
gli consigliò di discuterne con gli altri della tribù "quando ti sentirai
in pace col tuo cuore, con la mente pulita". Maometto sapeva che sarebbe
stato difficile per gli "altri" credergli e infatti la sua
predicazione trovò pochi (e perplessi) seguaci. Così la piccola comunità che
s’era formata intorno a lui, emigrò dalla Mecca a Yathib (Medina) compiendo
l’Egira(higra). Qui il Profeta fece disporre un muro a secco tutt’in giro a
una palma, al fine di separare "da cio che è impuro" la gente venuta
ad ascoltarlo e, quindi, a meditare, e infine a pregare con lui in quel recinto
che, se vogliamo, fu la prima moschea dell’islàm. Maometto (che da giovane
era stato "padrone del deserto" e "uomo di spada"), poggiato
al tronco d’una palma, trasmetteva ai suoi seguaci la parola di Dio dettagli
da Gabriele. Ha quarant’anni Maometto quando, allo scoccar del tramonto, vale
a dire allorché il colore neutro delle dune diventa rame fuso, vede
l’arcangelo che gli rivela il suo destino profetico. Aveva quarant’anni,
dicono numerosi testi antichi, forse perché 40 è un numero altamente simbolico
nella cultura semitica. Il diluvio dura 40 giorni, Mosè erra con gli ebrei 40
anni nel deserto prima di ascendere alla Terra Promessa e 40 sono i giorni
ch’egli trascorre sul Monte Sinai. Infine 40 sono i giorni di Gesù solo nel
deserto, con se stesso, di fronte al Padre suo.
FEDELI
della parola.
Sono
confluiti nel febbraio 1992 nel Movimento Islamico Armato (MIA) e poi
nell’Armata Islamica di Salvezza (AIS). L’organizzazione, fondata da
Kemereddine Kherbane (poi rifugiato politico a Londra), è guidata attualmente
dall’emiro Abderrahman Abu Djamil che ha combattuto in Bosnia. In concreto
opera agli ordini del GIA, il Gruppo islamico armato algerino: una galassia di
gruppi e gruppuscoli (tra i quali gli "afghani") che uccidono per il
gusto di uccidere.
FRONTE
per la Liberazione della Palestina(Flp).
E’
il gruppo responsabile del sequestro della nave "Achille Lauro" nel
1985 e dell’uccisione dell’ebreo americano Leon Klinghoffer. E’una sigla
nata alla metà degli anni Settanta da una scissione del Fronte popolare per la
liberazione della Palestina-Comando Generale. Si è divisa successivamente in
fazioni pro Olp, pro Siria e pro Libano. A capo Abu Abbas, una sorta di "miles
gloriosus" in versione mediorientale.
FRONTE
popolare per la liberazione della Palestina- Comando generale(FPLP-CG.
Nato
nel 1968 da una scissione del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) è guidato da Ahmad Jabril, agente del Deuxième Bureau (servizio
informazioni), ha il suo quartier generale a Damasco e si oppone al processo di
pace.
FRONTE
Popolare per la Liberazione della Palestina(FPLP).
E’
un gruppo marxista-leninista fondato nel 1967 da George Habbash, un pediatra
cristiano, colui che nei Settanta "inventò" il dirottamento degli
aerei di linea "per richiamare l’attenzione del mondo sulla tragedia
palestinese". Faceva saltare gli aerei, curando che ne sbarcassero prima i
passeggeri. Per questa sua pratica, culminata nella stage all’aeroporto di Lod,
Arafat lo espulse dall’OLP. Esule in Siria è da poco andato in pensione. Ha
ripreso i contatti con l’OLP, ma rifiuta gli accordi di Oslo.
GRUPPO
Islamico Armato (GIA).
Il
fondatore è Mohamed Allal detto Moh Levelley. Il GIA persegue l’obiettivo di
fare dell’Algeria uno stato islamico. Le sue attività terroristiche iniziano
nel 1992, dopo l’annullamento delle elezioni politiche vinte dal Fronte
islamico di salvezza (FIS). In nove anni ha portato a termine centinaia di
attentati, costati la vita a decine di migliaia di persone.
HÀJJ.
Il
pellegrinaggio canonico alla Mecca è il quinto pilastro dell’islàm. La Mecca
è all’interno di un territorio sacro in cui ci sono cinque luoghi (chiamati
mauaqìt e indicati dallo stesso Maometto) dove i pellegrini sono tenuti a
mettersi in stato di consacrazione. Il pellegrino, che indossa un abito
costituito da due lunghe pezze di stoffa bianca senza cuciture, deve eseguire
l’abluzione maggiore, tagliarsi le unghie, accorciarsi i capelli e profumarsi.
Nel Corano si legge: "Il Pellegrinaggio alla Casa per amore di Allàh è un
dovere di ogni uomo che ne abbia la possibilità", "Eseguite il hàjj
e la ‘umrah". La ‘umrah è il piccolo pellegrinaggio o
"visita" alla Mecca che si può eseguire in ogni periodo dell’anno
(quando si esegue nel mese di Ramadàn ha lo stesso valore del pellegrinaggio
maggiore o hàjj).
