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INSICUREZZA SOCIALE E POLITICA

I sintomi della crescente integrazione dell’economia mondiale sono costantemente sotto i nostri occhi: dagli eventi finanziari che hanno innescato la fase acuta della crisi albanese allo spot pubblicitario che il governo egiziano trasmette sulla Cnn per attirare imprenditori ed investimenti; dalla diaspora degli operatori economici verso la Romania all’ingresso dei capitalisti italiani nella regione austriaca della Carinzia. Il fenomeno della globalizzazione rappresenta una componente reale e rilevante del nostro mondo ed altrettanto lo sono gli effetti che ha prodotto, e presumibilmente continuerà a produrre, sul contesto politico ed istituzionale dei Paesi occidentali.  

La trasformazione di più ampia portata riguarda probabilmente il ruolo dello Stato. Se prima esso aveva la possibilità concreta di modificare anche profondamente gli equilibri economici e sociali, attraverso la gestione della pressione fiscale, l’imposizione di tariffe doganali, la determinazione della quantità e qualità della spesa pubblica, la ridistribuzione della ricchezza, la fornitura diretta dei servizi sociali e la garanzia di un livello minimo di benessere, oggi gli risulta molto più difficile, con questi strumenti, realizzare mutamenti radicali e significativi.

Oltre ad aver subito una decurtazione, il potere pubblico ha visto anche diminuite la propria autonomia e la propria discrezionalità.

Non solo l’uomo politico può influire di meno ma nel fare quel poco che può fare, è anche costretto a seguire dei percorsi quasi obbligati: in sostanza quelli segnati dalle indicazioni degli esperti.

La crisi dello Stato causata dall’evoluzione economica degli ultimi anni non poteva non riflettersi anche in una crisi della nazione, della quale, storicamente, lo Stato non ha rappresentato altro che la traduzione secolare.

La globalizzazione economica e culturale e tutti i fenomeni politici che sono ad essa correlati - dalla ridefinizione del ruolo dello Stato, alla crisi della dimensione nazionale, alla sconfitta delle ideologie forti e degli strumenti ai quali esse si affidavano - stanno rimodellando la conflittualità politica.

Da un lato vi sono tutte le premesse affinchè essa sia meno lacerante, si contenga tutta all’interno di uno spazio condiviso, e non proponga più alternative radicali tra sistemi politici, economici e sociali e fra modi di pensare del tutto inconciliabili.

Dall’altro stiamo assistendo a una riduzione del territorio del conflitto, ovvero diminuiscono gli ambiti e le questioni che possono essere affrontati e risolti seguendo più di un percorso: chiunque conquisti il potere si trova di fronte un’agenda in gran parte stabilita, che avrà il potere di modificare solo nelle sue pagine più marginali. In altre parole, non solo la distanza tra le due estremità del sistema tende ad abbreviarsi, ma soprattutto, la tecnicizzazione della decisione, sottraendo argomenti al dibattito, rende più difficile alle diverse forze politiche il compito di distinguersi e farsi riconoscere. Su queste basi si fondano le argomentazioni di quanti ritengono che categorie quali “destra” e “sinistra” non abbiano più alcuna capacità descrittiva e debbano pertanto essere abbandonate.

La fine del sistema europeo degli Stati nel 1945 e la fine del sistema mondiale bipolare nel 1989 rappresentano due tappe cruciali del processo di globalizzazione. La Seconda guerra mondiale, determinando la sconfitta della Germania, la perdita dell’indipendenza degli Stati nazionali e la formazione del sistema mondiale degli Stati, ha spazzato via il sistema europeo, che intralciava il libero sviluppo dei rapporti di produzione e di scambio al di là dei confini tra gli  Stati. Il crollo dei regimi comunisti in Unione Sovietica e in Europa ha fatto cadere i residui ostacoli politici e ideologici che si opponevano alla piena affermazione dell’economia di mercato sul piano mondiale. La fine dell’ordine mondiale bipolare e della guerra fredda e la conseguente convergenza delle ragioni di Stato delle più grandi potenze che reggono le sorti del mondo hanno rimosso le barriere politiche che impedivano il pieno dispiegarsi della mondializzazione.

La globalizzazione, travolgendo tutte le barriere che intralciano la formazione di un unico mercato mondiale, aumenta il volume del commercio mondiale e produce nuove possibilità di benessere ma nello stesso tempo, le forze internazionali del mercato sfuggono al controllo degli Stati, i cui strumenti monetari e fiscali di regolazione dell’economia hanno perso progressivamente la loro efficacia.

Così grandi concentrazioni produttive e finanziarie multinazionali sono in grado di eludere il controllo di qualsiasi Stato.

In definitiva, la globalizzazione ha scavato un fossato sempre più profondo tra lo Stato, rimasto nazionale, e il mercato, divenuto mondiale.

