L'IRAQ
CINQUE ANNI DOPO L'INTERVENTO MILITARE (20/03/2008) |
L'Iraq
a 5 anni dall'intervento USA. Il nunzio: con le armi non
si costruisce la pace
Ascolta il
servizio di Amedeo Lomonaco
Ascolta
l'intervista con mons. Chullikat
Sono
passati cinque anni dall’intervento militare
anglo-americano in Iraq e la crisi umanitaria nel Paese
del Golfo resta tra le più critiche al mondo. I
terroristi continuano a lanciare proclami contro
l’occidente: in un nuovo messaggio il capo di Al Qaeda,
Osama Bin Laden, annuncia “una grave punizione” per
l’Europa e attacca anche il Papa. “Queste accuse –
ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana, padre
Federico Lombardi – non sono una novità e non
stupiscono”. Ma è del tutto infondata – ha aggiunto
– “l’accusa specifica di coinvolgimento” in una
campagna di derisione dell’islam per la vicenda delle
vignette satiriche contro Maometto. Il Papa ed il
Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – ha
ricordato padre Lombardi – hanno biasimato in più di
una occasione la campagna satirica contro l’islam.
L’Iraq, intanto, è ancora un Paese frammentato,
devastato da violenze e fragilità. Il servizio di Amedeo
Lomonaco:
La violenza in Iraq ha distrutto famiglie, cancellato
interi villaggi, sconvolto regioni: dal 2003 ad oggi, sono
rimasti uccisi almeno 150.000 uomini iracheni. Le vedove
sono più di 70.000 e centinaia di migliaia di bambini
sono orfani. Molti di loro sperimentano drammatiche realtà
come la malnutrizione, l'assenza di cure nella malattia e
la mancanza di istruzione. C’è un Iraq che non riesce a
crescere e comunità che non riescono a convivere: Baghdad
è oggi un insieme di ghetti sunniti e sciiti. Nonostante
tutto, il governo iracheno cerca di promuovere un percorso
democratico e le forze statunitensi tentano di garantire
maggiore sicurezza. Ma in questo pantano iracheno a lievi
miglioramenti si alternano stragi e attacchi kamikaze. Da
parte loro gli Stati Uniti piangono la morte di quasi 4
mila soldati. Alle perdite si aggiungono anche altri costi
pesantissimi: si stima che le operazioni militari nel
Paese arabo costeranno complessivamente
all’amministrazione americana oltre 3 mila miliardi di
dollari. Il ritratto è anche quello di un Paese che si
svuota: sono almeno 4 milioni e mezzo gli iracheni
costretti ad abbandonare le loro case per sfuggire a
violenze e miseria. Le carceri irachene, invece, sono
piene: nel 2007 i prigionieri erano più di 51 mila. Tra
questi più di 1350 sono minori, detenuti in drammatiche
condizioni.
E sulla situazione in Iraq ascoltiamo, al microfono di Amedeo
Lomonaco, il nunzio apostolico a Baghdad, mons.
Francis Chullikat:
R. – Dopo l’intervento militare del 20 marzo del
2003, l’Iraq sta ancora in ansiosa attesa della pace. La
violenza e il conflitto settario purtroppo continuano. Con
il passare degli anni sembra che la Santa Sede abbia avuto
ragione: con le armi non si costruisce la pace; la pace si
costruisce con la libertà, fondamentale per le persone, e
con la convivenza pacifica tra i popoli.
D. – Eccellenza, questo seme della pace che sta
diffondendo la Chiesa in Iraq sta germogliando?
R.
– Sta germogliando ad un passo molto lento, perchè la
riconciliazione della società irachena è ancora in
corso; si sta cercando di promuoverla specialmente tramite
l’intervento delle organizzazioni internazionali e dei
vari gruppi religiosi presenti nel Paese. La Chiesa
cattolica sta dando un contributo molto significativo,
mettendosi in contatto e in dialogo con varie comunità
musulmane del Paese. Lo stesso governo sta apprezzando
questo contributo concreto. Soltanto cercando di costruire
un’armonia e una convivenza tra i vari gruppi, le etnie,
le culture e le religioni, è possibile costruire una pace
duratura nel Paese.

|
|