HAMAS.
Il
Movimento di resistenza islamica è nato nel 1987 come il ramo palestinese della
"Fratellanza musulmana", ha i suoi punti di forza in Cisgiordania e
nella Striscia di Gaza, dove operano le brigate "Ezzedin al Qassam",
responsabili della maggior parte degli attentati suicidi in Israele e nei
Territori contro obiettivi israeliani.
HARAFAT Ul-Mujahidin.
Questa
organizzazione ha condotto numerosi attacchi contro civili e militari indiani in
Kashmir. Si tratta di un temibile gruppo di estremisti islamici che opera
essenzialmente in Pakistan. Il leader del movimento, Fazlur Rehman Khalil, ha
legami fortissimi con Osama bin Laden.
HEZBOLLAH.
Sostenuto
da Iran e Siria, il "Partito di Dio" si è costituito in Libano ed è
ritenuto responsabile del terribile attacco del 1983 contro una caserma
americana a Beirut, costato la vita a oltre 200 soldati. Nella stessa città, il
"partito di Dio" ha compiuto nel 1984 un attentato all’ambasciata
degli Stati Uniti nel quale morirono quattordici persone.
HIWAR.
Dialogo.
Islàm e cristianesimo hanno in comune l’affermazione del Dio Uno,
trascendente, creatore, retributore. Dio creatore interviene nella storia
dell’umanità; a Lui è affidata la sorte e del fedele e dell’empio. Il dono
della fede è preposto "all’adesione dell’intelligenza e del
cuore", la vita morale fa riferimento a Dio, e il peccato è un rifiuto
della legge divina. Fino a qui i monoteismi prescrivono atteggiamenti in certo
qual modo comuni, ma esistono tuttavia "linee di separazione" tanto
decise che sarebbe ingenuo, o stolto?, pretendere di trattare islàm e
cristianesimo "insieme". Quando un cristiano incontra l’islàm,
forte si fa in lui la tentazione di leggere il Corano con occhi cristiani e
costruire una "teologia dell’islàm". Ma una simile teologia
sarebbe, dal punto di vista cristiano, o un ordito di errori o un concatenarsi
di verità certamente incomplete ma adatte a essere metabolizzate dalla fede
cristiana. Pensiamo agli sforzi invero patetici, seppur generosi, di alcuni
studiosi cristiani, arabi in particolare, per fare del kalimat Allah (che nel
Corano designa Gesù figlio di Maria), l’equivalente del Logos, Verbo
Incarnato del credo ecclesiale. Il guaio è che non esiste una simile teologia
islamica tessuto di errori o catena di verità facilmente cristianizzabili. E
c’è a dispetto di infinite affinità, analogie e del comune monoteismo, una
"differenza fondamentale e terribile" fra islàm e cristianesimo.
Eccola nelle parole di Raimondo Lullo, evangelizzatore cristocentrico del
tredicesimo secolo: "I Saraceni credono che il Signore nostro Gesù Cristo
è il Figlio di Dio ma non credono che egli sia Dio". Un leader palestinese
che potremmo definire un laico credente(come, del resto, la maggior parte dei
musulmani) sostiene: "Erede di Ismaele, l’Islam continua a vivere nel
deserto, camminando, camminando nel mondo perché il mondo di oggi è un
deserto. I cristiani, invece, sono rimasti nelle catacombe e più tempo passa più
sprofondano nel buio dell’intolleranza, della vita facile, dell’ipocrisia
consumistica".
ISLÀM.
Oggi
l’islàm "è" un miliardo e 200 milioni di musulmani. Forma sul
globo un grande semicerchio: da Dakar all’Insulindia, rammentando l’hilal,
la falce della Luna nel suo primo quarto, divenuta nel tempo il simbolo dell’islàm.
La sua diaspora si spinge sino alla Cina, al vasto Sud dell’ex Urss, fino ai
poveracci emigrati in Europa, i nostri "vu cumprà" che non sono
macchiette, ma uomini consapevoli della propria Cultura: l’islàm, appunto.
All’origine di tutto questo c’è la Rivelazione. Maometto, forte
cammelliere, uomo del deserto, al ritorno da ogni carovana si ritirava a
meditare e a digiunare "per disintossicare la mente e il corpo", in
una grotta del monte Hira. Allo scoccare del tramonto, allorché il colore
neutro delle dune diventa rame fuso, Maometto vede l’arcangelo Gabriele. E
questi gli rivela il suo destino profetico. Quella in cui viveva l’allora
quarantenne Maometto è la società preislamica, agnatica, fondata sui legami
maschili del sangue, che praticava l’endogamia così com’era praticata in
tutta l’area mediterranea e nel Vicino Oriente. Una società che mescola la
fierezza, il culto dell’onore(individuale e della tribù), ma che, al tempo
stesso, è permeata di violenza, posseduta da una sensualità sfrenata. Era
quello il "tempo dell’ignoranza", dominato da un dio supremo, al Ilal, assediato però da un’infinita schiera di idoli. A codesta società,
Maometto si rivolge perché cancelli gli idoli e veneri il Dio Unico: degli
arabi, dei cristiani, degli ebrei. Irriso, minacciato, con pochi seguaci egli
lascia la natia Mecca per emigrare alla Medina, compiendo l’Egira (higra). Qui
Maometto, poggiato al tronco di una palma, trasmetterà ai suoi la parola di Dio
dettagli da Gabriele. La parola, ovvero il Corano.
