da
unitàonline,
17/9/1999
Marco
Revelli, docente universitario, economista e sociologo, ha recentemente
pubblicato un libro estremamente discusso (Fuori luogo, Edizioni Bollati
Boringhieri), nato da una esperienza da lui personalmente fatta in un campo
nomadi nei pressi della sua città, Torino. Il dibattito suscitato con quest'ultima pubblicazione non è il primo che le posizione assolutamente
originali del suo autore hanno provocato. Innovatore, capace (ed è davvero uno
dei pochi) di muoversi su strade non praticate, libero da schemi ideologici,
Revelli è riuscito in questi anni a parlare un linguaggio inedito e a guardare
la situazione attuale cercando strade non già percorse e già dimostratesi
fallimentari: proprio per questo la sua riflessione è estremamente stimolante e
ricca. Lo incontriamo e gli chiediamo di parlarci, in sintesi, del suo pensiero.
Può
svilupparsi oggi un nuovo pensiero economico e un nuovo pensiero politico? E in
che direzione?
Lo
stato della riflessione politica mi sembra davvero disastroso. Da qui la mia
ansia, e il mio lavoro nasce proprio da questa angoscia. Ho l'impressione che
buona parte degli apparati culturali e delle ipotesi politiche, in particolare
relative alla sinistra del Novecento, stiano franando con una radicalità e una
rapidità davvero molto forte.
Gli
ultimi decenni ce lo dicono: sta cambiando profondamente il mondo, stanno
cambiando i rapporti sociali, le forme della produzione e noi ci troviamo con un
armamentario che o diventa inutile o in alcune situazioni si rovescia nel suo
opposto.
Non
serve cioè più a trasformare l'esistente, ma serve molto spesso come strumento
di costrizione all'accettazione dell'esistente. Da qui quindi questa revisione
critica del passato, ma anche il bisogno di innovazione e di una innovazione che
non sia quella giuliva dei teorici del nuovo che non fanno nient'altro che
riconciliarsi con il "senso della trasformazione". Una innovazione che
ci porti a riprodurre una capacità critica adeguata alla sfida, che è molto
alta.
Su
quali temi si fissa la sua riflessione?
Il
principale oggetto di riflessione è proprio quello che diceva: la politica e
l'economia. Riflessione sul
Novecento in cui la strana coppia Stato-Mercato (con la politica tutta
identificata con lo Stato e l'economia tutta realizzata nel mercato) hanno bene
o male dominato il campo. Sembravano avversari, e da un punto di vista
ideologico lo erano, nella pratica però si sono sostenuti a vicenda e hanno
dominato in modo totale e totalitario l'universo, cancellando un altro elemento
che a me sembra cruciale: la società, i rapporti sociali, la dimensione
sociale.
Tra
la politica e l'economia c'è la società, e questa è stata in qualche misura
cancellata nel corso del Novecento.
Anche
perché sembrava che economia e politica alleate producessero una sorta di
circolo virtuoso: occupazione, crescita, sviluppo, diritti. Io non mi nascondo
gli aspetti positivi del Novecento, ma oggi tutti questi implodono, ricadono su
se stessi: è il dramma di questa scarsa autonomia del sociale, del legame
sociale. Questa è la mia ossessione: un legame che viene continuamente reciso,
e ci sono molti coltelli che si affilano per tagliare i legami e creare
individualismo spinto, atomismo, e incapacità di stare insieme. Questo
problema, a mio avviso, oggi richiede un investimento diretto.
Che
cosa si potrebbe fare praticamente?
Tutte
le mie prediche finiscono con la richiesta di un maggiore impegno per "fare
società", investire energie intellettuali, tempo e disponibilità
personale a spendersi per ricostruire questa capacità degli uomini di stare
insieme, altrimenti dominano le megamacchine non più repressive (perché non c'è
più bisogno di repressione), ma le megamacchine
conformiste, le logiche plebiscitarie e nella sostanza autoritarie, la
dimensione personale della politica e in fondo si apre la strada a disastri,
alla guerra, come ad esempio quella nel Kosovo che è la sintesi di
questa crisi che oggi viviamo.
In
epoca di globalizzazione la sua risposta è riscoprire la piccola realtà.
Una
risposta affascinante, ma difficile da far penetrare.
