L'interrogativo
che viene posto nella relazione tra le connessioni
dell'esperienza politica con la percezione della crisi
ecologica lascia spazio a diverse considerazioni. Sembra
trattarsi in primo luogo di un'autominaccia della civiltà
imputabile a decisioni umane, ad avanzati processi
industriali che derivano dal desiderio di manipolazione e
controllo della civilizzazione. L'altro aspetto è quello
della fragilità della civilizzazione, che - sul piano
politico - può produrre un comune destino.
Parlare
di destino è giusto in quanti tutti possono essere messi
di fronte alle conseguenze di decisioni
scientifico-industrili; parlare di destino è sbagliato in
quanto i pericoli incombenti sono il risultato di
decisioni umane.
Gli
spazi sociali transnazionali sorgono solo in virtù di
un'azione intenzionale da cui possono scaturire anche
conseguenze non intenzionali; ovvero, gli spazi sociali
per esprimersi presuppongono attori e istituzioni
orientati ad un fine: se i pericoli, che possono derivare
dalle azioni di tali attori, fondano la società, i
pericoli globali nati dalle conseguenze del mercato
mondiale fondano una società globale.
Si possono distinguere tre generi di
pericoli globali:
Sia per i pericoli determinati dalla
ricchezza che per quelli provocati dalla povertà si
tratta di pericoli della "normalità", che per
lo più nascono nel rispetto della legge, dal momento che
le norme di prevenzione e sicurezza o non sono presenti o
sono lacunose, e proprio per questo hanno modo di
verificarsi frequentemente.
Ai
pericoli del confronto militare tra Stati si aggiungono i
pericoli che nascono al di fuori della legge e che sono
connessi al terrorismo e alla criminalità organizzata.
Le
minacce globali mettono in discussione gli schemi di
sicurezza tradizionali: i danni perdono la loro
limitazione spazio-temporale e il principio
dell'individuazione dei responsabili perde la sua capacità
di operare distinzioni precise.
Da
questa considerazione risulta evidente che non esistono
pericoli globali come tali ma che essi sono piuttosto
mescolati e intrecciati, fino all'irriconoscibilità, con
i conflitti della povertà, con i conflitti etnici e con
quelli dei nazionalismi che affliggono il mondo, in
particolare dopo la fine dell'ordine conflittuale
Est-Ovest.
La
percezione del pericolo sblocca gli automatismi,
apparentemente ben radicati, della decisione sociale: ciò
che è stato trattato senza rendere conto a nessuno dietro
le porte chiuse dei manager e dei scienziati, ora deve
improvvisamente giustificare le sue conseguenze sospinto
dalle pressioni dell'opinione pubblica.
La
dura faccia della globalizzazione e del neoliberismo è
comparsa in modo violento, traumatico ed inequivocabile,
due anni fa, in Messico, nella regione del Chapas.
Qui si è potuto constatare che la globalizzazione dei
mercati si è imposta con l’uso della forza e che
l’ordine economico delle multinazionali è stato
mantenuto mediante la violenza e la durezza delle
repressioni. La lotta che gli indios hanno condotto per
affrancarsi è costata sangue e stragi come quella di
Acteal.
Alla
mondializzazione dei mercati corrisponde anche la
mondializzazione dell’impoverimento, l’esclusione
sistematica e programmata di centinaia di milioni di
esseri umani dai benefici del mercato. Esistono fette di
Chapas anche nei Paesi egemoni e grandi masse di
popolazione continuano a restare escluse dai progetti di
sviluppo perché di fatto non trovano l’interesse di
nessuno.
I
Paesi poveri vivono in condizioni sempre più disperate e
sono colpiti in quasi tutti i casi da un
fardello gravoso costituito dal debito verso Paesi
più ricchi.
A
livello mondiale, benchè negli ultimi 35 anni (tra il
1960 e il 1995) la ricchezza prodotta annualmente si sia
moltiplicata per sette, la parte del reddito mondiale
detenuto dal 20% più povero del mondo è passato dal 2,3%
all’1,4%, mentre la parte del 20% più ricco è passata
dal 70% all’85%. Chi già stava molto bene ha visto
quindi enormemente aumentare il proprio capitale mentre
chi viveva tra gli stenti e la miseria ha visto la propria
situazione addirittura peggiorare.

RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
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Agricoltori contro la globalizzazione alimentare"
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di Frankestein. Cibi e piante transgeniche”
- Feltrinelli, 2000
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Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni”
- Cuen, 1999