JAMAAT Ul-Fuora.
Nato
negli anni Ottanta, è tra i gruppi più radicali nella galassia del
fondamentalismo islamico. Il leader religioso pakistano Sheikh Mubarik Ali
Gilani ha dato un impostazione rigidissima al movimento che ha cellule sparse in
tutto il mondo. Alcune sono state localizzate anche in America del Nord. Nel
loro mirini ci sono tutti i "nemici dell’islàm", Stati Uniti in
testa.
JIHAD
islamica.
E’
un gruppo di estremisti islamici nato in Egitto nei Settanta. Il suo obiettivo
è quello di rovesciare l’attuale governo egiziano e sostituirlo con uno
islamico. E’ l’organizzazione considerata responsabile dell’assassinio del
presidente egiziano Anwar Sadat nel 1981.
JIHAD
islamica palestinese
.
Nata nei Settanta, è un’organizzazione che lotta per la creazione di uno
Stato islamico palestinese e per la distruzione di Israele attraverso la
"guerra santa". Ha compiuto numerosi attacchi suicidi contro obiettivi
israeliani nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e nello Stato ebraico. E’
l’"anima assassina" dell’Intifada.
KHAMSA
.
La parola significa "cinque", ma costituisce anche uno dei simboli più
importanti dell’islàm. La khamsa è una mano a cinque dita che spesso i
musulmani portano con sè come i cristiani portano la croce, anche se il
significato è diverso. Il simbolo viene rappresentato un po’ovunque: negli
ingressi delle case, negli edifici pubblici, nei cimiteri, eccetera. Oltre ad
essere un simbolo religioso, la khamsa, nelle varie tradizioni popolari, assume
anche una funzione protettrice, taumaturgica ed è oggetto di riti, di frasi
rituali, proprio perché essa è vista come una garanzia per allontanare le
forze del male; in alcune iconografie popolari la si ritrova disegnata con un
occhio al centro. Le origini, anche in questo caso, sono controverse: alcuni
studiosi affermano che essa risale ad una tradizione preislamica; per i teologi
islamici, invece, la mano a cinque dita non sarebbe che la rappresentazione del
nome di Dio, Allàh, che è formato da cinque lettere; altri affermano che le
cinque dita rappresentano i cinque pilastri della fede musulmana.
KHOMEINI.
E’
l’ayatollah, presenza di Dio, che armato d’una vecchia copia del Corano, con
la forza della sua parola ha raccolto intorno alla sua ieratica figura
l’immenso esercito dei mostazafin: i senza scarpe, i sanculotti iraniani. Con
loro, a mani nude, ha cacciato lo Scià, il potentissimo Re dei Re, accusandolo
di falso modernismo, di stravolgere i connotati culturali della Persia. Scampato
fortunosamente allo smembramento durante l’orgiastico funerale, quasi un
linciaggio, il fragile corpo di Khomeini giace, oramai dal 6 giugno 1989, in una
tomba dello sterminato paradiso di Zhara: il cimitero di Teheran. Su quella
tomba, a ridosso dell’immenso riquadro 17, dove riposano i martiri della
rivoluzione khomeinista, proprio là dove nel lontano 1° febbraio ‘79 Khomeini, di ritorno dall’esilio, proclamò il suo primato, hanno eretto un
mausoleo che strutturalmente riprende le linee della Kaaba, dov’è la Pietra
Nera, e della Moschea di Omar. Vien fatto di domandarsi come il suo potere abbia
potuto trionfare durante dieci anni difficili, superando ostacoli tremendi.
Primo tra tutti il massacrante conflitto con l’Iraq, che Khomeini, anziché
concludere con l’eliminazione del cane rognoso Saddam Hussein, fu costretto a
interrompere, tracannando l’amaro calice della 598, la Risoluzione dell’Onu,
che troncava la lunga guerra devastante. In forza del terrore? No, il terrore da
solo non sarebbe bastato per trionfare in un Paese come l’Iran, dove lo
Sciismo è sinonimo di rifiuto, di protesta perenne. La sua arma vincente è
stata piuttosto il Corano, ch’egli ha manipolato con estrema scaltrezza.
Sembra incredibile, ma la sua formula è stata semplice: al magmatico esercito
dei senza scarpe egli ha detto in termini persino rozzi: voi siete i portatori
della Verità. Voi combattete contro il Diavolo, così come lo combattè fino al
sacrificio supremo il profeta Alì. Dovete anelare al martirio perché è la
chiave del Paradiso. Ecco, il martirio è stato il cardine teologico della
cultura rivoluzionaria di Khomeini. Il martirio che "crea" i
terroristi suicidi.