Sì,
potremmo sintetizzare la mia tesi dicendo: scoprire il
locale, dopo che la dimensione nazionale della politica novecentesca l'aveva in
qualche modo cancellato. Riscoprire l'ambito nel quale gli individui
possono realizzare un controllo e non devono delegare.
Naturalmente
il locale è pericoloso, pieno di trappole, di trabocchetti e di veleni: se
diventa localismo, finisce per imputridire e lo vediamo negli esempi nefasti
delle logiche etniche. Queste sono forme di locale che si blinda nei confronti
dell'altro.
Penso
invece a un locale che abbia la forza di entrare in rapporto col globale.
Da
qui il mio interesse per la logica delle reti, per le nuove tecnologie che oggi
ci permettono di non morire sul posto, pur riscoprendo il gusto di lavorare nel
locale e di tessere relazioni sociali, ma attingendo nelle reti
"lunghe" del globale valori, saperi, stimoli, contatti.
Questa
dimensione di mediazione tra locale e globale bypassa il vecchio stato nazionale
che è in crisi ed è scavalcato da tutti i grandi processi.
Scavalcato
verso l'alto e verso il basso: le identità si riproducono in basso e le
decisioni si svolgono al di sopra delle teste dei politici nazionali. È una
grande scommessa.
Lei
dà molto rilievo a quello che si definisce "privato
sociale".
È
la principale risorsa emersa in questa fine secolo, per certi versi lo paragono
a quello che è stato all'inizio del secolo la grande fabbrica fordista
taylorista che dava il segno all'epoca. La nascita di
questo settore (che è molto di più di un settore, è un modello, un modo di
vita, un tipo di atteggiamento) a mio avviso ha un grandissimo valore
propositivo.
Anche
questo con moltissime ambivalenze e ambiguità, come avviene per tutti i
fenomeni nuovi che nascono da un processo così impetuoso. All'interno ha enormi
risorse: l'idea di un gran numero di uomini e di donne che cooperino tra loro
non per il loro interesse individuale, ma per il bene comune, è straordinario,
è la vera rottura epistemologica rispetto alle logiche novecentesche.
Nello
stesso tempo non mi nascondo che politica e economia stanno cercando
massicciamente di conquistare questo terreno, di strumentalizzarlo, di metterlo
al loro servizio, di colonizzarlo anche in modo inquietante. Anche le logiche
"bocconiane" di trattare questo settore a colpi di budget, al conto di
profitto e perdite, come una impresa, rischiano di disperdere la straordinaria
carica di disponibilità umana che vi è presente.
Jeremy
Rifkin: "Il pianeta di tutti recintato da pochi"
di
Luca Landò
ROMA
- Il futuro? È tutto per aria. Perché è proprio lì, nell'atmosfera che
circonda il Pianeta che si nasconde il grande sogno della globalizzazione:
trasformare il mondo, tutto il mondo, in un gigantesco business. A cominciare
dall'aria, appunto.
Questo
almeno è il parere di Jeremy Rifkin, economista e ambientalista, ma soprattutto
"studioso del futuro", come si definisce lui stesso: uno che studia il
presente per capire quel che accadrà nei prossimi dieci o venti anni. E quel
che potrebbe accadere è la privatizzazione dell'aria. Anzi, delle onde
elettromagnetiche che pervadono l'atmosfera.
"Lo
so, nessuno di noi dà troppa importanza a queste onde invisibili, eppure
dovremmo ricordarci che lo spettro elettromagnetico viene considerato un bene
pubblico, controllato e amministrato dai governi dei diversi paesi che, a loro
volta, concedono licenze per l'utilizzo delle diverse frequenze radio".
Tutto
questo, dice Rifkin, potrebbe cambiare nei prossimi anni perché è in atto il
tentativo, da parte delle grandi compagnie, di acquisire il pieno controllo
dell'intero spettro di frequenze.
"Lo
scorso febbraio, 37 importanti economisti americani hanno chiesto alla
Commissione federale per le comunicazioni la possibilità di subaffittare ad
altri le frequenze che il governo aveva loro concesso. La lettera è passata
inosservata, ma se la richiesta verrà accolta accadrà qualcosa di importante e
pericoloso: che le comunicazioni radio non saranno più controllate dallo Stato,
ma dai privati". Ed è bene essere chiari, avverte Rifkin: "Se le
frequenze radio del pianeta verranno possedute e controllate dai giganti dei
media, penso a Aol-Times Warner, Bertelsmann, Sony o Fininvest, come si farà a
garantire il diritto fondamentale di comunicare ai miliardi di individui che
vivono sulla Terra? Naturalmente, chi può pagare sarà connesso. Ma che ne sarà
di quel 62 per cento che non ha mai fatto una telefonata e di quel 40 che non ha
nemmeno l'elettricità? E come garantire la presenza di punti di vista diversi
se la cultura verrà, di fatto, controllata da poche industrie globali?"