La conseguenza più grave di questa situazione è il declino della democrazia e la più acuta contraddizione della nostra epoca risiede nel fatto che i problemi dai quali dipende il destino dei popoli, come il controllo della sicurezza e dell’economia o la protezione dell’ambiente, hanno assunto dimensioni internazionali, un terreno dove non esistono istituzioni democratiche, mentre la democrazia si ferma tuttora al confine degli Stati, entro i quali si decide ormai su aspetti secondari della vita politica. Così, il controllo delle questioni determinanti per l’avvenire dei popoli, sfuggito alle istituzioni democratiche, sta saldamente nelle mani delle grandi potenze e delle gigantesche concentrazioni capitalistiche multinazionali.

In questo contesto non possiamo certamente aspettarci dalla mano invisibile del mercato mondiale la realizzazione di valori collettivi, come la piena occupazione, l’aiuto allo sviluppo dei paesi più arretrati o la protezione dell’ambiente e tanto meno la democrazia internazionale.

In assenza di efficaci istituzioni politiche mondiali, la crescita dell’interdipendenza è destinata a risolversi in un’accentuazione delle disuguaglianze e nella crescita del disordine e dei conflitti internazionali.

Le principali sfide della globalizzazione, che le forze del progresso non possono evitare, consistono nel saper dimostrare di essere capaci di governare il processo di globalizzazione e ciò esige che si risolva prima di tutto un problema di natura istituzionale, l’organizzazione di istituzioni democratiche sul piano mondiale.

 In un accordo che sancisce la totale deregulation del movimento dei capitali si sta scrivendo l’ultimo capitolo della carta costituzionale della liberalizzazione: tutti i diritti ai capitali, tutti gli obblighi alle comunità locali.

Il M.A.I. - accordo multilaterale sugli investimenti - può diventare il caso maggiore di perdita di autonomia nella storia.

Obiettivo dell’accordo è la deregulation totale del movimento dei capitali, rimuovendo gli ultimi, deboli, ostacoli agli investimenti esteri diretti a livello globale. Un testo segreto, alla cui definizione - durata due anni - stampa e opinione pubblica sono stati opportunamente tenuti fuori e solo grazie ad una soffiata ha trovato diffusione su Internet.

I Paesi sono rappresentati solo dalle loro organizzazioni per il commercio: i gruppi di consumatori, gli attivisti democratici, gli ambientalisti, i sindacati, le piccole imprese, sono tutti all’oscuro di quell’accordo che renderà tutti meno sovrani e che progressivamente svuoterà di ogni controllo l’economia mondiale.

Uno degli effetti più devastanti del M.A.I. per le comunità locali sarà l’impossibilità di porre regole contro i saccheggi delle speculazioni finanziarie; a nulla sembra valere l’esperienza dei mercati finanziari asiatici.

Innanzitutto il M.A.I. assumerà l’autorità di un trattato internazionale, con valore superiore in tutte le legislazioni nazionali a quello delle leggi ordinarie. Ciò significa che qualsiasi legge nazionale non può contenere disposizioni non conformi al M.A.I.

Con il MAI tutti i settori delle economie nazionali saranno aperti agli investimenti esteri e sarà abolito ogni vincolo sociale, ambientale o giuridico per gli investimenti privati.

Il MAI imporrà agli Stati di sottoporre ad un arbitraggio internazionale i casi di conflitto e consentirà alle imprese multinazionali di esportare a loro discrezione i profitti delle proprie attività dal Paese nel quale queste si svolgono.

La liberalizzazione del movimento di capitali è considerata irreversibile ed il giorno della firma, ogni Stato dovrà enumerare le proprie norme non conformi alla libertà totale di investimento, e dovrà farlo in modo definitivo, poiché in seguito non verrà accettata nessuna deroga.

E’ dunque evidente come il MAI sia una minaccia, tanto potente quanto pervasiva, alla convivenza democratica e apra la strada a un nuovo ordine mondiale le cui regole sfuggono ad ogni partecipazione e controllo democratico. 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

BOVE' J. e DUFOUR F."Il mondo non è in vendita. Agricoltori contro la globalizzazione alimentare" - Feltrinelli 2001

CELLI G. I semi della discordia” - Edizioni ambiente

FRENCH H.,"Ambiente e globalizzazione. Le contraddizioni fra neoliberismo e sostenibilità" - Edizioni Ambiente 2000

LEWONTIN C, "Biologia come ideologia - La dottrina del DNA" - Bollati Boringhieri

PELT J. M.,   L’orto di Frankestein. Cibi e piante transgeniche”  - Feltrinelli, 2000

VANDANA S.   “Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni”  - Cuen, 1999

 

 

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