MATRIMONIO
misto.
E’
tollerato dall’islàm e in teoria non pone problemi. Ma ciò vale quando è
l’uomo a sposare una cristiana, una ebrea o una indù. Nell’islàm, infatti,
è l’uomo che "veicola" l’educazione religiosa dei figli. Non
importa che la donna non musulmana si converta all’islàm, può rimanere
fedele al suo credo, ma per i figli è diverso. Per la cultura musulmana (intesa
come società) è automatico e ovvio che i figli dovranno ricevere
un’educazione musulmana per crescere e diventare buoni musulmani.
MOVIMENTO
islamico per la predicazione e la guerra (MIPJ).
Trae
origine da una scissione all’interno del Gruppo Islamico Armato (GIA),
ispirata e guidata dall’emiro Mustafa Kertali. L’organizzazione riunisce
dissidenti del GIA, del Movimento per lo Stato Islamico (MEI) e del Fronte
Islamico del Jihad Armato (FIDA). Si sospetta che siano stati
"comprati" dalle forze di sicurezza algerine.
MUBARAK.
Quando
Hosni Mubarak salì al potere sostituendo Sadat ammazzato sotto i suoi occhi
durante la sfilata che celebrava la (mezza) vittoria riportata nella Guerra del Kippur, la gente lo amava. Lo considerava, infatti, onesto, lo chiamava Omega
per sottolineare il suo impegno di leader-manager. Puntuale. Oggi lo chiamano in
molti la "vacca che ride" e non sono in pochi a dubitare della sua
onestà. Da anni il Raíss, un uomo coraggioso, un ex pilota di
cacciabombardieri addestrato in Urss, combatte una "guerra che non si
vede" con le forze ribelli dei radicali islamici, specie nella zona di Assiut. Apparentemente saldo al potere, egli sa che nel Terzo Mondo sono i
miserabili a decidere della sorte dei potenti. Il fascino perverso di Osama bin
Laden non può non preoccuparlo. E’ preso dal dilemma: giuocare su una attenta
equidistanza, ovvero schierarsi con gli Usa. Tempi difficili, i suoi, in un
Paese dove nasce un bambino ogni trenta secondi e senza aiuti americani la gente
morirebbe di fame. Letteralmente.
MUEZZÌN.
Il
"conduttore" della preghiera. E’l’officiante che chiama alla
preghiera i fedeli e che ha ricevuto una specifica formazione nelle tecniche
vocali. Nei Paesi più evoluti è stato sostituito da una voce maschile
registrata, proprio come è avvenuto in Occidente per le campane delle chiese.
Resistono soltanto in Arabia Saudita, nelle zone periferiche e più povere. A
Tripoli ne è rimasto uno solo, vicino all’ex hotel Uaddan. Con la palma della
mano aperta a conca a lato della bocca, lancia immancabilmente l’appello alla
preghiera che si compone di sette formule precise. "Allàh è il più
grande"(ripetuta quattro volte), "Attesto che non v’è dio
all’infuori di Allah" (detta due volte), "Maometto è l’inviato di
Allàh" (due volte), "Suvvia, alla preghiera" (due volte),
"Suvvia, alla salvezza". "Allàh è il più grande" (detta
due volte). "Non vi è dio all’infuori di Allàh". Appollaiato in
cima al minareto (al-manara), come scrive l’antropologo algerino Malek Chebel,
il muezzìn (forma turchizzata del termine arabo mu’àdhdhin) è preposto
all’appello dei credenti, affinché questi possano compiere la preghiera nella
moschea. Si tratta di un obbligo canonico istituito dal Profeta e attuato nella
prima moschea dell’islàm eretta a Medina la Risplendente (al-Munawara). Fu
l’abissino Bilal, uno dei compagni più fidati di Maometto, a ricoprire per
primo questa funzione, tra le più rilevanti sul piano del rituale.
MUSLIM.
L’appartenenza
all’islàm non è legata a un’area geografica, a una nazionalità o a un
passaporto, ma all’obbedienza ad Allàh. Muslim (musulmano) è il nome di
colui che possiede l’identità islamica. Musulmano è solo chi è sottomesso
ad Allàh, ha fede nel credo islamico e fa dei precetti maomettani un codice di
vita che si fonda su cinque regole essenziali: i pilastri. Islàm, infatti,
significa letteralmente "sottomissione ad Allàh". Quindi, poiché Allàh
è Verità, solamente l’islàm, tra le diverse religioni praticate dagli
uomini, è la vera religione divina.
OMAR.