Una
visione alla Orwell, ma siamo certi che non si tratti di una preoccupazione
tipicamente occidentale?
"Se
affrontiamo il tema della distribuzione delle risorse, è istintivo parlare di
povertà, di fame, di mancanza di cure e di farmaci. Ma questo è quello che la
globalizzazione ha prodotto finora. Visto come vanno le cose credo sia giunto il
momento di impegnarci su due fronti: quello che è accaduto e quel che sta per
accadere".
Anche
perché, dice Rifkin, la globalizzazione è una faccenda vecchia. "Altro
che Bush, altro che Monsanto. A mandare in malora il Pianeta sono stati gli
inglesi ai tempi dei Tudor".
Prego?
"Prima
di allora, l'Europa, tutta l'Europa, era organizzata in maniera comunitaria: i
pascoli erano un bene comune, l'agricoltura era gestita in comune, i villaggi
una vera comunità. Non era il migliore dei mondi, probabilmente, ma era una
forma di vita sostenibile. Durò per oltre sei secoli e avrebbe potuto durare più
a lungo".
Invece?
"Invece
nel 1500, nell'Inghilterra dei Tudor appunto, ci fu la svolta. Alcuni banchieri
e aristocratici decisero che le terre potevano esser utilizzate per altri scopi:
non per crescere il grano con il quale alimentare la popolazione locale, ma per
allevare pecore da lana. E con la lana avrebbero potuto produrre tessuti,
iniziare commerci, avviare esportazioni. Di lì a poco, nei pascoli, comparvero
i recinti. Ma quel che è peggio è che, così facendo, si iniziò a recintare
il Pianeta".
In
questi cinque secoli abbiamo recintato di tutto: la terra, gli oceani, l'aria;
abbiamo istituito confini regionali, confini nazionali, acque territoriali,
spazi aerei. E non è finita: grazie alle nuove tecnologie dell'informatica e
della biologia, siamo pronti a mettere recinti anche al patrimonio genetico e
alle onde radio con le quali comunichiamo.
"Per
cinque secoli, l'Occidente non ha fatto altro che piantare paletti e alzare
steccati. Il risultato? L'avvelenamento del Pianeta. Effetto serra, buco
dell'ozono, piogge acide, estinzioni, deforestazioni e desertificazione. Gira e
rigira la causa è sempre quella: i recinti che abbiamo piantato".
Abbiamo
privatizzato l’ambiente e lo abbiamo sfruttato senza regole e senza limiti.
"Prendiamo
l'effetto serra: non è un incidente o è un esperimento malriuscito. È il
conto della cena, è quello che dobbiamo pagare alla fine di quel lauto
banchetto che chiamiamo era industriale. E come tutti i conti da saldare è un
debito: un debito atmosferico le cui cifre sono scritte sopra le nuvole in
termini di anidride carbonica, metano, clorofluorocarburi, ossidi di azoto.
Certo, le crisi ambientali ci sono sempre state, ma avvenivano a livello locale.
Quelle che stiamo registrando adesso, invece, sono crisi globali. Abbiamo fatto
un salto di qualità. In meno di 500 anni gli esseri umani hanno mandato in tilt
la biochimica di un intero pianeta. Altro che Everest o conquista dei Poli: al
di là di ogni giudizio morale, è questa la più grande impresa compiuta
dall'uomo".
I
risultati li leggiamo ogni giorno sui giornali. Sono quei super-uragani di nuova
generazione, cinquanta per cento più potenti di quelli tradizionali e che ogni
anno devastano le coste affacciate sugli oceani; è quel buco dell'ozono che,
allargandosi, lascia entrare più raggi ultravioletti e aumenta il numero di
tumori alla pelle. E ancora, è il ritmo con cui procede l'estinzione della
biomassa: ogni minuto, ogni sessanta secondi scompare una specie vivente; entro
i prossimi nove anni avremo perso il quindici per cento delle specie animali e
vegetali. E' un autentico ecocidio, tanto per citare il titolo dell'ultimo libro
di Rifkin.