Davvero
una verde (il colore del Profeta) primula rossa. Dicono che l’abbia incontrato
due volte soltanto un importante (e fortunato) giornalista pakistano. Risulta
ch’egli si sia intrattenuto piuttosto a lungo con una sola persona, l’ex
inviato dell’Onu signor Lakhdar Brachimi. Il Mullah Mohammed Omar Akhunzada
sarebbe nato nel 1959 in un miserabile villaggio a Sud di Kandahar. A
vent’anni entra nella resistenza ai sovietici, nei commandos istruiti e
foraggiati dalla Cia. Con l’addestramento, riceve il primo paio di scarpe
della sua vita. Combattendo i russi ha perduto l’occhio destro, l’invalidità
lo ha "costretto" a far politica. Oggi è il leader supremo dei taleban. Nominato dal consiglio dei mullah "Emir el mu’minime",
Sceriffo del Profeta e dei Credenti, preferisce farsi chiamare semplicemente taleb, studente, poichè studia perennemente il Corano. Un’aura di sacralità
lo circonda avendo egli rivelato ai suoi d’essere "periodicamente
visitato da Maometto". Alto, robusto, chiaro di pelle, nero di barba e
turbante, con una benda (nera) alla Dayan a coprire la vuota orbita destra, a
detta di Ibrahimi "emana carisma e forza. Si ha l’impressione che neanche
la morte fermerà il suo disegno". Ch’è, poi, quello che viene
attribuito al miliardario suo amico fraterno Bin Laden: la costituzione del
"Grande Stato islamico globale". "Non importa quando, ma ci sarà",
afferma. E aspetta, nascosto chissà dove, che il destino si compia: "La
fretta è del diavolo, la lentezza di Dio".
OSAMA.
"Siamo
alle calcagna di Bin Laden": detto dal Presidente degli Stati Uniti
potrebbe essere un annuncio storico. Non fosse altro perché il Presidente si è,
per così dire, compromesso: non soltanto col suo (traumatizzato) Impero ma
altresì col resto del mondo; in forza di "informazioni certe".
"Lo vogliamo vivo o morto", ha detto il texano W., epperò sappiamo
che vorrebbe averlo vivo per condannarlo, "prove alla mano". Il
garantismo è nel Dna degli americani, per di più una buona istruttoria e un
interrogatorio pubblico del (presunto) capo della cupola islamica
trasformerebbero il buco nero del terrorismo (suicida) islamico in un Graal di
informazioni preziose. Ma è sicuro il presidente Bush che l’uomo
"tallonato" sia proprio lui e non un replicante del fosco terrorista?
Sappiamo trattarsi di un ex palazzinaro saudita, valoroso combattente in
Afghanistan nelle grazie della Cia perché nemico dei comunisti. Conosciamo le
sue parole gonfie d’odio contro gli infedeli che lordano con la loro presenza
(i GI) l’Arabia Saudita custode dei Luoghi Santi dell’islam, parole raccolte
da un cronista serio qual è Bob Fisk. Lo abbiamo visto in fotografia, in
videocassetta, epperò chi ci dice che lui sia lui ovvero un replicante? E siamo
sicuri che se è davvero lui l’uomo con la Delta Force alle calcagna, col suo
arresto cessi l’odio contro di noi e crolli il suo progetto di Stato islamico
globale? Dalle sue parti un conto è quel che si vede, un altro conto la realtà.
Wait
and see.
PREGHIERE
quotidiane.
Ci
sono rigide condizioni che rendono valida l’adorazione quotidiana: la purezza
rituale, il vestiario appropriato, l’esecuzione della preghiera nel tempo
giusto, l’orientamento in direzione della Mecca (Qibla) e l’idoneità del
luogo. La purezza rituale si realizza attraverso le abluzioni. Quando manca
l’acqua, nei casi indicati dal Corano, si può far ricorso alla
"lustrazione pulverale" (con terra pulita, sabbia, polvere). Per
quanto riguarda il vestiario appropriato per l’adorazione quotidiana, l’uomo
deve aver coperte, almeno, le parti del corpo tra l’ombelico e le ginocchia.
La donna, invece, deve aver coperto tutto il corpo, ad eccezione delle mani e
del viso. Ogni luogo pulito è idoneo all’adorazione. Non sono ritenuti idonei
i luoghi di decenza, gli immondezzai, i luoghi bui ed altri indicati dalla
giurisprudenza islamica. Nella preghiera, di solito il tappetino salva
dall’impurità, ma, al limite, basta un foglio di giornale.
RAI.
Genere
musicale algerino divenuto internazionale. L’origine della parola è
controversa, sebbene le radici rimandino all’idea di innovazione, opinione
personale, invenzione. Tale termine designa anche una delle fonti del diritto
musulmano. Alcuni studiosi affermano invece che la parola Rai non sarebbe che
una deformazione del termine spagnolo Rey (re), forma musicale sviluppatasi
durante la conquista spagola di Orano (Algeria) nel XVI secolo, che consisteva
in lodi al re di Spagna. L’episodio storico riflette come le varie presenze
straniere nella città di Orano e in tutto l’Ovest dell’Algeria abbiano
sempre contribuito allo sviluppo di una cultura mista, cosmopolita, aperta a
vari influssi, di cui la musica Rai non sarebbe che la più recente espressione.
Sul piano sociologico, la musica Rai è nata intorno agli anni ‘70 come musica
per accompagnare le feste di matrimonio, che secondo le tradizioni locali durano
da quattro a otto giorni. Rapidamente il genere si è esteso ed ha acquistato
una fisionomia originale ed oggi è inserito nel panorama della World Music. Si
possono distinguere due tematiche principali nei testi della musica Rai:
l’amore proibito, impossibile, nascosto; l’immigrazione, il viaggio, la
libertà. Oggi sono numerosi i cantanti Rai, sia uomini che donne, ma il più
celebre è senz’altro Cheb Khaled, invitato nel 1995 al Festival di Sanremo.
Ma sin dagli anni ‘80 la musica Rai è stata presa di mira dalla contestazione
islamica: molti musicisti e cantanti sono stati minacciati, alcuni dei quali
assassinati, tra cui il celebre Cheb Hasni, inventore del "Love Rai",
ucciso ad Orano, capitale del Rai, il 4 settembre 1994.
RAMADAN.
Il digiuno(saum ovvero siyam) del mese di Ramadan (il nono mese del calendario
lunare) venne stabilito nel 624, l’anno secondo dell’Egira. "O voi che
credete, il digiuno vi è prescritto affinché possiate manifestare la vostra
pietà. Digiunerete un numero preciso di giorni(...). Il mese di Ramadan è
quello in cui il Corano venne rivelato per indicare la via diritta agli uomini,
per dar chiara spiegazione dei precetti divini, dei criteri che consentono di
scernere la verità dall’errore. Digiunate tutto il tempo stabilito e
magnificate Dio per avervi messo sulla buona strada sì da provargli la vostra
riconoscenza". Così è scritto nella Sura seconda del Corano, in tre soli
versetti (dal 183 al 185). Tre versetti che fanno del digiuno durante il Ramadan
il quinto Pilastro dell’islam. Più che riformare il Ramadan (ci provò
Burghiba nel 1960, ci provò nel 1965 Sukarno: si ruppero i denti entrambi)
bisognerebbe riformare la società. Intendo la società islamica che cattivi
leaders (musulmani e non) tengono prigioniera della violenza, della fame.
Potrebbe non essere un’impresa disperata solo che venissero meno le complicità
dell’Occidente con certi regimi, con alcuni leaders. Un bel digiuno farebbe
bene anche agli occidentali presuntuosi, particolarmente fieri della loro
presunta superiorità tecnologica. Non dico durante un mese, ma solo una
settimana smettere di masticare saccenza, razzismo, indifferenza, egoismo forse
ci salverebbe dal disastro. Perché quando muore lo spirito muore anche la
dignità dell’uomo.
SCUOLA
DI SALERNO.
Scuola
di medicina araba celebre dal IX al XII secolo, al punto che la città fu
chiamata "la città di Ippocrate", vista la competenza dei suoi
medici, arabi e non, ma che lavoravano su testi arabi. La Scuola di Salerno fu
una tappa fondamentale nella storia della medicina: sulla base dei testi arabi e
dell’esperienza pratica di medici arabi si stabilì il rapporto fra sapere
teorico e sapere dedotto dall’esperienza pratica. Fino al quel momento
l’opposizione tra teorici e pratici era drastica, al punto che esistevano in
Europa due scuole di medicina, una basata su elementi teorici senza riscontri
sulla realtà, l’altra basata sull’esperienza. Per comprendere l’ambito di
queste divergenze ed il ruolo di Salerno nella storia della medicina mondiale,
va ricordato un aneddoto: alla corte dei re di Francia un medico favorito del
re, Derolde, entrò in controversia con un collega arrivato da Salerno,
sostenuto dalla regina. Il medico salernitano fu vinto nella controversia, tentò
di avvelenare Derolde, ma in seguito fu capace di trovare il rimedio per
salvarlo.
SCUOLA
DI TOLEDO.
Conosciuta
anche per la scuola di traduttori, Toledo è stata nel medioevo, a partire dal
XII secolo, un importante centro di studi filosofici. E’ a Toledo che il
filosofo Avicenna (Ibn Rushd) fu tradotto in latino e, contrariamente a ciò che
si crede in Occidente, furono conosciute prima le opere di Avicenna e solo
successivamente quelle di Aristotele. Ma l’aspetto più importante della
Scuola di Toledo è che nel suo sforzo di conoscenza e di traduzione furono
protagonisti studiosi ebrei, cristiani e musulmani come Maimonide (filosofo
ebreo, medico di Saladino), Ibn Daoud, Domenico Gondi Salvi, eccetera. Da Toledo
partì un grande movimento intellettuale che troverà continuazione
nell’Italia meridionale, in particolare a Napoli con l’imperatore Federico II, fondatore dell’Università di Napoli.
SHARIA.
E’
la legge islamica che in teoria si ispira al Corano. Il Corano non è un libro
di precetti religiosi, è soprattutto un libro di comportamenti e, voglio
aggiungere, anche una straordinaria opera di poesia. I versetti coranici sono
forse i più belli (in senso assoluto) che siano stati scritti, secondi solo
alla Commedia di Dante. Entrambi, il Corano e la Commedia, sono libri divini.