E
la gente che fa?
"Ci
sono quattro tipi di reazione. La prima è quella di chi dice: "Non è
vero, non succede nulla". La seconda: "Sta accadendo qualcosa, ma è
così grande, così potente che non posso fare nulla". La terza: "Non
posso fare nulla ma sono sicuro che qualcuno, da qualche parte, farà qualcosa:
gli scienziati della General Electric, della General Motors della General
Dynamics sanno tutti il fatto loro e troveranno certamente il modo di aggiustare
il tutto".
È
chiaro che nessuna di queste tre reazioni porterà a qualcosa di utile.
"L'unica
alternativa è un autentico salto di consapevolezza o, se preferite, di
coscienza, da parte di un’intera generazione. Si tratta di iniziare a vedere
le cose da un altro punto di vista: smettere di pensare come singoli, come
gruppi, come nazione. Dobbiamo pensare come specie".
Affascinante,
ma francamente fa venire in mente i film di Tom Cruise: Mission Impossible.
"Rispondo
con una domanda: chi, vent'anni fa, pensava che i mattoni del Muro di Berlino
sarebbero stati venduti da Bloomingdale's a dieci dollari l'uno? O che un
commediografo sarebbe diventato presidente di una parte della Cecoslovacchia?
Gli eventi hanno preso un passo talmente rapido che, l'ultima cosa da fare, è
stare fermi a guardare. Bisogna agire. Ma soprattutto pensare in modo diverso,
rivedendo alcuni dei concetti alla base della nostra società".
Ad
esempio?
"L'efficienza.
È un concetto nato in termodinamica alla fine del diciannovesimo secolo:
significa massimo risultato nel minimo tempo con il minimo di lavoro e di
energia. Un concetto scientifico, dunque, ma che è stato applicato rapidamente
al mondo del lavoro, prima da Taylor e poi da Ford. Ed è qui il grave errore,
perché il Pianeta se ne frega dei principi di Taylor e di Ford. E i tempi di
assorbimento e di riciclo, non possono inserirsi in quella equazione di massimo
risultato con il minimo sforzo. Il mondo viaggia con il passo della sostenibilità,
che è l'opposto dell'efficienza".
La
soluzione?
"Il
compromesso", dice Rifkin. Una strada che ci permetta di produrre e di
costruire, ma tenendo conto che i tempi da rispettare sono quelli del Pianeta,
non quelli di Ford. "Al posto della parola efficienza, dobbiamo usare il
termine sufficienza. In Italia avete una splendida metafora ed è rappresentata
dalle cattedrali di Roma o dalle case di Siena: sono state costruite impiegando
un mucchio di tempo, di lavoro, di energia. E di danaro. Da un punto di vista
termodinamico, cioè di efficienza, sono un autentico disastro.
Ma
sono ancora lì. E hanno tutta l'aria di durare altri secoli, a differenza di
molte costruzioni sorte in maniera "efficiente" nel giro di poche
settimane". La filosofia dell’usa e getta non ha più senso, dice Rifkin,
anche perché ci ha portati fuoristrada. Ma tornare in carreggiata non è
impossibile, anche perché stiamo assistendo a un’importante novità: il
risveglio della società civile, che bussa con insistenza alla porta di chi
decide. "Fino a pochi anni le decisioni, anche quelle globali, venivano
prese a tavoli con due sedie: da una parte l’economia, dall’altra la
politica. Dopo Seattle, Praga, Davos le cose sono cambiate e ancora di più
cambieranno a Genova. A quel tavolo, prima o poi, dovranno aggiungere una terza
sedia".
Intervista
a cura di Grazia Casagrande
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
REVELLI M., e TRIPODI P.,
"Lo stato della globalizzazione" - Leoncavallo Libri 1998
REVELLI M.,
"Globalizzazione dell’economia e crisi dello stato - nazione", in Nuvole
1996
REVELLI
M., "La cultura della destra
radicale" - Franco Angeli 1985
REVELLI
M., "La Sinistra sociale. Oltre la
civiltà del lavoro" - Bollati&Boringhieri,
1997
REVELLI
M., "Le due destre. Le derive
politiche del postfordismo" - Bollati&Boringhieri,
1996