Secondo la tradizione, fu l’Arcangelo Gabriele a dettare al cammelliere
Maometto le varie Sure (capitoli) del Corano. La Sharia, invece, è
quell’insieme di regole e disposizioni di legge in forza delle quali i vari
Califfi venuti dopo il Profeta Maometto hanno affermato e protetto il proprio
potere. Spesso duro, reazionario se non addirittura crudele. Gli attuali epigoni
dei vecchi Califfi (certi leaders arabi) hanno o alleggerito (i più onesti e
lungimiranti) ovvero l’hanno inasprita (i più dispotici e oscurantisti).
Attenzione, dunque, a non confondere la Sharia col Corano, con l’islam ch’è
religione che predica la tolleranza e in primo luogo il rispetto della donna,
degli orfani, dei poveri. Citerò un’esperienza personale. A Firenze durante i
lavori di un congresso internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio
ho diretto una tavola rotonda: il volto dell’islam. Il professor Nasrollah Pourjavadi, dell’Università di Teheran, ha detto del disagio dell’Iran, una
teocrazia, di fronte alla shari’a, soffermandosi sugli sforzi di giuristi e
sociologi tesi ad "aggiornare" la legge islamica. Il taglio della mano
al ladro, prescritto sette secoli fa, crea non poco imbarazzo anche in una
società teocratica qual è, appunto, quella iraniana rimodellata dalla
"rivoluzione a mani nude" di Khomeini. Ebbene, il presidente della
Lega degli Ulema del Marocco e del Senegal, che aveva già parlato esaltando la
tolleranza e il culto della ragione "buona", veri tesori dell’islam,
mi richiese la parola per "bacchettare", visibilmente infastidito,
l’eretico professor Pourjavadi. Il taglio della mano va visto come un esempio
di dissuasione, declamò il religioso marocchino.
TALEBAN.
Studenti
del Libro, il Corano. Si vuole che vengano dal Nord dell’Afghanistan ma si
vuole altresì che siano una delle 77 sette dell’islam pakistano. Combattenti
nati, rapidi come camosci, orgogliosi della sconfitta inflitta all’Armata
Rossa, seguono cecamente il misterioso loro capo e padre spirituale, quel Mullah
Omar, che protegge il generoso miliardario saudita bin Laden. Studiosi del Libro
o manipolatori del Corano? In maggior parte analfabeti, ignorano tutto del resto
del mondo ed è qui, forse, la loro terribile forza: nella loro solitudine
culturale fatta di grandi altezze gelate e di valli incadescenti, essi ritrovano
"lo spirito di Allah" in forza del quale si sentono
"chiamati", spesso alla morte che non temono. La considerano, la morte
in battaglia, la via maestra che porta in Paradiso.
TERRORISMO.
Quella
che chiameremo la tecnica operativa del terrorismo moderno risale
presumibilmente ai dettati della spietata organizzazione russa Narodnaya Volya
(1878-1881): colpire alle spalle, colpire nel mucchio per "uccidere
sbalordendo", per colpire luoghi, edifici, figure-simbolo del campo
avverso. A motivare gli intellettuali populisti della Narodnaya Volya era
l’odio verso lo zarismo autocrate: il 1° marzo del 1881, poco prima di
scomparire (letteralmente) dalla faccia della Terra, assassinarono lo Zar
Alessandro II. Anteriore alla realtà degli occhialuti terroristi russi, è la
leggenda del Grande Vecchio della Montagna, capo della setta degli Assassini. Si
vuole che fossero Ismailiti che, venuti dalla Persia in Siria nel secolo
undecimo, uccidevano prefetti, governatori, califfi "per affermare il
primato ideologico-religioso dell’islam". Un po’ come oggi. I
terroristi suicidi che stuprano Manhattan somigliano anche a quelli russi che
uccidevano "per sbalordire". Solo che né loro, né gli Assassini del
Grande Vecchio si uccidevano per uccidere. E neanche i Zeloti-Sikari, i
terribili membri d’una setta ebraica attiva in Palestina nel primo secolo.
Forse, azzardiamo, il primo terrorista-suicida fu Sansone che per dar la morte
ai Filistei si fece crollare addosso il tempio. I terroristi (anarchici o
patrioti?), da Sarajevo al Fascismo, uccidono ma muoiono per mano altrui: o
linciati, o fucilati - e sino all’ultimo sperano di farla franca. Dopo la
liberazione (o caduta) di Saigon, il mitico generale Giap disse in quel mercato
affollato di vinti e di vincitori, che "il terrorismo serve ma non
risolve" e in ogni caso i terroristi erano da classificare "commandos
speciali" non già eroi. Così tre Viet Cong terroristi, già considerati
eroi, rimasero senza medaglia. Da sempre il terrorismo viene considerata
un’arma "non eroica" se non "vile" addirittura.
L’Agenzia ebraica e Ben Gurion condannarono con sdegno la strage di Deir
Yassin (9 aprile del 1948) opera dell’Irgun e del Lehi, protagonisti Shamir e Begin, 250 palestinesi massacrati e gettati nei pozzi o lasciati marcire
all’aperto. Shamir campa, Begin è morto nel suo letto. I fedayn autori della
strage di Monaco (5 di settembre del 1972) sono stati via via eliminati dal Mossad, nessuno di loro s’è ucciso per uccidere. Il "salto di qualità"
si ha con Khomeini che "spiega" come suicidarsi non sia peccato
mortale quando si uccide il nemico infedele: al contrario, uccidendosi per
uccidere fa attingere il martirio che garantisce il Paradiso. Non
necessariamente, dunque, i terroristi-suicidi son tutti persone senza più nulla
da perdere, come certi palestinesi nati e cresciuti con la merda sino al collo
nella patria confiscata. E allora? Nel nuovo disordine in cui siamo piombati
dopo lo stupro di New York, riesce difficile immaginare che il
terrorismo-suicida più non colpisca. Come tutte le cose terrene, finirà. Ma
quando? Allah a’alam: Dio solo lo sa.
VELO.
L’hidjab
non non mortifica la donna veramente musulmana, sia che faccia la sposa, sia che
diriga una banca (accade in Iran). Contro la falsa modernizzazione dello Scià,
le studentesse adottarono il velo delle popolane. Quando, però, Khomeini
cominciò a tralignare, molte ragazze iraniane si tolsero il velo, finendo
persino in carcere. In realtà (cfr. Nicoletta Diaiso "Il Velo che
separa") l’hidjab è la tenda, il "recinto",
l’"imene". Come sudario occulta quell’organo femminile che è al
tempo stesso "il sorriso della vita e l’occhio del ciclone". Il velo
trasferisce nella vita quella differenza che Allah ha iscritto nei corpi; è
l’"ostacolo" che divide l’uomo dalla donna, i fedeli dagli empi.
La felicità e la salvezza dell’Umma, la comunità islamica, riposano in
ultima istanza "sulla demarcazione assoluta tra il maschio e la femmina,
fra il credente e l’infedele, tra Dio e tutto ciò che esiste".
WAHABITI.
Il mondo musulmano è molto articolato e all’interno delle due principali
correnti(sciiti e sunniti) vi è tutta una serie di ulteriori divisioni.
Estremisti e moderati, integralisti e tolleranti sono distribuiti tanto tra gli
sciiti quanto tra i sunniti. I wahabiti sono seguaci di una scuola di pensiero
nata nel mondo sunnita. Fautori di una rigida applicazione della Sharia
all’interno dell’Arabia Saudita, appoggiano finanziariamente movimenti
islamisti di mezzo mondo, tra i quali, secondo Mosca, i terroristi ceceni che
hanno tentato di trascinare l’intera regione del Caucaso in una guerra di
religione.
ZACCARIA.
E’
l’anziano e pio sacerdote, marito di Elisabetta, al quale si manifesta
l’arcangelo Gabriele per annunciargli l’evento della nascita di Giovanni
Battista e spiegarne il senso recondito della missione. Oltre a Zaccaria nel
Corano si ritrovano numerosi personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento:
Adamo, Abramo, Mosè, Isacco, Aronne, Noè, Giobbe, Davide, Salomone, Isacco,
Gesù e la Madonna. Di Cristo è riconosciuta l’origine divina, così come
(sempre nel Corano) viene affermata la verginità feconda di Maria. Nel cielo
dell’islam come in quello della tradizione biblica volano affascinanti spiriti
alati. Sono gli "angeli della faccia" (i più importanti sono Michele,
Gabriele, Uriele e Raffaele) che occupano il posto più alto tra le creature
celesti e vengono incaricati da Dio a svolgere compiti delicati e decisivi.
Missioni che precedono l’avvento di coloro i quali, con la loro opera,
modificheranno per sempre la storia degli uomini. E’ l’arcangelo Gabriele,
infatti, a comparire in due momenti- chiave per l’umanità: la nascita di Gesù
e l’inizio della missione di Maometto.
ZAKA’H.
L’imposta
coranica è il terzo pilastro dell’islam. "Eseguite l’adorazione
rituale quotidiana, pagate l’imposta coranica ed ubbidite al Profeta, può
darsi che vi venga usata misericordia". I proventi dell’imposta coranica
devono essere utilizzati a beneficio dei poveri, dei bisognosi. Il debito
d’imposta viene dal possesso di 200 dracme oppure 20 dinari, che sono il
minimo imponibile (nisàb). Per i prodotti agricoli è dovuto, a titolo
d’imposta coranica, il decimo del valore, se la coltura non richiede spese di
irrigazione, mentre è di un ventesimo se le richiede. Per le miniere è dovuta
un’imposta pari ad un quinto del valore, sole se viene scoperta in un terreno
soggetto alla decima. Per il tesoro nascosto sotto terra è dovuta un’imposta
pari al dieci per cento del valore, tranne che si tratti di pietre preziose. Ma
oggi il "tesoro" si può tranquillamente identificarlo soprattutto
nella rendita petrolifera, nelle royalties: oro nero.
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